INVITO ALLA LETTURA DEL MODERNISSIMO FRANCESCO PETRARCA (di Matteo Fais)
Fuor di dubbio, qualsiasi cosa toccata dal sistema scolastico si inspessisce di polvere e si muta tra i pensieri in noia. Uno dei tanti autori vittime di questa sfortunata e misera sorte è certo il sommo Francesco Petrarca. Prima ancora di leggere i suoi versi, impariamo che cosa rappresentano, in quale periodo sono stati scritti, quali sono le loro caratteristiche, quali figure retoriche contengono, quale posto occupano nella tradizione letteraria italiana. Alla fine sappiamo tutto quello che dovremmo sapere del poeta, con la sola eccezione forse più importante: non abbiamo imparato a leggerlo e ad amarlo come merita – addirittura, alcuni sventurati si sono visti assegnare, in previsione dell’interrogazione, “solo alcuni versi” delle Chiare, fresche et dolci acque, come in un’oscena vivisezione della poesia.

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Ecco, quello a cui invece bisognerebbe aspirare è spingere i ragazzi a sentire questi versi, a farseli – se mi concedete l’espressione pomposa – suonare dentro, a vedere con gli occhi del turbamento quel “gentil ramo ove piacque /[…] a lei di fare al bel fiancho colonna”. Avvertite la musica, l’armonia che si irradia dal più sublime dei peeping Tom?
Eppure basterebbe prendere una pagina a caso del Canzoniere, nell’ora più tarda della notte, in cui l’insonnia ci fissa severa e giudicante, e leggerlo, alla peggio anche senza nessuna particolare preparazione.

Io, per esempio, adoro particolarmente il Sonetto XIII, che vi riporto qui di seguito, invitandovi, appunto, prima di tutto, a leggerlo, senza alcun filtro critico:
Quando fra l’altre donne ad ora ad ora
Amor vien nel bel viso di costei,
quanto ciascuna è men bella di lei
tanto cresce ’l desio che m’innamora.
I’ benedico il loco e ’l tempo et l’ora
che sí alto miraron gli occhi mei,
et dico: Anima, assai ringratiar dêi
che fosti a tanto honor degnata allora.
Da lei ti vèn l’amoroso pensero,
che mentre ’l segui al sommo ben t’invia,
pocho prezando quel ch’ogni huom desia;
da lei vien l’animosa leggiadria
ch’al ciel ti scorge per destro sentero,
sí ch’i’ vo già de la speranza altero.
Io credo, spero, o quantomeno mi auguro, che sia sufficiente scorrere tra queste sillabe, per rendersi conto che dentro i quattordici versi c’è qualcosa di così profondo e assoluto, capace di valicare ogni restrizione temporale, di essere contemporaneo solo all’eternità.

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Come noterete, la situazione è semplicissima: un uomo guarda una donna e, confrontandola con le altre, la vede diventare ancora più bella. Petrarca scorge Laura in mezzo ad altre e proprio la presenza di queste finisce per rendere ancora più evidente la sua leggiadria: “quanto ciascuna è men bella di lei / tanto cresce ’l desio che m’innamora”. Non avete bisogno di niente per capire tutto ciò, lo sapete per intima esperienza, anche ignorando ogni nozione riguardo il Medioevo e Umanesimo – sicuramente anche senza avere cognizione di chi sia questa benedetta donna, perché qualunque rappresentante del genere femminile è tale al cospetto degli occhi di chi la cerca.
C’è qualcosa di estremamente moderno in questo modo di descrivere l’innamoramento. Petrarca non si limita a dire che Laura è bella, bensì precisa il movimento del desiderio che cresce proprio mentre la osserva, in questa comparazione che annulla il mondo, lo rende contorno dell’oggetto d’amore – Sartre direbbe che la mia libertà crea la disposizione degli oggetti nel mondo, organizza lo spazio. Interessante, peraltro, questo “Tanto cresce ’l desio che m’innamora”: il desiderio non arriva alla fine dell’esperienza, come una sua conseguenza, bensì cresce insieme ad essa. Ne possiamo sentire l’evolvere, proprio come avviene per la malattia, dalle avvisaglie alla degenerazione.

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È difficile non riconoscere qualcosa di noi in una situazione del genere. Ci sono persone che, viste fra le altre, in mezzo alla folla, improvvisamente si stagliano al nostro sguardo – gli amanti del cinema ricorderanno la scena iniziale di Closer, con Jude Law e Natalie Portman che si scrutano dai lati opposti del marciapiede, mentre risuona la struggente The Blower’s Daughter di Damien Rice. Poche volte è stato reso a livello poetico, come quel film fa a livello visivo, il momento in cui una persona acquista, ai nostri occhi, per una strana magia o sortilegio, un’importanza così fortemente segnante e discriminante. Petrarca sa fermare quel momento e renderne la vertigine.
È questa, certamente, una delle ragioni per cui vale ancora la pena leggerlo: la grande letteratura non consiste soltanto nel raccontare avvenimenti eccezionali – anzi quasi mai, contrariamente a quel che si pensa –, ma nel trasporre un’esperienza comune e dare conto del suo aspetto trascendente – nel senso più vasto del termine –, per certi versi metafisico. Petrarca prende il processo invisibile e confuso – diremmo noi ultramoderni inconscio – e ne fa materia per i suoi versi.

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Ma ecco che il sonetto cambia direzione. Dopo aver parlato della bellezza di Laura e del desiderio che essa suscita, Petrarca scrive “I’ benedico il loco e ’l tempo et l’ora / che sì alto miraron gli occhi mei”. La benedizione, insieme della donna, del luogo e del tempo, muta l’esperienza in memoria e la memoria – ah, che fardello! – in qualcosa per cui essere grati.
A questo punto, il poeta mette addirittura in scena un dialogo con la propria anima (“Anima, assai ringratiar dêi”). Chiaramente, qui la sua lingua spirituale si allontana immensamente dalla nostra e non si può non considerare che la concezione religiosa che sostiene questi versi appartiene a un mondo che non necessariamente risulta di facile condivisione. Ma il movimento che descrive resta comprensibile: l’epifania dell’incontro nel suo farsi memoria, ovvero il luogo in cui si sperimenta la vita nella sua massima intensità.
E tale esperienza diviene per lui il viatico di un percorso interiore. «Da lei ti vèn l’amoroso pensero, / che mentre ’l segui al sommo ben t’invia». Platonicamente, il pensiero amoroso, carnale, sanguigno, conduce verso il bene supremo. Il desiderio guida alla dimensione spirituale e sembra quasi che, come in Lacan, il motore di esso non coincida mai del tutto con l’oggetto verso cui si dirige, ma in direzione di quel residuo che lo rende desiderabile, ciò che lo psicanalista francese chiamerà objet petit a.
Certo, qui qualcuno potrebbe dirsi interdetto o, quantomeno, poco interessato a questi voli metafisici, così distanti dal proprio sentire. Bisogna, però, sempre tenere presente la lezione, oggi frequentemente dimenticata, secondo cui leggere un autore, antico o moderno non importa, non significa necessariamente condividere la sua visione del mondo. Nella vita, come nella letteratura, non si cercano specchi, ma la disarmante presenza dell’alterità.

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Purtroppo la scuola, con il suo modo di trattare i classici, ci ha fatto mettere in secondo piano tutto questo percorso di riflessione e fruizione dell’ambito letterario. Ci ha abituati, in particolare, a considerare la poesia come qualcosa che deve essere decifrato prima di poter essere letto – Dio maledica le note a piè di pagina. Così lo studente arriva al verso già provvisto della spiegazione e non deve più fare la cosa apparentemente più semplice: lasciarsi colpire, ammaliare, sedurre. Non ci vuole un genio della psicologia per capire quanto possa essere mortale l’approccio al testo che tende alla sua autopsia.
Il primo consiglio per il profano e il non addetto ai lavori è, dunque, di ricordare sempre che Petrarca può essere affrontato anche senza sapere tutto ciò che su di lui vi hanno propinato i professori in quelle lunghe e tediose mattinate di scuola. Si può cominciare da un sonetto a caso, da un “quanto ciascuna è men bella di lei / tanto cresce ’l desio che m’innamora” e vedere di nascosto l’effetto che fa, per dirla con la canzonetta. Si può persino pensare che, forse, tragicamente, non ameremo mai più come Petrarca – state certi che, comunque, c’è qualcosa di eternamente vero nelle sue parole, qualcosa che persino la società dell’amore liquido, tanto per citare il compianto Bauman, non potrà mai cancellare. Anche questo è uno degli oscuri piaceri della lettura, scoprire che il tempo non può erodere ogni cosa. Del resto un grande autore non è quello che ci parla perché appartiene alla nostra epoca, ma colui che riesce a farlo nonostante non abbia più il suo regno su questa terra. In letteratura, per quanto possibile, non dovrebbero esistere distanze geografiche né temporali – persino un uomo vissuto nel Trecento poteva provare qualcosa che riconosciamo immediatamente come nostro.
Ricominciate da lì, da un testo con cui credevate di aver chiuso i conti anni e anni orsono. Il Canzoniere è pieno di tesori che nessuna scuola vi potrà mai mostrare. Inutile ricordarvi che non dovete mai e poi mai fidarvi dei professori.
Matteo Fais
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).