ROGGERO COME ANTIGONE: QUANDO LA LEGGE DIMENTICA LA GIUSTIZIA (di Matteo Fais)
“Tutti m’approverebbero, se a tutti non chiudesse la bocca la paura. Il vantaggio, fra i tanti, del tiranno è poter fare e dire ciò che vuole” (Sofocle, Antigone).
La Cassazione ha scritto la parola fine sul caso Mario Roggero: 14 anni e 9 mesi di carcere. “La giustizia ha fatto il suo corso”, “È giusto così”, grida una Sinistra sempre pronta a patteggiare per i delinquenti, a odiare chi lavora, a fare di tutto per sovvertire l’ordine delle cose, quello per cui le persone che vivono di espedienti dovrebbero vergognarsi e gli onesti lavoratori camminare a testa alta.

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La considerazione che sorge spontanea è ovvia: la giustizia non sempre coincide con il diritto. L’Occidente si interroga su questo da oltre duemila anni. Sofocle aveva già raccontato tutto con Antigone: da una parte Creonte, il sovrano che pretende obbedienza assoluta alla legge dello Stato; dall’altra una donna convinta che esista una legge più antica, più profonda, perfino più giusta di quella scritta dagli uomini. Ogni volta che il diritto entra in collisione con il senso comune della giustizia, Antigone torna a vivere. Accade anche ogni volta che uno scarto sociale viene a minacciare la mia famiglia, la mia attività attraverso la quale, volente o nolente, ho assunto una posizione in società – quella di chi contribuisce a mandarla avanti.

Mario Roggero non è un’eroina tragica, naturalmente. È un gioielliere che aveva già conosciuto rapine, paura e violenza. Un uomo che, dopo essere stato preso di mira più volte, è arrivato al punto di convincersi che, quando i delinquenti entrano nel tuo negozio, sei sostanzialmente solo di fronte a una brutalità che non è sottomessa alla stessa legge che vale per te. Tutto ciò è uno scandalo, un abominio in una società civile!
Da anni si ripete ai cittadini che non devono farsi giustizia da sé – cosa, sul piano teorico, indiscutibile. Lo Stato moderno nasce proprio per sostituire la vendetta privata con il Diritto. Ma questa pretesa comporta un patto: io rinuncio a difendermi oltre i limiti della Legge e tu, Stato, mi garantisci che la mia vita, la mia famiglia e il mio lavoro saranno realmente protetti. Quando questo accordo salta, resta soltanto una formula pronunciata nei tribunali e sempre meno creduta presso la pubblica opinione.

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Il caso Roggero divide perché molti italiani non vedono soltanto un imputato, ma un commerciante che, prima ancora di sparare, aveva perso la fiducia nella capacità delle istituzioni di impedirgli di diventare l’ennesima vittima.
Naturalmente il Far West non è una soluzione. Una società nella quale ciascuno decide autonomamente quando usare le armi sarebbe destinata a precipitare nel caos. Ma esiste anche un altro rischio, meno spettacolare e forse più pericoloso: una società nella quale il cittadino onesto si convince che, qualunque cosa faccia, sarà lui a pagare il prezzo più alto. Perché la sensazione che resta, al di là delle motivazioni giuridiche, è questa.

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Chi rispetta le regole vive spesso con il timore di violarle nel momento in cui tenta di salvare sé stesso. Chi le infrange sistematicamente, invece, sembra diventare il parametro attorno al quale tutto il sistema misura la propria prudenza. Sarà anche una percezione, come dicono i Sinistri quando si parla del pericolo migratorio, ma una percezione diffusa nasconde sempre una misura di verità e cambia il rapporto tra i cittadini e lo Stato più di qualsiasi riforma.
La sentenza su Roggero non riguarda soltanto un uomo, bensì il messaggio che arriva a migliaia di persone oneste che ogni mattina alzano la serranda sapendo che potrebbero essere rapinati, a chi vive in quartieri dove la criminalità è una presenza costante e, in special modo, a chi paga le tasse proprio perché crede nel patto civile.

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Tutti sappiamo che, in teoria, la forza appartiene esclusivamente allo Stato. Ma allora questo deve essere presente quando serve, non soltanto dopo. Deve impedire che un uomo venga rapinato per l’ennesima volta; fare in modo che chi sceglie il crimine trovi una risposta certa, rapida ed efficace; convincere il cittadino che affidarsi alla legge non significa semplicemente rinunciare a difendersi, ma scegliere una protezione migliore. Quando questa convinzione vacilla, Antigone non può che tornare alla nostra coscienza con la forza del suo gesto ribelle.
Ora, assumendomi la piena responsabilità di ciò che scrivo, lasciatemi dire che io sto dalla parte del signor Roggero, senza se e senza ma, dalla parte delle persone perbene vittime di uno Stato ormai nelle mani dei poteri paralleli della Sinistra – non fatemelo dire o mi arrestano – che deliberatamente spingono per il caos e il disordine, per far saltare ogni parametro della civile convivenza.

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Sottolineate le mie parole: se mai una nuova forma di autoritarismo dovesse nascere, oggi come oggi, sarà a causa di questi lestofanti incompatibili con qualsiasi sistema democratico che, da decenni, lo stanno minando dall’interno. Sarà una risposta violenta, la necessità ultima di chiudere i conti con questi figli di puttana animati dalla pulsione malsana di vedere il proprio popolo soccombente.
Non vorrei doverlo ammettere, ma la misura è colma, la convivenza con traditori e facinorosi impossibile. Due comunità abitano questo disgraziato Paese e non esiste la possibilità di una pacifica coesistenza, per il mero fatto che i sovversivi non possono trovare spazio in una società che voglia la pace, esattamente come il cancro in un organismo che aspiri a vivere.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).