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PROBLEMI DELL’AMERICANIZZAZIONE: ULISSE NON È BATMAN (di Matteo Fais)

Il primo problema sta nel credere che gli americani non abbiano una storia. In verità, negli ultimi due secoli, hanno dato vita a una quantità di prodotti culturali spaventosa, dalla musica al cinema, dalla poesia alla tecnologia, passando per il romanzo. Oramai, anche loro hanno una propria epica, estetica ed etica. Lasciamo perdere, adesso, il discorso ottusamente identitario del “siamo meglio noi o loro”. Ogni terra e ogni tempo generano un determinato sistema culturale utile – quando lo è – in tale contesto, la cui validità può essere soppesata solo entro certe coordinate spazio-temporali.

La stupidità nevrotica di chi critica l’ancestrale divisione dei ruoli tra i generi è folle proprio per tal motivo, perché non capisce come questa fosse una naturale risposta a una certa situazione economica e antropologica. Volgarmente, non esiste niente che sia giusto o sbagliato in assoluto, in ogni tempo e paese. Ecco perché fa sorridere la propensione ultracontemporanea a valutare uomini nati nel primo Novecento con parametri sorti nel Nuovo Millennio. Noi non potremo mai comprendere la vita di chi non aveva il bagno in casa e non immaginava neppure la possibilità del frigorifero o della lavatrice – provate a fare a meno di questi semplicissimi comfort e vedrete come anche il vostro modo di pensare muterà radicalmente.

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Ora, la questione di un’Odissea messa nelle mani di un americano sta proprio qui – sì, lo so, sto parlando senza avere visto il film, perché il mio discorso va oltre il caso peculiare di Nolan. Non è che gli americani siano scemi – come pensano tutti i cretini del Vecchio Mondo –, ma semplicemente gli americani sono americani. Vivono entro un diverso sistema mentale commisurato alla loro terra, all’andamento della propria storia.

Se volete, per comprenderci, è un po’ la sensazione che abbiamo noi guardando un loro film o serie televisive, quando vediamo i ragazzini delle superiori o del college che sembrano passare più tempo a giocare a baseball o football che a studiare, o anche solo quando notiamo che si spostano di stanza in stanza, fin dalla high school, per seguire le diverse lezioni, cosa che da noi capita solo all’università. Oppure, ecco, come quando vediamo i partecipanti a un funerale che, dopo la funzione, si recano tutti a casa dei famigliari del defunto, portando ognuno una vivanda. Ma, tanto per abbondare, pensate al nostro raccapriccio nell’osservarli bere whiskey o tè accompagnando la bistecca. Sono cose così, come si diceva decenni addietro, all’americana.

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Il punto è che chi comanda il mondo e ha sempre vissuto entro tale visione, tra mito del Far West, del self-made man, eroi e villains, spostamenti coast to coast come se niente fosse, si può ragionevolmente dubitare che riesca a comprendere lo spirito omerico dell’VIII sec. a.C. Insomma, la faccenda è che, a meno che uno non sia uno studioso accanito e decennale di epica, facendo un film su quel mondo, tenderà a tramutarlo in un’America ante litteram e a trasformare ogni eventuale protagonista positivo in un Batman con un vestiario solo meno tecnologicamente all’avanguardia e dotato di cavallo in luogo della Batmobile.

Questioni quali il Destino o il ritorno alla Terra natia, per uno che ha sempre creduto nel farsi da sé, e che magari si è laureato a New York per poi finire a lavorare a Los Angeles, sono naturalmente fuori dalla sua weltanschauung. Ci sta! L’universo antico è sfaccettato, molto diverso nelle sue fasi principali, certo non facile da comprendere con la mentalità odierna.

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Ecco perché il Sartre di Che cos’è la letteratura? aveva ragione da vendere dicendo che ogni opera è storica. In effetti, la posizione secondo cui la vera arte sarebbe atemporale e parlerebbe allo stesso modo a tutta l’umanità, in ogni tempo e paese, è una sciocchezza tipica di chi dell’universo artistico non ha capito niente. Solo un somaro può realisticamente pensare che Il ritratto di Dorian Gray sarebbe stato scritto allo stesso modo da Oscar Wilde se questo fosse stato, in luogo di un autore del periodo vittoriano inglese, un attuale rappresentante dell’ideologia queer nel Regno Unito. Il noto romanzo è palesemente un modo per raccontare la vita della comunità omosessuale, a mezzo di uno stratagemma narrativo, in un periodo in cui ciò non era consentito.

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L’unica cosa vera è che una grande opera può spesso essere usata, almeno in chiave allegorica, per capire il presente o quantomeno alcuni suoi aspetti – non senza alcune forzature che, in filosofia, si chiamano molto elegantemente interpretazioni ermeneutiche. Si potrebbe, per esempio, leggere Lolita di Vladimir Nabokov, in un paese islamico, come la metafora di una disparità di genere socialmente malsana e da rovesciare – spoiler: è già stato fatto, cercate Leggere Lolita a Teheran della scrittrice iraniana Azar Nafisi.

Dunque, in via del tutto teorica, non ci sarebbe niente di male se Christopher Nolan proponesse, come in effetti ha fatto, un’Elena di Troia nera o se – spero che questo ce lo risparmi – mettesse su pellicola un Ulisse che pellegrina ramingo, come un uomo alterato, dopo aver litigato con la moglie, e si prende tutto il tempo necessario per decostruire la propria mascolinità tossica. Certo, ci vorrebbe molta fantasia, ma la cosa non sarebbe impossibile, né si tratterebbe della prima volta. C’è un film bellissimo e poco noto in Italia, Ruby Sparks, diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris, che è fondamentalmente una proiezione del mito di Pigmalione nell’America di oggi.

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Sì, si può fare tutto, basta sapere – e renderlo anticipatamente noto al pubblico – che non si vuole ricostruire niente di filologicamente accurato ma qualcosa di semplicemente ispirato al mito. Ed ecco, io credo, per farla breve, che un americano difficilmente potrà raccontare il mito greco e tutta la tradizione che questo si porta dietro senza rifrangerlo attraverso le categorie della propria cultura, esattamente come noi potremmo sì farci influenzare dalla scrittura di Carver o Dubus, ma mai scrivere esattamente le loro storie perché quelle sono narrazioni americane. Bisognerebbe aver respirato la loro stessa aria, essere abituati all’uomo fallito che, nel proprio yard, si vende i mobili perché deve sbarazzarsi di tutto quel che possiede per andare a cercar fortuna lontano – qui, se il mio vicino si mettesse a vendere chincaglieria fuori dalla porta del palazzo, chiamerei la Neuro.

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Sesta uscita per la collana “Scavi Urbani”: Senza impegno, di Francesco Di Gennaro (prefazione di Matteo Fais). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
(cartaceo 10 euro)
(ebook 5 euro – gratuito per gli abbonati a Kindle Unlimited)

L’unica cosa che, onestamente, può far saltare le coronarie è che il woke, da sempre molto attento a difendere certi prodotti culturali delle minoranze da presunte indebite appropriazioni – tipo: un bianco non deve raccontare storie con protagonisti neri –, ritenga che sia tutto da difendere tranne la nostra tradizione occidentale, che egli vive con profondo senso di colpa. Ragionevolmente, tale mancanza di tatto, come sottolineano certe dichiarazioni di Lupita Nyong’o (l’Elena nera), è davvero intollerabile. A quelle sue esternazioni, poi, secondo cui in Omero la presenza femminile sarebbe marginale, meglio non rispondere o ci sarebbe da sganciare un’atomica.

Matteo Fais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).

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