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RECENSIONE – “I CONVITATI DI PIETRA” DI MICHELE MARI (di Alessandro Orofino)

Anticipato da una serie di stucchevoli polemiche, I convitati di pietra di Michele Mari si è aggiudicato la LXXX edizione del Premio Strega confermando come questo premio, datato 1947 e al centro oramai di severi giudizi, perseveri nel premiare opere di dubbio valore. Nel senso che, se da un lato il romanzo vincitore raggiunge una improvvisa popolarità che ne blinda e garantisce il successo commerciale prima ancora che letterario, dall’altra lo stesso diventa ben presto oggetto di profonde critiche perché non sempre risulta essere all’altezza delle aspettative e dei tanti sperticati complimenti (quanto davvero sinceri?) che ad esso si accompagnano a seguito della vittoria nel più prestigioso premio letterario italiano. Scrivo questo perché negli ultimi anni, fatta salva qualche eccezione, molti dei testi arrivati primi sono stati, a mio giudizio, estremamente sopravvalutati e forse spinti in alto più da ragioni ideologiche e di marketing, che non culturali.

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I convitati di pietra potrebbe essere un esempio. Per quanto il suo autore padroneggi la scrittura in maniera eccellente – oltre ad una ancora più approfondita conoscenza della toponomastica di Milano, nella quale i fatti sono ambientati – sebbene la storia raccontata sia molto originale e capace di raccontarci bene cosa sia l’animo umano e di cosa esso sia potenzialmente capace attraverso una feroce ironia, la lettura di questo romanzo rimane pesante, incommestibile, lenta. Sarà per l’assenza dei capitoli, per la mancanza di dialoghi, per i periodi lunghi e complessi; ma forse anche per un sovraccarico di termini demodé, per i numerosi intrecci dei personaggi che popolano la vicenda, per alcune digressioni storico-cinematografiche che alla fine ammorbano un po’ e che danno l’impressione di avere solamente una funzione riempitiva fine a sé stessa: “Un’altra volta, per diversi pomeriggi di fila, la incantò facendola vedere le strisce di Krazy Kat inventate e disegnate da George Herriman, strisce surreali in cui, con infinite varianti, si ripeteva la medesima situazione: un topo, Ignatz, che tirava un mattone in testa a Krazy Kat, che non si era mai saputo se fosse un gatto o una gatta, e un cane-poliziotto che per questo metteva il topo in prigione, mentre Krazy Kat, lungi dal lamentarsi per il mattone, si scioglieva d’amore per Ignatz: e questo nella contea di Coconino, nello Stato dell’Arizona”.

Insomma, portare a termine il libro di Michele Mari non è tra i consigli che mi sentirei di dare a chi, in questi giorni, sverna beatamente sotto l’ombrellone.

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Eppure, all’inizio la trama è convincente, si capisce subito che la perfidia sarà la vera protagonista della storia e che grazie a questa si comincerà un viaggio pericoloso e affascinante nella più classica delle situazioni: la cena di classe, dove a prevalere è sempre l’ipocrisia, quella verace, insolente, senza filtri.

“Sta di fatto che di colpo la parola fu la cosa, sicché durante quella stessa cena, subito i loro reciproci sguardi non furono più innocenti, come se ciascuno di loro fosse diventato un coroner, o un archeologo scopritore di mummie, o un redattore di necrologi: e però nella temperie di una subdola eccitazione, matrice di inconfessabili brividi”.

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Mari insaporisce la storia inserendovi un elemento destinato a condizionare la vita di ciascuno dei presenti: una riffa che li legherà per il resto dei loro giorni, costringendoli a scendere a patti con la propria coscienza e inducendoli a dare fondo a ogni loro cattiveria pur di accaparrarsi il premio finale destinato agli ultimi tre sopravvissuti. E così, ogni 22 luglio, i compagni si ritroveranno a cena con la scusa di salutarsi e di fare il punto sugli sviluppi del loro accordo, ma di fatto squadrandosi, scrutandosi, cercando di mettersi in fuori gioco gli uni con gli altri pur di rimanere in gara e intascarsi il favoloso montepremi, in crescita esponenziale anno dopo anno. Omicidi, tresche, patti segreti, macumbe: in queste pagine si trova di tutto e talvolta si sorride pure perché qualche scena è in effetti più che esilarante. Ma finisce lì, non c’è altro. Nel complesso, per digerire questo libro serve una buona dose di Maalox perchè, superate le prime pagine, la scrittura diventa in salita e i tornanti sono insidiosi: crescono i dettagli, si infittiscono i nomi, si complicano le trame, si smarrisce l’attenzione e l’interesse.

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È uscita la seconda raccolta 
 
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Un aspetto che avrebbe potuto migliorare e accelerare il ritmo della narrazione riguarda l’urgenza di un maggiore allacciamento dell’opera al mondo nel quale la sua storia è inserita. Le vicende, infatti, avvengono in un arco temporale compreso tra il 1975 e il 2054: parliamo di quasi ottant’anni durante i quali manca qualsiasi riferimento alle diverse epoche e ai differenti cambiamenti (politici, sociali, culturali, ecc,) che si susseguono, come se le interazioni tra i diversi personaggi avvenissero a prescindere da ciò che accade intorno a loro, rendendoli di fatto totalmente decontestualizzati, ovattati dentro un mondo a sé, che non si è saputo neppure immaginare visto che molte situazioni sono addirittura raccontate in un futuro neppure troppo vicino.

Chiudo con l’idea di aver portato a termine un libro con un grande, grandissimo potenziale che, però, è stato sprecato dietro la ricerca di una serie di virtuosismi letterari di cui si sarebbe fatto tranquillamente a meno e che hanno finito per trasformarlo, all’opposto, in un mattone, anziché in un caso letterario come sarebbe stato giusto che fosse.

Alessandro Orofino

Biografia

Alessandro Orofino, 48 anni, vivo a Roma. Amo leggere, perché questo mi permette di scrivere. Sono il Direttore Editoriale della “COLLANA OROFINO”, presso la Pathos Edizioni. All’attivo ho una pubblicazione di racconti – RACCONTI FUMIGANTI E RUBICONDI – un giallo – COLORATO DI GIALLO BORDATO DI ROSSO – premiato al Premio Giallo Indipendente 2019 al Salone Off di Torino e un romanzo – LA FESTA DEL SANTO – pubblicato a dicembre 2019. A dicembre 2020 è uscito il mio secondo romanzo, IL MALE MINORE, l’anno successivo è andato invece alle stampe NESSUNO MI SALVERA, mentre nel dicembre 2022 è uscito PER IL LATO OBLIQUO DELLE COSE. La mia ultima fatica si intitola SENSO (dicembre 2024), edito dalla Pathos Edizioni.

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