RIDATECI LORETTA GOGGI E PRENDETEVI ARISA E COMPANY (di Matteo Fais)
Siamo d’accordo che la canzone non è poesia, ma ciò che si è ascoltato a Sanremo supera perfino la mediocrità: è un prodotto sonoro che scambia la banalità per confessione e la filastrocca per profondità. Non è questione di gusti, ma di struttura. Se questi sono i testi che dovrebbero raccontare l’amore contemporaneo, allora forse il problema non è musicale, ma antropologico.
Prendiamo i primi versi della canzone di Arisa: “A dieci anni insieme alle mie bambole giocavo con l’amore / A quattordici anni il primo bacio nelle mani avevo un fiore…” e via così, in una sequenza di rime baciate e immagini da quaderno dell’infanzia. Manca il rischio, l’ambiguità, la ferita che brucia. Questa è una patetica cronologia sentimentale raccontata come se bastasse elencare le età della vita per dare spessore emotivo a un testo.

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Eppure, la rivista “ELLE” ha parlato di “racconto biografico che attraversa le ere personali dell’artista”, di “desiderio di pace fiorito col tempo”. Tanto strombazzamento esegetico significa che abbiamo abbassato l’asticella fino a confondere l’autonarrazione con l’intensità. Dire “sono cresciuta” non equivale a proporre qualcosa di significativo sull’amore.

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Tra parentesi, la cosa assurda è che, per buttare giù questo scandalo sonoro, ci si sono messi in cinque – cioè, oltre Arisa stessa, Giuseppe Anastasi, Marco Cantagalli, Fabio Dalè e Carlo Frigerio. Praticamente, un incontro al bagno pubblico in cui ognuno si è unito allo sforzo dell’altro. Lo stile è a livello di quello che raggiunge Giorgia Soleri, quando si mette a vergare versi.

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Il punto, però, non è Arisa in sé, ma come la sua e le altre canzoni rappresentino perfettamente l’epoca: un tempo in cui il sentimento deve essere spiegato, addomesticato, reso innocuo. L’amore non può più essere vertigine, ossessione, eccesso. Deve venire elaborato, processato, messo in sicurezza. Il dolore va neutralizzato, la passione sterilizzata, il seguito di un abbandono ricondotto a percorso di crescita personale.
Ma la canzone d’amore, se vuole essere tale, non può nascere da una visione amministrata dell’emotività o, peggio ancora, ridursi a verbale di una seduta terapeutica. L’artista, come l’innamorato, è un anarchico. Non chiede autorizzazioni morali per sentire troppo e, poco ma sicuro, non calibra le parole secondo il prontuario attuale della relazione perfetta. Colui che canta l’amore deve poter maledire, inveire, lamentarsi, dire tutto l’orrore della passione, confessare l’oscenità dolorosa che lacera la notte e il cuore.

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E qui sta la distanza abissale tra molta produzione odierna e quella che abbiamo conosciuto in passato. Prendiamo Maledetta primavera, di Loretta Goggi: “Voglia di stringersi e, poi, vino bianco, fiori e vecchie canzoni”. Dentro quei versi c’è il rischio, l’eccesso di un sentimento sul filo dell’incertezza e nessuna didattica dell’affettività. Insomma, c’è la vita. Non è un caso se, oggi come oggi, verrebbe fatta passare per malsana – se ha bevuto vino, per lasciarsi andare, o peggio ancora se glielo hai fatto consumare tu, sperando che cedesse più facilmente al momento, rischi di finire dentro, perché il suo non era un assenso pieno.

Di questi tempi, sembra che ogni emozione debba essere filtrata attraverso una griglia morale preventiva. L’amore è sospetto, la dipendenza è patologizzata, la sofferenza va subito ricondotta a un disturbo emotivo. In questo clima, la canzone perde forza e tutto diviene racconto lineare di un percorso individuale, mai scontro tra desiderio e limite.
Sanremo, in fondo, è solo uno specchio. Se riflette testi prudenti, è perché la prudenza è diventata valore supremo. Ma, ciò è lapalissiano, la misura non ha mai prodotto grandi canzoni. Queste nascono dall’eccesso, dalla contraddizione, dal sentimento più inspiegabile.

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Forse è per questo che viene voglia di girare la manopola della radio verso il passato, di riascoltare una voce come quella di Loretta Goggi, e il testo struggente di Amerigo Paolo Cassella, che sapeva dare carne a un amore intenso, senza trasformarlo in manuale di sopravvivenza emotiva. Non è nostalgia per il passato in sé, ma per un’idea di canzone come spazio libero, fuori dalla sorveglianza burocratica esercitata oggi sul sentimento.
Se l’amore deve diventare un’esperienza sempre corretta, consapevole, moderata, allora sì, possiamo intonare il de profundis della canzonetta italiana per come l’abbiamo conosciuta e adorata, da Battisti a Grignani. Perché senza rischio non c’è passione e senza di questa resta solo il resoconto esteticamente pietoso di Arisa e company. Inutile, non è così che si fa battere il cuore.
Matteo Fais
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).