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“NEI LIBRI E NEI POETI CERCHI TE”: GUCCINI, L’ULTIMO AUTORE TOTALE (di Isabella Paola Stoja)

Diceva Giorgio Gaber: «Tenetevi stretto Guccini, uno che è riuscito a scrivere tredici strofe su una locomotiva può scrivere davvero di tutto». Aveva ragione.

Del resto, ci sono autori che appartengono alla storia della musica e autori che appartengono alla storia della letteratura, e Francesco Guccini, probabilmente, appartiene a entrambe.

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Ridurlo alla definizione di “cantautore” significa infatti trascurare ciò che rende davvero unica la sua opera: una scrittura che ha trovato espressione tanto nella canzone quanto nella prosa, attraversando romanzi, memoir e racconti senza mai perdere la propria riconoscibile identità. Non si è trattato di una seconda carriera o di un’incursione occasionale nella narrativa, ma dell’evoluzione di una ricerca che ha sempre avuto nella parola il proprio centro. Per questo le sue canzoni affrontano il tempo, la memoria, l’amore, la morte e la vocazione artistica con una profondità che appartiene alla grande letteratura e si misurano continuamente con essa.

Questa tensione letteraria non è mai disgiunta da una radicale autenticità. Guccini ha sempre rifiutato ogni costruzione del personaggio pubblico e ha continuato a raccontarsi come un uomo comune, ostinatamente fedele ai propri dubbi, alle proprie fragilità, alle proprie convinzioni: «io che ho sempre un eskimo addosso» «non mi svesto dei panni che son solito portare», «fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare».

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Nei suoi versi il tempo dialoga con i grandi della tradizione occidentale, da Seneca a Leopardi; la riflessione sulla crisi dei valori incontra Nietzsche; l’amore assume la misura tragica della perdita; la morte diventa interrogazione sul destino umano, mentre personaggi come Cyrano, Don Chisciotte, Odysseus o Cristoforo Colombo tornano a vivere attraverso uno sguardo profondamente contemporaneo.

Se Autogrill evoca, nella sua malinconia sommessa e nella coscienza dell’irripetibile, la sensibilità di un Gozzano moderno, Canzone per un’amica mette al centro una delle domande più profonde della poesia leopardiana: l’ingiustizia di una morte che spezza la giovinezza e lascia senza risposta il bisogno umano di senso.

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Guccini non cita questi autori, la sua è la prosecuzione naturale di un’interrogazione che, in fondo, è eterna. Ed è proprio questa la cifra più alta della sua scrittura: trasformare la canzone in un luogo in cui la tradizione continua a vivere senza mai diventare semplice esercizio di erudizione.

Persino quando rivendica, ne L’Avvelenata, la libertà della propria scrittura contro le aspettative della critica, ci consegna una vera e propria dichiarazione di poetica.

È forse per questo che la sua scomparsa non segna soltanto la fine di una delle voci più significative della canzone d’autore italiana, ma invita a rileggere la sua produzione come quella di uno scrittore che ha trovato nella forma della canzone lo spazio più naturale per continuare a fare ciò che la letteratura ha sempre fatto: andare al cuore vivo della vicenda umana.

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Guccini, insieme a pochi altri autori – tra tutti Fabrizio De André – ha dimostrato che la canzone poteva diventare, essa stessa, letteratura.

Ogni testo racconta «con carambola lessicale», per usare una sua felice espressione, una stagione della vita, o gesti minimi, come quelli del pensionato dirimpettaio, cercando qua e là qualche risposta, o accendendo grandi domande, come l’impresa del protagonista del suo testo forse più noto, quell’eroe giovane e bello, come vuole il canone epico.

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Ma non è solo l’epos a dare forma a queste domande, esse possono assottigliarsi fino a diventare voce che chieda alla sentinella quanto resta della notte, scoprendo magari «che una risposta non ci sarà, che la risposta sull’avvenire è in una voce che chiederà».

Guccini è stato questo: un uomo che si è posto e che ci ha posto le domande che solo la grande letteratura ci pone. E che ha fatto della penna strumento e arma di una riflessione unica e profonda, «perché con questa spada vi uccido quando voglio».

«Negli angoli di casa cerchi il mondo, nei libri e nei poeti cerchi te»: mai ingannato dall’«apparenza delle cose», e sempre teso alle sorprese di un’anima «tiranna», veramente accesa e viva, ci ha sempre ricordato che il Male ed il Potere hanno un aspetto sordido e meschino, che a volte ci somiglia, ci abita, e ci chiede di prendere posizione. E non è questo, da sempre, il fine ultimo delle humanae litterae?

Non semplicemente accompagnare un’epoca, ma interpretarla. È in questo spazio, più ancora che nella musica italiana, che l’opera di Guccini continuerà a vivere, perché, come ogni grande autore, non ci ha lasciato risposte definitive, ma ci ha insegnato a formulare domande migliori.

I grandi autori non smettono di parlare quando tacciono, cambiano soltanto voce.

A rivederci, caro Maestro. Sempre nella speranza «che ci giunga un giorno ancora la notizia di una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia».

Isabella Paola Stoja

Biografia

Nata a Bologna nel 1990, Isabella Paola Stoja è docente e autrice. Si è laureata in Lettere e Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.Ha pubblicato Cronache dalla controra (2022) e Lettere a Endimione (2023), con cui ha vinto il Premio Alessandro Manzoni della città di Arcore. Suoi testi poetici sono apparsi su riviste e portali letterari. Accanto alla scrittura in versi, si occupa di critica letteraria e collabora con diverse testate culturali. Gli specchi interi sono tutti uguali (Eretica Edizioni, 2026) è la sua ultima raccolta poetica.

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