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GLI “STUDIATI” (di Matteo Fais)

Fughiamo subito ogni dubbio: si può ragionevolmente essere certi che l’elettorato medio di Sinistra sia per molti versi più colto di quello di Destra e che possieda tendenzialmente un maggior numero di titoli di studio rispetto a quest’ultimo. Ergo, probabilmente, il caro vecchio Bonaccini non ha mentito avanzando la tesi che la porzione conservatrice sia sostenuta a livello elettorale dalle fasce sociali meno istruite ed economicamente più disagiate.

Tale ritornello viene ripetuto periodicamente dall’elettore di sinistra, come dai suoi rappresentanti politici, più o meno come quelle canzoni evergreen che si ripropongono puntualmente a ogni spettacolo televisivo, in occasione del Capodanno.

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A ogni modo, qui tutto il problema, come intenderanno bene le persone dotate di un minimo di arguzia, sta nel fare chiarezza intorno al concetto di cultura e al valore del titolo di studio. Insomma, cosa vuol dire essere colti? Ma soprattutto, ci si potrebbe domandare: colti in cosa?

In una società dell’iperspecializzazione, la cultura diventa un concetto tanto settoriale quanto vago e impalpabile, a tratti anche insignificante. Ci sono medici che sono dei serissimi professionisti nel proprio settore, pur non avendo letto, in un anno, un libro di narrativa o un saggio che esuli dalla propria disciplina. Similmente, vi sono poeti dotati di sovrumana capacità stilistica e compositiva, per i quali il cuore non esiste come materia organica ma unicamente letteraria – probabilmente, costoro non saprebbero neppure localizzare i diversi organi, se glielo si domandasse. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Considerate per un attimo il ragioniere che svolge l’attività di amministratore di condominio: siete sicuri che voi riuscireste anche solo a muovervi all’interno di un programma gestionale, o magari a rapportarvi ogni giorno con 50 condomini inferociti, ognuno con il proprio reclamo e la pretesa di venire prima di qualsiasi cosa?

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Anche sul titolo di studio, vi sarebbe poi da discutere. Tutti quanti abbiamo un’amica psicologa – e, sia chiaro, nessuno vuole negare l’impegno di questa nell’essersi guadagnata un riconoscimento accademico. Eppure, si può star certi che difficilmente vi spingerete fino a dire che un suo discorso vi ha illuminati come la lettura di un testo di Lacan o Jung. Oppure, si prenda il caso degli attuali medici di base. Rispetto al passato, in cui chi ricopriva il ruolo doveva essere un quasi tuttologo, quando si ricorreva allo specialista solo come extrema ratio, oggi questi professionisti sono poco più che smistatori di materiale umano verso i diversi colleghi. Come diceva qualche maligno, tale ruolo lo potrebbe ricoprire finanche un’infermiera con 20 anni di attività in un ospedale pubblico. E, giusto per non far mancare nulla alla casistica, pensate a quanta gente c’è oggi, nel mondo, che, tramite YouTube, parla di filosofia e lo fa infinitamente meglio del vostro svogliato e trasandato professore del liceo.

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Come avrete cominciato ad arguire, cultura e titolo di studio sono termini per molti versi vuoti, se non valutati analizzando i singoli casi. E, soprattutto, una conoscenza specialistica in una determinata materia non è garanzia del fatto che chi la possiede riesca a muoversi in ogni ambito della realtà con altrettanta consapevolezza e in modo performante. Il più grande traduttore di Baudelaire potrebbe essere una persona che, spento il computer e chiuso Word, non è in grado di fare niente di più che aprire una bottiglia di vino e annegare la propria angoscia fino a perdere i sensi – per carità, anche l’autodistruzione è un’arte, come insegna magnificamente la poetessa americana: “Dying / Is an art, like everything else. / I do it exceptionally well. / I do it so it feels like hell. / I do it so it feels real. / I guess you could say I’ve a call”.

Certo, poi, alcuni diranno che la cultura umanistica è un caso a parte – che è un modo gentile per dire che non serve a un cazzo. In realtà, è ben possibile che il medico non capisca niente di politica, situazione internazionale, conflitto in Medioriente, tasse e via dicendo. Altrettanto potrebbe dirsi di tanti commercialisti e avvocati.

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Sicuramente, un certo genere di studi è più probabile conduca a un tipo di forma mentis maggiormente adatta ad allargare i propri orizzonti – non è un caso che un tempo, per chiunque ambisse a una qualche posizione di un certo prestigio, gli studi classici fossero una tappa obbligatoria nel percorso di istruzione superiore. Ma, inutile ribadirlo, nessun titolo garantisce una determinata elasticità – a dirla tutta, neppure una maggiore profondità, tant’è che un laureato in medicina può non riuscire minimamente a sopportare una serata all’Opera per ascoltare Der Ring des Nibelungen di Wagner. Si può, addirittura, essere primari e condividere in buona misura l’antropologia di un impiegato qualsiasi delle Poste.

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A ogni buon conto, parlandosi fuori dai denti, quando Bonaccini si riferisce a questa presunta classe culturalmente superiore, sta parlando principalmente alla vanità di coloro che frequentano con maggiore assiduità i Feltrinelli e Mondadori Store, i quali per tal motivo si sentono sto cazzo. In verità, questa è gente che ha letture quali L’amica geniale, o i vari romanzetti di qualcheduna di queste scrittrici che propongono sempre la stessa solfa sulla donna che ritrova sé stessa, o in lotta con il patriarcato – delle volte, tale lotta anti patriarcale si svolge a Napoli e, allora, è proprio l’ecatombe. Insomma, sì, c’è qualcuno che legge, ma stronzate. Salvo qualche accademico, il grosso delle letture che si fanno in Italia sono di tale natura e, pertanto, inutili. Non parliamo dei Céline o dei Houellebecq, dei Foucault e dei Marcuse, dei Moravia o Morante, delle Romano o Cavalli, Valduga o Anedda. Si tratta, insomma, di gente che frequenta qualcosa di appena più evoluto del circolo del cucito di piazzetta Padre Pio.

Ecco, Bonaccini non parla alla gente di cultura, ma a coloro che si lustrano il piffero allo specchio, compiacendosi per aver letto tutta la cinquina finale dello Strega; a coloro che vedono nella povera Michela Murgia – sempre sia lodata – una nuova Simone de Beauvoir. Ma questi non sono intellettuali, o superiori a nessuno, sono solo gli studiati, quelli che credono di fermare la guerra con i buoni sentimenti e non con i droni, che abboccano a favole quali il gender gap e alle stronzate “Free Palestine”. L’ignoranza, se il modello sono loro, potrebbe solo essere una benedizione.

Matteo Fais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni). 

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