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I VERDI TEDESCHI SCOPRONO CHE ANCHE GLI UOMINI ESISTONO, MA LI VOGLIANO ANCORA RIEDUCARE  (di Matteo Fais)

Quando si parla di progressisti, è quasi lapalissiano che, ogniqualvolta cerchino di far fronte ai danni da loro stessi causati, la toppa sia peggio del buco. Sono anni che la Sinistra racconta l’uomo quasi esclusivamente in negativo: tossico, accusato di occupare troppo spazio – manspreading si chiama questa loro invenzione del menga –, votato a interrompere le libere associazioni del pensiero femminile con le sue critiche, eternamente privilegiato e portato a difendere tale vantaggio. Proprio lui che non dovrebbe guardare, parlare,  spiegare, né tantomeno ostentare un atteggiamento paternalistico.

Poi, improvvisamente, qualcuno si è accorto che milioni di ragazzi stavano cercando altrove una risposta alla domanda più banale del mondo: “come si diventa uomini?” Così arriva il manifesto di alcuni esponenti dei Verdi tedeschi sulla “mascolinità moderna” (https://joswig.eu/2026/07/03/moderne-maennlichkeit/?utm_source=chatgpt.com). E bisogna riconoscergli un merito, cioè contenere una frase che rifulge sulla banalità dell’intero documento: “Abbiamo definito ciò che gli uomini non dovrebbero essere, ma abbiamo dimenticato di offrire un’alternativa”.

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Esatto! È probabilmente la prima autocritica proveniente da quell’area politica. Per lungo tempo si è pensato bastasse demolire il vecchio modello maschile perché ne nascesse automaticamente uno nuovo. Non è andata così. Il vuoto, in politica come in natura, non dura mai. Se tu non dici a un ragazzo chi può diventare, ci penserà qualcun altro. Loro hanno individuato i vari Andrew Tate, la manosfera, gli influencer identitari, il guru che promette disciplina, soldi, donne e rispetto – obiettivamente, tra questi, la feccia abbonda e tracima come da un water otturato.

Il manifesto lo capisce ed è questo il suo pregio. Poi, però, inciampa, perché dopo aver denunciato la mancanza di un modello positivo, finisce per costruire un altro decalogo: l’uomo moderno deve essere vulnerabile, inclusivo, emotivamente disponibile, alleato, capace di condividere il successo, pronto a mettere continuamente in discussione sé stesso. Tutte qualità rispettabilissime. Il problema è un altro: siamo davvero usciti dalla logica prescrittiva, dalla precedente fastidiosa pedagogia per uomini intemperanti?

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Un tempo esisteva il maschio alfa, adesso sembra esistere quello certificato ESG (Environmental, Social, and Governance), ovvero un prodotto conforme a tutti gli standard etici e sociali contemporanei: inclusivo, empatico, attento alle parole che usa, emotivamente competente, ecc.

Il linguaggio cambia, il meccanismo resta sorprendentemente simile. La contraddizione è evidente. Il testo proclama che esistono infiniti modi di essere uomini – cito testualmente –, poi va avanti per un numero infinito di righe a spiegarti quale sarebbe quello giusto.

Ancora più interessante è ciò che manca a questo scritto. Gli autori parlano molto di identità e pochissimo della realtà materiale. Non si interrogano sul fatto che i ragazzi stanno andando peggio a scuola delle ragazze. Non parlano della solitudine maschile come fenomeno sociale. Non affrontano il tema dei padri separati. Non riflettono sulla perdita di lavori tradizionalmente maschili, sulla deindustrializzazione, in merito alle morti sul lavoro, sulla crescente difficoltà di molti uomini nel costruire relazioni affettive stabili. Insomma, descrivono una crisi culturale quando probabilmente ne esiste anche una economica, educativa e istituzionale.

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La loro risposta resta interna al paradigma femminista. Lo dichiarano apertamente: la mascolinità moderna è parte del femminismo – sto sempre citando testualmente. Ecco che il manifesto smette di essere universale e torna a essere un documento di partito, riconducibile a una ben specifica identità ideologica. Non perché tutto il femminismo sia stato in assoluto sbagliato, nella storia, sia chiaro, così come la rabbia delle donne in altri decenni – sarebbe una sciocchezza sostenerlo. Esso ha contribuito a demolire strutture che meritavano di crollare, ma sostenere che ogni riflessione sull’identità maschile debba necessariamente passare attraverso quella lente significa escludere in partenza altre possibilità. Esiste uno spazio per pensare la condizione maschile senza farne una semplice appendice del discorso femminista? La domanda resta aperta e problematica, ma certamente non possono essere loro a insegnarci come essere uomini – anzi, buona parte delle storture odierne deriva dall’essersi sottomessi alla narrazione della mascolinità perfetta attuata da delle donne.

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Il passaggio più intelligente del manifesto, curiosamente, è anche quello più tradizionale. Quando gli autori scrivono che un uomo può desiderare di mantenere la propria famiglia e che tale propensione merita rispetto, recuperano un’idea che per anni una parte del progressismo aveva guardato con sospetto. Non la leggono come dominio, ma come cura. È un cambio di prospettiva sottile, ma significativo. Potrebbe quasi sembrare che qualcosa si stia incrinando anche da quella parte, che effettivamente qualche insospettabile cominci a capire che trattare gli uomini esclusivamente come un problema politico produce effetti disastrosi. Non solo per gli uomini, ma per la politica stessa.

Palesemente, il manifesto dei Verdi tedeschi non rappresenta una rivoluzione. È solo il tentativo di evitare che l’intero discorso sulla maschilità venga consegnato alla Destra. Si tratta di un tentativo disperato, privo di lucidità, un gioco di prestigio palesemente falso e incompleto. La domanda decisiva resta senza risposta: se un ragazzo di quindici anni chiedesse, oggi, perché dovrebbe guardare ai progressisti invece che ad Andrew Tate, sapremmo offrirgli qualcosa di più di un elenco di virtù civiche, alla stregua di nuovi Dieci Comandamenti, su cui edificare una disciplina di vita virile?

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Francamente – e penso di parlare a nome di molti, anche di quelli, come me, più ragionevoli – siamo stanchi di seminari permanenti sulla decostruzione del sé. Sappiamo benissimo come essere uomini senza risultare bestie – almeno noi civilizzati. Lo abbiamo appreso attraverso le canzoni di Bruce Springsteen, i film di Bergman e Allen, i libri di Dubus e Carver. Non ci dovete ribadire l’ovvio, specie in un momento storico in cui il nostro Paese è preso d’assalto da gente che viene da fuori e certo non condivide la nostra visione tollerante, oramai incompatibile con qualsiasi modello patriarcale e maschilista.

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Ma resta un ultimo e abissale problema sulla mascolinità su cui nessuno si interroga, meno che mai questo manifesto, perché la risposta potrebbe suonare decisamente problematica per il fronte progressista: sia come sia l’uomo del nostro tempo, siamo sicuri che la donna lo voglia poi così mansueto, empatico, controllato e meno impositivo? Francamente, si fatica a crederlo, perlomeno quando si considera la donna media. La galassia della manosfera non ha propriamente tutti i torti quando fa notare – purtroppo, in modo più frignone che provocatorio – come siano ancora oggi i maschi più brutali e selvaggi, quando non proprio mezzo criminali, ad avere tendenzialmente più donne al proprio seguito. Questo è un dato che fa crollare tutti i discorsi femminili e ridicolizza la loro pomposa retorica. Chiunque viva nel mondo reale sa che in giro si vedono pochi playboy dalle spalle strette, alti appena 1,65, con la passione per la matematica pura. Tutto ciò non appare un caso. Al contempo, si fatica a trovare un’under cinquanta che faccia anche solo finta di pagare una cena. 

Alla fine possiamo raccontarci tutte le balle che vogliamo, ma come sempre un genere è un riflesso dialettico di ciò che l’altro predilige. La mascolinità, insomma, sarà diversa solo quando le donne saranno diffidenti e domanderanno altro da ciò che fino a oggi hanno chiesto. Prima di allora, date retta alla più antica saggezza: per sapere cosa vogliono realmente le donne, non dovete mai chiederlo alle interessate.

Matteo Fais

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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).

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