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“MOENIA” DI PIETRO ROMANO: LA PIETRA E LA CARNE (di Paolo Pedrazzi)

La silloge Moenia di Pietro Romano (Ilglomerulodisale, 2026) si offre come un organismo poetico compatto, attraversato da una tensione costante fra esperienza individuale e condizione collettiva, fra spazio fisico e spazio mentale. Il titolo, che richiama le mura della città antica, orienta l’intero impianto verso una riflessione sull’esperienza dell’isolamento, laddove le mura si fanno principio ordinatore della coscienza, soglia in cui il vissuto prende forma proprio attraverso la separazione.

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La ‘Pietra’ della fortificazione e la ‘carne’ del corpo sociale si fondono qui in un’unica, mirabile architettura ideale: da un lato, l’esplicito moenia, appunto, le grandi mura di cinta, i baluardi eretti a protezione dell’abitato, estrinsecazione visibile della stabilità e dell’identità cittadina; dall’altro, implicito, il munus, il dono che scaturisce dal dovere sociale.

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Il punto di ideale convergenza tra la pietra e il dovere si trova, allora, proprio nell’atto fondativo della civitas come legame di mutua difesa, ricordandoci che non può esistere una vera communitas (parola che reca in sé il medesimo munus) senza il riconoscimento di un’etica condivisa, dove la cura dell’Altro — sia esso un malato o un detenuto — coincide, inevitabilmente, con la salvezza di tutti.

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L’opera si articola in due grandi nuclei: la sezione ospedaliera e la sezione carceraria. La prima si sviluppa in un clima di sospensione esistenziale, in cui la malattia, la veglia e la memoria familiare costituiscono il campo di esperienza dominante; la seconda, esplicitamente situata nella Casa Circondariale — l’autore vi ha insegnato per un anno ai detenuti — assume una dimensione corale, dove la voce poetica si fa regesto di esistenze esposte nella fragilità del loro confinamento.

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L’insieme non segue una progressione narrativa, ma una disposizione per fragmenta e ritorni tematici che costruiscono una sorta di topografia interiore del ‘limite’, in cui il senso si produce per risonanza e accumulo. I testi sono brevi, talvolta raggruppati per sequenze tematiche e sottosezioni, in una organizzazione che conferisce alla raccolta un andamento discontinuo, in cui la coerenza non è affidata alla linearità del racconto, ma alla ricorrenza di immagini e occasioni, dove la frantumazione del discorso risponde a una crisi della totalità esperibile. E le risponde con la poesia, che acquista qui una sorta di funzione ‘architettonica’ — “La poesia allarga le pareti dell’aula: nero, / il cielo si sfa ai nostri piedi” — mostrando come la scrittura interviene direttamente sulla configurazione dello spazio, modificandone simbolicamente la percezione nei termini di una inaspettata ‘porosità’.

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È uscita la seconda raccolta poetica di Matteo Fais, Preghiere per cellule impazzite (Connessioni Editore, collana “Scavi Urbani), ed è disponibile in formato cartaceo e ebook:
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La prima parte della silloge si sviluppa, come si è già accennato, in un contesto di isolamento molto specifico, quello ‘ospedaliero’, che costituisce uno spazio di sospensione temporale, in cui le “grigie pareti” diventano superficie neutra su cui si proiettano memorie, attese, dissolvenze, speranze, e in cui il ‘corpo malato’ diventa superficie di iscrizione della perdita — “Anche così si vive, nella grazia / d’essere perduti di là dei cirri…”. Qui la “grazia”, lungi dall’assumere un valore consolatorio, indica invece una qualità dell’esperienza che si dà nella distanza, nello scarto rispetto a ogni possibile compiutezza e, paradossalmente, come frutto di una elezione.

Presenza affettiva centrale e principio di mediazione fra esperienza e significato, che emerge in termini quasi sacrali, è la figura del padre — “la mano del padre sul petto / rende la notte leggibile” — il cui gesto si configura come dispositivo ermeneutico dell’oscurità — l’oscurità del senso — la quale diventa intelligibile proprio attraverso il contatto, fondando una sorta di epistemologia poetica della prossimità corporea.

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Sesta uscita per la collana “Scavi Urbani”: Senza impegno, di Francesco Di Gennaro (prefazione di Matteo Fais). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
(cartaceo 10 euro)
(ebook 5 euro – gratuito per gli abbonati a Kindle Unlimited)

La seconda parte della raccolta introduce un mutamento di prospettiva: il carcere diventa luogo di esposizione delle vite individuali, presentate à la Egdar Lee Masters attraverso la nominazione diretta, seppur non in prima persona, che ne rievocano l’esistenza, pure se solo per un attimo radiante, in opposizione alla totale cancellazione implicita nelle dinamiche istituzionali.

L’incipit della sezione segnala la perdita della memoria come condizione collettiva: — “Sfollati dalla memoria, svanite. Ora / chiamarvi per nome…” — ecco che allora, il gesto del nominare assume un valore rituale, grazie al quale le identità vengono trattenute nella loro precarietà.

Le scene si costruiscono attraverso dettagli minimi: gesti quotidiani, oggetti, frammenti di conversazione, tratteggi di rimanenza di vite adattate a una realtà altra: — “Carlo legge dei versi per il figlio. Sul / banco la sigaretta già spenta…” — in un nel contesto, quello carcerario, dove l’architettura diventa organismo parlante, capace di assorbire e restituire le voci che la attraversano — “Le mura hanno labbra”.

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Terza uscita per la collana “Scavi Urbani”: Il cielo è uno straccio sporco nella stretta della materia, di Luca Parenti (prefazione di Matteo Fais). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
(cartaceo 10 euro)
(ebook 5 euro – gratuito per gli abbonati a Kindle Unlimited)

Tutto progredisce a singhiozzo, per sospensioni e interruzioni, anch’esse in qualche modo ‘liturgiche’, dove l’esperienza del tempo appare continuamente esposta alla sua stessa negazione: — “L’anno volge al termine, o forse non / è mai cominciato.”

Ecco che allora la ‘memoria’ assume una funzione centrale, legata alla persistenza di immagini ricorrenti — la luce, il paesaggio naturale, gli uccelli, il vento — in una rete di rimandi alla libertà, alla nostalgia, all’esperienza del ‘fuori’ che vivifica dialetticamente, seppur in modo carsico, entrambe le sezioni della raccolta.

La lingua di Moenia si caratterizza per una forte densità semantica e per un lessico volutamente sobrio, in cui elementi concreti assurgono progressivamente a ‘simboli’ — corpo, madre, padre, muro, stanza — che tornano con funzione di coordinate ricorrenti, attorno alle quali si organizza la percezione del mondo.

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Seconda uscita per la collana “Sentieri Interrotti”: Dove i calabroni ascoltano le stelle, di Laura Valentina Da Re (postfazione di David La Mantia). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
(cartaceo 12 euro)
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Il verso è spesso spezzato da enjambement che interrompono la continuità sintattica, producendo un ritmo franto, discontinuo, che riflette la natura stessa delle esperienze rappresentate. Spesso, inoltre, il verso si conclude con una cesura innaturale, imposta, l’ennesima barriera di separazione; il suono e il senso allora faticano, annaspano nella discesa verso l’a capo.

I componimenti hanno una densità, un respiro e una rarefazione di immagini tra la poesia orientale e quel tipo particolare di poesia meridionale, essenziale, secca, priva di qualunque moralismo, strinata dal sole — che qui è un sole che è fuori — della tanto agognata ‘luce’ del quale si rubano solo brandelli.

La punteggiatura interviene come elemento di sospensione più che di articolazione logica — “Giace a terra percossa la voce: il / corpo senti in sé separare l’acqua / dal gelo, dal pane la fame” — così come la sintassi che procede per giustapposizioni, nell’intento di creare una scrittura che è pratica di attenzione verso la materia del vivere, intesa come insieme di elementi disgiunti, sottratti a una unità originaria.

Concludendo, la più intima e autentica forza di Moenia risiede forse proprio nella capacità di trasformare esperienze così estreme di esilio e cattività — quelle della degenza e della detenzione — in un campo di osservazione poetica in cui il linguaggio si fa custode e la parola si colloca nello spazio intermedio fra presenza e dissoluzione, ‘trattenendo’ ciò che altrimenti resterebbe inascoltato.

Paolo Pedrazzi

Biografia

Paolo Pedrazzi è nato a Moncalieri (TO) il 29 Febbraio 1984, è laureato in Lettere e vive in provincia di Asti. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su importanti riviste letterarie italiane e internazionali come “Gradiva International Journal of Italian Poetry”, “Poeti e Poesia”, “Readaction Magazine”. Ha tradotto in versi testi poetici dell’antichità e classici moderni inglesi e francesi; ha pubblicato un saggio di traduzione e commento del poema The Hunting of the Snark di L. Carroll, dal titolo: La caccia allo Slualo, (2011, Biblion Edizioni). Ha pubblicato Il Furto di Prometeo – Antologia di traduzioni poetiche dai Romantici inglesi, Robin Edizioni, 2026. Nell’ambito della letteratura per l’infanzia, ha pubblicato Marcello Testainsù (2022, Km Edizioni) e Dodo è fatto così (2024, Km Edizioni). Ha pubblicato le sillogi poetiche Optica (2023, Eretica Edizioni) e Kósmos (2024, Ladolfi Editore).

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