L’INSEGNAMENTO DEI SOCIAL? L’INUTILITÀ DELLE MASSE (di Edoardo Monti)
Ricordo ancora il giorno in cui venni insultato per la prima volta da qualcuno sui social network, ormai diversi anni fa. Il casus belli era stato un mio commento – non rivolto ad alcun utente in particolare – ove citavo un evento storico: insomma, qualcosa che non perteneva alla sfera delle opinioni, bensì a quella dei fatti acclarati.
Poiché l’ingiuria era andata malignanente sul personale, il primo impulso fu quello d’indirizzare al mio aggressore (e difatti mi misi a scriverle) parole degne di De Pedis, il feroce boss della Magliana: “Prova a venire dove abito – ti do l’indirizzo – e a ripetere ciò che hai detto: ti faccio saltare i denti!”

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Per fortuna, non premetti il tasto dell’invio. Mi abbandonai al classico paio di “respiri profondi” e capii che sarei passato dalla parte del torto, incorrendo, magari, in una denuncia per minacce violente.
Oggi gli utenti dei social possono stare tranquilli: non ho più l’anima posseduta da qualche criminale morto. Di fronte alle contumelie, o mi provo a imitare la signorile pungenza di un Indro Montanelli, oppure resto in silenzio, simulando un distacco dalle passioni da far invidia a Krishnamurti e Yogananda.

Col tempo, tra l’altro, mi sono accorto che la scelta di tale habitus – dettata dalle mie esperienze sul web – poteva esser altrettanto utile nel mondo reale. Anche lì, ogni giorno, si ha a che fare con gente che millanta nobiltà d’animo ed è lercia come una fogna; oppure, con scemette che parlano di Che Guevara soltanto perché la loro crush ce l’ha come idolo; o – ancora – con pusilli che elogiano l’anarchismo e poi chiaman la polizia se gli rubano l’auto.
La suburra della comédie humaine è sempre la stessa: sempiterna nelle proprie dinamiche essenziali. E se decidi – proprio come hai imparato a fare sui social – di ignorare le mille provocazioni dei suoi “maranza”, ti rendi conto d’infliggere loro il peggiore sgarbo possibile, frustrandone la smania di attaccare briga con qualcuno.

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Bisogna ammetterlo, dunque: le piattaforme interattive sono un mondo molto meno virtuale di quanto si pensi. Continuiamo a chiamarle social… ma il loro massimo insegnamento è che, con il 90 percento delle persone, non val la pena di scambiare nemmeno due parole.
Ovviamente, e con buona pace del purismo più integralista, fare a meno di questi media è diventato impensabile: l’antico Foro – in quanto piazza destinata non solo alle chiacchiere, ma pure agli affari – oggi è stato trasferito lì. L’errore, semmai, sta nel creder che in tale piazza si possa esporre l’Io più profondo, guadagnandogli fiumi di like.

poetica di Matteo Fais, Preghiere per cellule impazzite (Connessioni Editore, collana “Scavi Urbani), ed è disponibile in formato cartaceo e ebook:
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I social network, al contrario, van frequentati con lo stesso spirito col quale Machiavelli frequentava le basse taverne: ingaglioffandosi, adattandosi ai costumi dell’uomo medio – a cui sarebbe stato inutile far leggere Tito Livio. Per parlare di Tito Livio, ser Niccolò sceglieva altre sedi.
Dal momento in cui ho capito la suddetta verità, le offese subite in rete hanno iniziato a farsi più rare. Perché si sa: quando ti limiti a sfornare meme e battute – perlopiù per sottodotati –, il vulgus non ti dà noia. Anzi, ti ammira: perché con te ride come un idiota.
A questi social bisogna quindi guardare con gratitudine. Difatti, se da un lato ti coinvolgono in training di resistenza che richiamano Full Metal Jacket, è anche vero che ciò ti sarà utile per tutta la vita.
Edoardo Monti
Biografia
Edoardo Monti è giornalista pubblicista. Ha lavorato per diversi anni come freelance nell’editoria, collaborando con case editrici romane come Armando Editore e Astrolabio-Ubaldini. Nel 2017 ha iniziato a scrivere per Leggere:tutti, mensile del Libro e della Lettura, e dal 2023 è presidente dell’omonima cooperativa proprietaria della rivista.