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MEDITAZIONI LIBERALI – THOMAS SOWELL, UN UOMO SOLO CONTRO IL SISTEMA DEL WELFARE (di Matteo Fais)

Se guardo fuori dalla mia finestra, sul retro di casa, vi è un palazzone, dotato di un vasto cortile – o, perlomeno, è vasto per essere nel centro di una città metropolitana. All’interno di questo centro, in passato, vi è stata una comunità per bambini affidati ai servizi sociali. Successivamente, vi era un centro della Caritas, con vari barboni che soggiornavano nel cortile per buona parte della giornata. Al momento, il tutto è stato ampiamente ristrutturato e rimodernato. Non so quanti appartamenti vi siano all’interno, ma ipotizzo che siano fra i sei e i sette. All’interno di questi, vi è un po’ di tutto: gente in difficoltà, qualcuno agli arresti domiciliari che non aveva fissa dimora.

Una cosa che mi ha colpito è che, gettando inavvertitamente un’occhiata all’interno delle stanze che potevo scorgere, ho notato che, pur avendo le imposte aperte, per poter fumare affacciati – e fumano continuamente -, i loro climatizzatori sono perennemente accesi a 16°.

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Potrà sembrare una sciocchezza, ed è certo niente rispetto ai tanti più o meno grandi sperperi che sono in atto in questa Nazione, ma domandatevi quanti di voi possono permettersi, con un normale lavoro, di tenere acceso il climatizzatore ventiquattr’ore su 24, a 16°. Sono persuaso che non siate in molti.

Ora, comprenderete bene che pensare a gente che vive di assistenza sociale usufruendo di una comodità simile, senza nessun riguardo, è quantomeno singolare. In realtà, tutto ciò è meno strano di quanto sembri. Lo Stato, la Regione, il Comune, o chi accidenti mantiene in piedi questa baracca non ha nessun interesse a trasformare questi poveracci in persone normali, che consumano in modo misurato, consapevole, senza sprechi, come tutti noi. Anzi, li fanno sentire vittime della società, fanno pensare loro che tutto gli sia dovuto, come una sorta di risarcimento per ciò che hanno dovuto patire, per il proprio fallimento sociale.

Come dice lui stesso, sono situazioni simili, che ha potuto vedere con i suoi stessi occhi, che hanno trasformato Thomas Sowell, dal nero marxista cresciuto ad Harlem, in un professore universitario allievo di Milton Friedman, il grande liberale.

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Interessante personaggio questo Sowell, un ultra novantenne, nato nel sud degli States, in piena Segregazione, e successivamente approdato a New York. Affascinante perché, diversamente da tanti suoi colleghi accademici, avanza una teorizzazione manifestamente fondata su un’osservazione e un confronto costante con la realtà dura e cruda.

Essendo un uomo di colore, per niente progressista, manco a dirlo, nei suoi confronti non sono stati risparmiati gli epiteti più ingiuriosi. Sowell sta davanti all’America come un nero che semplicemente rifiuta di essere un povero negro, vittima di secoli di schiavitù, indelebilmente registrati nella sua memoria, che ne avrebbero compromesso le capacità cognitive.

Ma non ci interessa qui di estendere l’elogio della sua persona che, in America, è già molto apprezzata presso il fronte conservatore e non solo – per citare un simpatico commentatore che parlava di lui, sotto uno dei tanti video che lo riguardano e che potete agilmente rintracciare su YouTube, “Sowell avrebbe dovuto essere il primo Presidente Americano di colore, ma non per una questione di razza, bensì per la sua saggezza”.

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Uno dei tanti aspetti del suo pensiero che risulta maggiormente intrigante e, al contempo, spiazzante è la sua totale avversione per il cosiddetto welfare state. È strano perché la comunità nera americana, così come i suoi intellettuali di riferimento, hanno sempre fatto un punto del fatto che tale garanzia fosse loro in qualche modo dovuta. Sowell, al contrario, da buon liberale, ha ben visto cosa si celi dietro il sistema dell’Assistenza.

Non è solo questione che, in puro stile americano, egli odia la carità di Stato. Tutto sta nel fatto che è riuscito a scorgere, dietro di essa, le maglie di un potere che vuole insinuarsi nei meandri della vita individuale, per meglio controllarla e plasmarla. Egli ha inoltre ben compreso che, come noto, la strada dell’Inferno è lastricata di buone intenzioni e la strada tracciata dallo Stato, se possibile, è ancora peggio di quella che conduce all’inferno: con la scusa di dare assistenza ai più bisognosi, la macchina statale finisce per invogliare sempre di più questi a permanere in uno stato di bisogno, a non affrancarsi, a vivere sotto la sua stretta giurisdizione.

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Naturalmente, lui quando scrive pensa in particolare alla condizione dei neri in America, per ovvie ragioni di vicinanza geografica, ma il suo discorso si potrebbe estendere a ogni presunta minoranza anche qui, o a tutti i figli della nostra emigrazione.

La sua tesi è che il welfare state toglie ogni dignità alle persone, poiché quei soldi che vengono elargiti, oltre che essere pochi, sono spesso dati a condizioni assurde – pensate a cosa si è visto in Italia con il Reddito di Cittadinanza che, oltre a essere un’esigua elemosina, poneva una serie di vincoli a colui che ne era beneficiario, quale ad esempio spendere tutta la cifra elargita, pena vedersi decurtata la somma il mese successivo.

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È uscita la seconda raccolta poetica di Matteo Fais, Preghiere per cellule impazzite (Connessioni Editore, collana “Scavi Urbani), ed è disponibile in formato cartaceo e 
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Al netto del fatto che ogni ragionamento è per sua natura estremista, nel senso che non potrà mai catturare la mastodontica complessità della realtà, e che dunque il totale annullamento dello stato sociale sarebbe una tragedia, è altresì vero che questo sistema, specie nelle mani dello Stato, non è improbabile che produca più sciagure che benefici. È Sowell per primo a sostenere, tanto per fare un esempio, che il fatto che il welfare venga elargito alle madri single può portare alla distruzione della famiglia, specie se lo stesso non viene dato a una famiglia unita. E si potrebbe continuare: pensate al fatto che, se trovate un lavoro per qualche mese, mentre ricevete assistenza, non vi conviene prenderlo, pena dover attendere altri mesi, dopo il licenziamento, per ricevere nuovamente un sussidio. O vogliamo parlare del fatto che si preferisca far chiudere una partita iva, invece di sgravarla dai suoi costi, quando gli introiti non sono sufficienti, invece di costringere la persona all’inattività.

Egli lo dichiara a chiare lettere: siamo di fronte a un sistema criminale, attraverso il quale sono in troppi a fare soldi, sulle spalle dei poveracci. Esattamente come sono in tanti, nei campus americani, con la scusa di voler venire incontro ai ragazzi di colore, che secondo loro non avrebbero le stesse possibilità dei bianchi, per evidenti condizioni economiche di partenza svantaggiate, a chiedere a questi sempre di meno, insomma a pretendere che recitino la parte degli scemi, dei minorati, invece che pretendere da loro di essere come gli altri. Inutile sottolineare che, peraltro, tale differenza di trattamento, invece che attutire, acuisce il naturale pregiudizio razziale.

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Terza uscita per la collana “Scavi Urbani”: Il cielo è uno straccio sporco nella stretta della materia, di Luca Parenti (prefazione di Matteo Fais). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
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Se ci pensate bene e allargate ancora un poco la visuale, vedrete che molti sistemi di tutela possono facilmente condurre a situazioni di svantaggio per chi ne partecipa. Pensate a tutti i ragazzi che, oggi come oggi, sono soggetti a programmi speciali di apprendimento, a scuola, per cui si richiede loro meno che agli altri, invece di invogliarli a migliorare, a superare i propri limiti. E riflettete, al contempo, su quanto la medicalizzazione di una grossa fetta della gioventù convenga a un sistema parallelo a quello dell’istruzione, fatto di pedagoghi, psicologi e psichiatri. Non è malignità pensare che tanta attenzione non sia priva di motivazioni latenti.

La grande intuizione del pensatore americano consiste proprio in questo, nell’aver capito che molto spesso lo Stato è più dannoso della comunità, che ciò che nasce per aiutare sovente conduce a perpetrare una condizione di inferiorità, che il welfare può diventare una strategia di controllo e un modo come un altro per dare lavoro a certa gente che ha tutto l’interesse a mantenere le persone in un determinato stato per avere un reddito garantito.

Contro il Moloch assistenzialista, la figura di quest’uomo di colore sorridente e determinato, per niente timoroso di attaccare le strutture del potere ma senza compiacersene, si erge con una potenza unica e liberatoria. Uno così, qui in Italia, non lo inviterebbero mai in televisione. Troppo equilibrato, analitico nell’esposizione, implacabile, non avvezzo alle urla circensi dei talk show. Palesemente, il suo contributo alla storia del pensiero è tanto importante quanto concreto.

P.S: quasi dimenticavo: in un’intervista ha dichiarato di non aver mai potuto sopportare la visione televisiva di almeno due Presidenti, tanto da cambiare ogni volta canale. I due in questione erano, ovviamente, Trump e Obama. Come si può non amarlo!

Matteo Fais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di  poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni). 

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