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MEDITAZIONI DEMOCRATICHE – WALTER LIPPMANN, UN DEMOCRATICO SUI LIMITI DELLA DEMOCRAZIA (di Matteo Fais)

George Orwell, nel suo famoso articolo Fascismo e democrazia (di cui vi lascio qui la mia traduzione https://ildetonatore.it/fascismo-e-democrazia-di-george-orwell-trad-it-di-matteo-fais/), ammette che non tutte le critiche di comunisti e fascisti nei confronti della democrazia sono infondate. Naturalmente, però, fa notare l’autore di 1984, tali loro appunti vengono vanificati dal fatto che costoro propongano modelli alternativi che sono infinitamente peggiori di ciò che vorrebbero demolire.

Walter Lippmann, invece, come analista critico della democrazia – si veda, a tal proposito, il suo La pubblica opinione del 1922 –, ha una marcia in più, essendo a sua volta un democratico che considera i limiti dell’unico modello in cui lui stesso crede.

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C’è da tenere bene a mente che, da tali vincoli stringenti, è il primo a non dichiararsi esente. Ecco perché, anche in tal senso, lo si può ritenere superiore ai vari teorici del potere. Mentre questi, da ingenui deterministi, parlano sempre di forze condizionanti che, non si capisce mai bene come, ma avrebbero effetti nefasti su tutti fuorché loro e altri pochi eletti, egli non si pone al di sopra dell’umano consesso.

L’altra caratteristica che distingue Lippmann dai consueti filosofi è che lui non è mai stato un animale accademico, bensì un giornalista, uno che, insomma, ha vissuto a stretto contatto con i fatti e la costruzione di questi – in particolare, nel suo caso, la Prima Guerra Mondiale. Quindi, ha avuto diretta esperienza – in prima persona – della macchina della propaganda.

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La sua critica ha il grande pregio di avere come orizzonte tanto il macro quanto il microcosmo, l’uomo nella sua interiorità come il mondo sociale a esso circostante. Il suo primo passo consiste nel rendersi conto che vi è un errore di fondo nell’ottimismo illuminista di stampo democratico, ovvero nell’idea di un cittadino perfettamente informato su tutto, capace dunque di una deliberazione razionale in società. L’essere umano non è mai questo: il mondo intorno a lui è troppo vasto perché egli possa conoscerlo fino in fondo. Tanto più che i nostri mezzi intellettuali sono molto limitati. Nelle sue parole: “Il mondo con cui dobbiamo avere a che fare politicamente è fuori dalla nostra portata, fuori dal nostro campo visuale, fuori dai nostri pensieri […] L’uomo non è un dio aristotelico, capace di contemplare con un solo sguardo l’intera esistenza. È la creatura di un’evoluzione, appena in grado di abbracciare una porzione di realtà che gli consenta di sopravvivere e di strappare al tempo pochi attimi di intuizione e felicità […] Un po’ alla volta si costruisce nella mente un’immagine attendibile del mondo che sta al di là della sua portata”.

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Tale rappresentazione dell’esistente, che lui chiama lo pseudo-ambiente (pseudo-environment), è, in buona misura, il frutto delle nostre ridotte – tanto a livello geografico quanto temporale – esperienze, quanto di informazioni di seconda mano e propagandistiche di cui siamo vittime. Pensateci: quanta gente conoscete che parla dell’America senza esserci mai stata, sulla base di qualche articolo di giornale, se non di post complottisti? Che cos’è per loro quel luogo che corre da New York a Los Angeles, passando per città che non sono mai assurte all’onore delle cronache per noi europei? Nella migliore delle ipotesi, si figurano gli US partendo da qualche film, spesso ambientato nella Grande Mela, come se la metropoli presentasse le medesime situazioni di una realtà di provincia. Similmente, potreste sentire parlare i cosiddetti italoamericani di nostalgia per il Belpaese – che per loro è sempre fantastico “sole, mare, pizza” – salvo poi scoprire che, da tre generazioni, nessuno di loro ha mai neppure rimesso piede per una vacanza sullo Stivale.

Siamo, insomma, tutti, i più scemi come i più intelligenti, segnati da un grave deficit nella nostra cognizione del mondo, eppure tendiamo a rappresentarcelo, a crearci delle mappe mentali. Lo facciamo ognuno secondo dei filtri culturali che lui chiama stereotipi, frutto della nostra antropologia di riferimento e della classe sociale da cui proveniamo. Con essi, cataloghiamo e interpretiamo i vari elementi con cui entriamo in contatto, spesso senza mai un reale riscontro del valore di verità di questi. Volgarmente, sovente non conosciamo neppure la persona con cui dividiamo il letto coniugale, figurarsi cosa possiamo sapere dell’andamento del pianeta dalla Corea all’Australia – da bravi seguaci degli stereotipi più comuni, magari ci diremmo che, in fondo, “tutto il mondo è paese”.

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Aggiungete a tale quadro, già di per sé non esattamente positivo, che queste informazioni con le quali costruiamo la nostra immagine del mondo sono frequentemente, come si diceva, di seconda mano, mediate da qualcuno che non è detto abbia l’interesse a trasmetterci una visione oggettiva della realtà, persino quando è la sua e l’ha sperimentata in prima persona. Quindi, uno potrebbe dire: “Ah, ma io per conoscere l’America non mi limito a quel che riportano i giornali italiani e leggo anche quelli d’oltreoceano”. Encomiabile sforzo, non c’è che dire, ma chi ci garantisce che quei giornali siano più obiettivi dei nostri, che i loro finanziatori non siano altrettanto propensi a invogliare i propri dipendenti alla manipolazione come fanno, qui, quelli che siamo abituati a conoscere da decenni?

Se avete un po’ di orecchio allenato, avrete sentito echeggiare l’annosa domanda su cosa sia la realtà, esattamente come avrete capito che Lippmann, come ogni grande filosofo, era prima di tutto un grande psicologo. Egli aveva ben capito che ogni uomo, persino il politico, è una minuscola idiosincrasia individuale che assolutizza la propria distorsione convincendosi della portata onnicomprensiva di questa. Mentre non riesce a capire neppure cosa avviene nel proprio giardino, l’uomo medio spara giudizi sul mondo e fornisce soluzioni per ogni crisi o emergenza, come se veramente riuscisse ad abbracciare, in quindici minuti di consultazione quotidiana delle notizie principali, una complessità che richiederebbe una mente divina per essere contemplata.

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È uscita la seconda raccolta  
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Ma forse, fino a questo punto, vi è ancora qualcosa che sfugge, qualcosa che potrebbe far suonare il nostro teorico come il solito critico della manipolazione mediatica. In realtà, il discorso va molto oltre. Il problema vero della democrazia è che pretende troppo dalle modeste possibilità cognitive dell’essere umano. Nessuno potrà mai abbracciare lo scibile che servirebbe per muoversi nel mondo senza produrre l’effetto dell’elefante nella cristalleria. Anche il giornalismo e il mondo mediatico, nella migliore delle ipotesi, essendo sempre portati avanti da uomini, ne rispecchieranno i limiti intrinseci.

Tutti quanti tendiamo a preferire “massimo e maggiore, minimo e minore, non ci garbano le parole come piuttosto, forse, se, oppure, ma, verso, non del tutto, quasi, temporaneamente, parzialmente. E tuttavia quasi tutte le opinioni sulle questioni pubbliche hanno bisogno di un ridimensionamento di questo genere, ma quando non ci controlliamo, tutto tende a comportarsi in modo assoluto: cento per cento, dappertutto, per sempre”. E, peggio ancora, “Quando odiamo violentemente una cosa, noi facilmente le associamo come causa o effetto la maggior parte delle altre cose che odiamo o temiamo violentemente. Possono essere non più legate tra loro di quanto lo siano il vaiolo o le osterie, o la relatività e il bolscevismo, ma sono avvinte nella stessa emozione […] Ogni cosa può essere messa in rapporto a ogni altra cosa, purché desti lo stesso sentimento”.

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Attenzione, però, la posizione di Lippmann è tutt’altro che assimilabile a un relativismo spicciolo secondo cui, dati i difetti diffusi presso l’umanità, tutti quanti staremmo sul medesimo piano. Il noto giornalista è un sostenitore della specializzazione estrema come sola garanzia della possibilità di approssimarsi a una qualche verità (“La mia tesi è che il governo rappresentativo, tanto nella sfera che solitamente vien detta politica che in quella dell’economia, non può funzionare bene, quale che sia la base del sistema elettorale, se non c’è un’organizzazione indipendente di esperti che renda comprensibili i fatti non visti a quelli che devono prendere le decisioni”).

Da buon democratico, egli semplicemente ci mette in guardia da certi meccanismi mentali presenti in ognuno, proprio nel tentativo di giungere a una posizione di tolleranza diffusa (“Solo quando ci abituiamo a riconoscere nelle nostre opinioni un’esperienza parziale vista attraverso i nostri stereotipi, diventiamo veramente tolleranti verso l’avversario. Senza quest’abitudine noi crediamo nell’assolutezza della nostra visione, e di conseguenza nel carattere perfido di ogni opposizione”).

Si aggiunga a tutto ciò che, come si sarà intuito, Lippmann è anche un severissimo contestatore di quelli che stabiliscono indebiti nessi causali tra aspetti dell’esistenza che, tra loro, non hanno alcuna attinenza, insomma coloro che oggi chiamiamo complottisti. I suoi motteggi nei loro confronti sono davvero squisiti: “Trasformiamo gli oppositori in scellerati e cospiratori. Se i prezzi salgono spietatamente, vuol dire che i profittatori hanno cospirato; se i ricchi sono troppo ricchi, è perché hanno rubato; se un’elezione molto combattuta è stata persa, l’elettorato è stato corrotto; se un uomo di governo fa qualcosa che si disapprova, è stato comprato o influenzato da qualche losco individuo […] se si è alla ricerca nevrastenica di complotti, si finisce per vedere tutti gli scioperi, il Piano Plumb, la ribellione irlandese, la sommossa araba, la restaurazione di re Costantino, la Società delle Nazioni, i disordini messicani, il movimento per ridurre gli armamenti, il cinema alla domenica, le gonne corte, l’infrazione delle leggi proibizionistiche, il risveglio dei neri, come ramificazioni di un qualche grandioso complotto macchinato da Mosca, o da Roma, o dalla Massoneria, o dai giapponesi, o dai Savi di Sion”. Insomma, se la verità è difficile da guadagnare, non per questo non esiste e, no, palesemente, non è tutta colpa dei fantomatici ebrei che muoverebbero le fila del mondo a livello sotterraneo, come vaneggia, oggigiorno, una parte dell’opinione pubblica.

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Certo, quanto detto lascia più disperazione che pensieri positivi sulla democrazia e l’effettiva possibilità di realizzazione di questa. Anche l’idea di una comunità di esperti, indipendenti da qualsiasi condizionamento o gioco di potere, attualmente, dopo la grande lezione della postmodernità riguardo alla compromissione tra scienza e interessi economici, appare fantascientifica, se non pura utopia, ma c’è da considerare che l’autore scriveva più di cent’anni fa, prima ancora della Seconda Guerra Mondiale.

Ciò che conta è che Lippmann, pur riconoscendo le carenze strutturali del sistema entro cui era immerso, non ha mai ceduto al fanatismo del rifiuto della dialettica, per sostituirla con il culto della dittatura illuminata, diversamente dai mille milioni di cretini che quotidianamente affollano i social, con le loro critiche al mondo occidentale, i cui valori vorrebbero vedere cancellati dall’avanzata di un uomo quale quello che oggi siede al Cremlino. L’americano ci aveva messi in guardia da tali idioti già nel 1922.

Matteo Fais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).

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