FRANCESCO GUCCINI: UNA CANZONE PIÙ ESISTENZIALISTA CHE POLITICA (di Matteo Fais)
“Godo molto di più nell’ubriacarmi oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare / […] Mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso” (Francesco Guccini, L’avvelenata).
La morte di un artista induce quasi sempre la critica a manifestare tutte le proprie deformazioni – specie nel caso di quella militante. Ecco, dunque, spuntare fuori un’etichetta facilmente spendibile, per il compianto Francesco Guccini. Lo si definisce il “cantautore della sinistra”, il simbolo della stagione della contestazione, la voce di una certa Italia – nella peggiore delle ipotesi, Scanzi, tra tre giorni, scriverà un libro su di lui, definendolo anticipatore della sua persona. Naturalmente, tale lettura è e sarà sempre insufficiente, dicendo molto di noi e poco dell’artista.

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Nel Bel Paese, abbiamo un vizio antico: classificare gli artisti come i parlamentari. Ci interessa sapere da che parte stessero, ma molto meno capire che cosa abbiano scritto. È una idiosincrasia giornalistica di una tristezza inenarrabile. Così un romanziere diventa di Destra o di Sinistra, un poeta viene arruolato in uno schieramento, un cantautore trasformato nella colonna sonora di una parte politica. Il risultato è quasi sempre lo stesso: si finisce per parlare dell’autore e molto meno della sua opera.
Eppure esiste una regola non scritta che ogni vero scrittore conosce: se vuoi fare letteratura, devi riuscire a parlare tanto a chi ti assomiglia quanto a chi ti è totalmente estraneo. Non perché si debba rinunciare alle proprie convinzioni o coltivare una sterile neutralità, ma perché il compito dell’artista non è confermare le certezze di una tribù, bensì raccontare l’uomo e l’umano. Se non accade questo, ciò che rimane è propaganda, destinata a invecchiare insieme alla stagione politica che l’ha prodotta.

È precisamente qui che va inquadrata la grandezza di Guccini. Se sarebbe ridicolo sostenere che non fosse un autore politico, corre l’obbligo di far notare come tale dimensione, nella sua opera, non costituisca il centro della riflessione. Ne rappresenta piuttosto una conseguenza, una lingua attraverso cui esprimere qualcosa di più radicale. Il cantautore non parte dalla politica per arrivare all’uomo, ma da quest’ultimo e, passando per esso, approda alla politica.
La differenza è decisiva. Quando oggi riascoltiamo Incontro, ciò che ci colpisce non è un’idea del mondo, bensì il tempo che ci ha cambiati senza che ce ne accorgessimo. Perfino L’avvelenata, che molti continuano a leggere come una feroce resa dei conti con critici e giornalisti, è prima ancora il dramma di un uomo che rivendica il diritto di restare fedele a sé stesso. La polemica è il contesto, ma la libertà individuale è il vero tema. Lo stesso dicasi per La locomotiva: ciò che la rende immortale non è il culto ideologico per la rivoluzione. A emozionare è il destino tragico di un individuo disposto a sacrificare la propria vita per un ideale assoluto. È una figura che potrebbe abitare una tragedia greca. L’ideologia è soltanto un aspetto collaterale.

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Per questa ragione si potrebbe dire che Guccini avesse molto più a che fare con l’esistenzialismo che con la canzone politica. Il paragone con Jean-Paul Sartre potrà sembrare azzardato, ma solo in apparenza. Il francese è stato probabilmente il più celebre intellettuale impegnato del Novecento. Eppure nessuno continua a leggere La nausea perché interessato alle sue posizioni sul Partito Comunista Francese o sulla guerra d’Algeria, ma perché quelle pagine parlano dell’angoscia, della libertà, della responsabilità, della tragedia alla base dell’esistente. L’impegno nasce da quella riflessione sull’uomo, senza costituirne il presupposto. Con Guccini accade qualcosa di molto simile: le sue convinzioni politiche derivano da una certa idea dell’uomo, del tempo e della vita. Non è la sua antropologia a essere il prodotto dell’ideologia, ma il contrario.
Ed è proprio questo che distingue gli artisti destinati a durare da quelli inevitabilmente legati a un’epoca: i primi non rinunciano alla politica, ma la subordinano a qualcosa di più universale. Prima viene l’uomo, poi il cittadino; l’esistenza sopravanza la storia – o, per dirla con Sartre, viene prima dell’essenza.

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Da questo punto di vista, il confronto con Claudio Lolli è inevitabile. Questo è stato un autore di straordinaria qualità, e alcune delle sue canzoni rappresentano ancora oggi vertici assoluti della nostra musica d’autore. Non è un caso, tuttavia, che le pagine nelle quali continua a parlarci con maggiore forza siano proprio quelle in cui la dimensione esistenziale prevale su quella militante. Una parte consistente della sua opera resta invece profondamente intrecciata al linguaggio, ai simboli e alle battaglie della Sinistra degli anni Settanta. È un patrimonio prezioso, ma inevitabilmente più esposto all’usura del tempo storico.
Guccini, invece, attraversa quel paesaggio senza rimanervi imprigionato. Le sue canzoni continuano a essere amate da persone che votano a Destra come a Sinistra. Ciò non dipende da una generica capacità di mettere tutti d’accordo, ma dal fatto che le sue domande non sono politiche, ma umane – la nostalgia, il rimpianto, la paura della morte, il senso della perdita e il peso dei ricordi non hanno orientamento elettorale.
Lo stesso discorso potrebbe essere esteso a Fabrizio De André. Anche lui è stato troppo spesso rinchiuso nella categoria del “cantautore di Sinistra”, quasi che Amico fragile, o Il testamento di Tito potessero essere comprese unicamente attraverso una lente ideologica. De André, come Guccini, guardava anzitutto all’uomo, specificatamente in certe sue incarnazioni: gli sconfitti, gli ultimi, quelli ai margini. La politica era una conseguenza della sua pietà, non il fondamento della sua poetica.

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Forse la critica dovrebbe imparare a chiedersi meno per chi abbia votato un autore e più perché continui a essere letto, ascoltato o amato da persone delle più disparate. Se questo accade, significa che la sua opera ha raggiunto un livello più profondo di quello nel quale si combattono le battaglie partitiche.
È per questa ragione che non convince la definizione di Guccini come “cantautore della Sinistra” – almeno non in prima istanza. Essa è troppo restrittiva. Egli è stato certamente anche un uomo di una certa parte, cosa che nessuno mette in dubbio, ma più di tutto un cantautore esistenzialista, e gli esistenzialisti finiscono inevitabilmente per parlare a un gruppo umano più esteso di quello delle feste dell’Unità.
Le ideologie, prima o poi, cambiano lessico e perdono forza, venendo sostituite da altre. L’esperienza umana, invece, è fatta di una materia più duratura. È questa la ragione per cui, quando tra qualche decennio qualcuno ascolterà ancora Incontro o Quello che non, difficilmente si domanderà come votasse Francesco Guccini. Più probabilmente penserà alla propria giovinezza, a un amore finito, a un amico perduto, a quella malinconia che accompagna ogni vita vittima del tempo. È persino maggiormente plausibile che si domandi se il vino non sia stato, per l’autore, ben più importante di qualsiasi bandiera.
Matteo Fais
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).