le bambole di pezza con carlo conti
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L’IDIOZIA DI FARE LA CONTA DELLE DONNE (di Matteo Fais)

La polemica scoppiata in sala stampa al Festival di Sanremo 2026, con la contestazione rivolta a Carlo Conti riguardo il numero ritenuto insufficiente di donne tra i Big, è l’ennesima prova di come il dibattito culturale italiano – forse mondiale – stia rasentando la distopia dell’imbecillità.

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Non si discute delle canzoni, non si analizzano le scelte musicali, non si entra nel merito della scrittura o dell’interpretazione, preferendo invece una sorta di contabilità identitaria che trasforma una competizione artistica in un esercizio in cui aritmetica e ideologia si mescolano nel modo più beota.

L’arte, va da sé, non è un consiglio di amministrazione o un bando pubblico con le sue quote da rispettare – lasciamo perdere se, anche in questi casi, applicare un tale criterio possa avere un senso. È, semmai, un campo di selezione qualitativa e il criterio dirimente dovrebbe essere uno soltanto, la qualità di ciò che viene presentato al pubblico.

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Il problema non è quante donne, quanti uomini  – o altre strane soluzioni fluide – siano presenti, ma se tra loro ci siano artisti veri, capaci, solidi, degni della ribalta. Spostare l’attenzione dal valore delle opere al sesso degli interpreti significa accettare che il genere diventi un parametro di giudizio e questo non è progresso, ma cretinaggine spacciata per giustizia. Perché, se la presenza femminile deve essere garantita per quota e non per merito, si sta implicitamente insinuando che il secondo, da solo, non basti. Questa è una prospettiva umiliante, soprattutto per le artiste che non hanno bisogno di alcuna tutela statistica per dimostrare il proprio talento. La selezione artistica dovrebbe fondarsi sull’eccellenza, non su un presunto equilibrio simbolico, altrimenti si sostituisce la competizione con la compensazione.

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Ma c’è un aspetto ancora più rivelatore di questa deriva: il fatto che, ormai, anche quando si parla degli artisti in gara, ciò che fa rumore non sono le canzoni, non è l’audacia delle scelte musicali, non è il coraggio delle tematiche affrontate nei testi, perché tutto si concentra sulle dichiarazioni fatte fuori dal palco, sulle frasi pronunciate in conferenza stampa, sulle prese di posizione che spesso hanno poco o nulla a che fare con ciò che viene cantato davanti alle telecamere. Inutile anche precisare che, se si ricordano più simili parole di quelle dei testi, qualcosa è andato tragicamente storto.

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L’avrete visto tutti, suvvia: si commentano le interviste, si scandagliano le opinioni, si cercano polemiche laterali, mentre la musica, che dovrebbe essere il cuore dell’evento, diventa quasi un pretesto. È un cortocircuito paradossale, ridicolo: un festival musicale in cui la musica è la cosa meno discussa, schiacciata dal chiacchiericcio politico, morale o identitario che si sviluppa ai margini.

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In qualsiasi ambito creativo il discrimine autentico dovrebbe restare la qualità dell’opera, non l’identità cromosomica di chi la produce né le opinioni che esprime davanti ai microfoni. Nessuna persona sana di mente, quando sceglie un romanzo da leggere o un disco da ascoltare, lo fa perseguendo l’equità di genere. Quando l’arte viene ridotta a terreno di rappresentanza o a cassa di risonanza per dichiarazioni accessorie, qualcosa si perde: la centralità dell’opera, appunto. Il vero scandalo non dovrebbe essere una sproporzione numerica tra uomini e donne, ma la mediocrità diffusa. Insomma non l’assenza di una quota cospicua di vaginamunite, ma quella di una vasta base di artisti qualitativamente rilevanti.

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Il punto dirimente resta uno soltanto: su quel palco devono salire artisti all’altezza, non simboli da esibire. Tutto il resto è rumore di fondo, moralismo contabile che finisce per oscurare ciò che dovrebbe contare davvero, cioè la musica che, come genericamente il panorama delle arti, oggi più che mai, è sempre più ancella dell’ideologia – manco a dirlo, la più inquinante, quella femminista.

Matteo Fais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).

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