RECENSIONE – “L’ESTATE” DI SIMONE UNGARO (di Matteo Fais)
C’è una cosa che colpisce immediatamente, leggendo L’estate di Simone Ungaro, testo appena uscita per Connessioni: la calma poetica, specchio di un’inquietudine esistenziale silenziosa. In un panorama lirico dominato da due tendenze opposte e ugualmente fragili, da un lato il minimalismo diaristico che scambia la confessione per profondità e dall’altro l’enfasi oracolare che vorrebbe spacciare l’oscurità per pensiero, l’autore sceglie una terza via, quella della misura. Questa deriva da una decisione etica prima ancora che stilistica.

(cartaceo 10 euro)
(ebook 5 euro – gratuito per gli abbonati a Kindle Unlimited)
Il volume inaugura la collana “Sentieri Interrotti”, diretta da me ed Elisa Zumpano. Il riferimento heideggeriano, meglio precisarlo, non è un vezzo filosofico, ma una dichiarazione d’intenti: il pensiero, come la poesia, procede per deviazioni, soste, fratture, senza garantire una meta definitiva. Scegliere Ungaro come prima uscita significa affermare una linea precisa: una poesia non gridata, né immediata, ma un attraversamento lento dell’esperienza – un sentiero, insomma, da percorrere con spirito paziente.

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Il libro si presenta come una raccolta con sezioni che seguono un arco temporale – Tempo d’estate, Notturni, Scherzi, I dispersi, Settembre –, in cui l’estate non è mai un semplice scenario, ma una condizione interiore, una sospensione che coincide con l’età del bilancio. “Irrompe il maggio dei miei quarant’anni”, scrive il poeta, pur non essendoci alcuna irruzione o frattura drammatica, ma una presa d’atto graduale e quasi silenziosa. Il tempo non accelera, si addensa. Si procede, infatti, dicendo “La gravità ha cambiato coefficiente”: il peso è, in sostanza, divenuto struttura.

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L’estate, allora, non è solo il “tempo dei frutti”, ma anche quello in cui la luce rivela ciò che normalmente resta nascosto. L’immagine della cinciallegra morta sul balcone (“una cinciallegra riversa sul fianco, / la morte nell’occhio”) non è un episodio naturalistico, ma un atto fondativo, in cui l’abbondanza estiva convive con la decomposizione. Il raccolto si accompagna al cadavere e il libro introduce una distinzione cruciale: “Non sono tanto i morti ma i dispersi / a fare capolino”. Il disperso è un genere di figura più inquietante del defunto, perché non concluso o archiviabile, ma presenza intermittente, memoria che non si lascia sistemare.

Da non perdere di vista è l’idea di come, in questa raccolta, il paesaggio non sia elemento decorativo ma cognitivo: i cani che dialogano “come sezioni d’orchestra”, l’assiolo che interrompe il canto, la luna opaca, le lucciole intrappolate nei barattoli dell’infanzia. Tutto ciò dicasi anche del “borgo” che non svolge la funzione di fondale, ma è assolve al ruolo, per così dire, di una forma di coscienza.

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In certi testi come Dopopioggia, la memoria personale – le lucciole sacrificate per illuminare la stanza – si intreccia con una riflessione implicita sulla violenza dell’apprendimento, sulla crescita come toglimento. Qui Ungaro riesce a tenere insieme immagine, pensiero e ritmo senza che uno schiacci l’altro. Non c’è mai compiacimento figurativo, ma neppure rinuncia alla densità.

(cartaceo 12 euro)
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Il tratto distintivo dell’autore, a ogni modo, è la sorveglianza. La lingua è limpida, controllata, colta ma priva di esibizionismo e il tono resta sempre governato. Si tratta di una scelta coerente di solidità e rifiuto della vertigine. La lusinga dell’irrazionalità, come dell’incontrollabile, gli è estranea. Se si vuole, Ungaro non cerca l’epifania o l’affermazione dell’io contro il mondo, ma si muove nel senso della sedimentazione. La sua lirica non promette salvezza, né indulge in una disperazione ostentata.

(cartaceo 10 euro)
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Lo si capisce quando, verso la fine, formula una sorta di preghiera laica: “Che l’estate […] sia stata un accumulo di sole / e frutti della terra”. Quel che si può sentire, nella sua semplicità, è il desiderio che il tempo non sia passato invano. Potremmo dire che, coerente con tutto il percorso, egli formula un auspicio sobrio.

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L’estate è un libro maturo, di un autore consapevole dei propri strumenti, che rifiuta l’alterazione del tono per farsi sentire, come la velleità di tutti noi che siamo più poeti urlanti. Quel che dice, lo afferma con discrezione, forse addirittura con una certa timidezza. La sua cifra è un confronto serio con il tempo e la perdita.
Da curatore di collana, mi sento di dire onestamente che il testo si attaglia perfettamente allo spirito di questi “Sentieri Interrotti”, in cui esploreremo i percorsi di un nuovo lirismo ultracontemporaneo, estraneo ai manierismi degli epigoni, sempre cercando quei pochi che, in qualche modo, sanno distinguersi.
Matteo Fais
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).