SCRITTORI E BOLLA LETTERARIA (di Matteo Fais)
Che cos’è che fa uno scrittore? Teoricamente, è molto semplice rispondere: uno scrittore scrive. Il suo fine dovrebbe essere uno, a prescindere dal fatto che faccia solo quello nella vita o si barcameni in mille modi per sbarcare il lunario. È sempre stato così e sempre sarà.

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Poi, nel mondo odierno, quello dei social socialisticamente redistribuiti, molti che si proclamano autori, poeti o narratori, passano il grosso del loro tempo a intrecciare rapporti, a tessere trame sotterranee per ottenere recensioni, a darsi da fare nel commentare ed inoltrare link: “Leggi, ti prego, e ricordati di mettermi like, per cortesia”.

In questo primo numero: interviste a poeti italiani, testi inediti, traduzioni di poesia americana contemporanea non ancora pubblicata in Italia, e approfondimenti tra letteratura classica e cultura visiva.
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Energie pateticamente sprecate, sia chiaro. Uno scrittore scrive, ripeto, non va a bussare porta a porta come il venditore della Folletto. Uno scrittore non si sa vendere, non ha l’oratoria di colui che commercia in pentole. Lo scrittore è muto. Diffidate sempre da chi parla con massima cognizione e dovizia del proprio lavoro. Egli scrive, proprio perché non lo saprebbe dire. Per trattare con la realtà, questo ha da mutarla in inchiostro. Non troverà mai la fessura da cui passare per essere nel mondo.

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Dunque, scrivere. Non mandare missive, o meglio messaggi social per ingraziarsi qualcuno. Dirò di più: non scrivere per dei lettori, ma per un lettore assoluto. Non ci si rivolge a chi potrebbe apprezzarci, bensì al mondo. Se non si è convinti di porter parlare all’umanità, ma a una nicchia di mercato, si è pubblicitari – magari di sé stessi, ma pur sempre tali. “Questa è la mia lettera al mondo”, dice la poetessa e, prontamente, aggiunge “che non mi ha mai risposto”.

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Ecco, non si parla per ottenere una risposta. Si parla ai muri che, un giorno, potrebbero divenire orecchie umane. Scrivere è un gesto estetico e, al contempo, morale. Si persegue il bello e lo si fa convinti di fare la cosa giusta. Socrate crede nelle Leggi e in nome di queste muore. Cristo porta la Croce senza sottrarsi. Sono nel giusto e se ne fottono di non essere compresi dalle folle.

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Vedendo questa malsana pozza social di anguille sguscianti, viene francamente da ridere. Poveri esseri squamosi che sguazzano nella melma della propria vanità. Gente che parla troppo e scrive pochissima letteratura, preferendo disquisire morbosamente di malumori e dissapori, di tresche e miserie.
Sartre dice giustamente che, se si vuole sapere chi sia stato Proust, bisogna leggere la Recherche. Sì, perché, in ultimo, a bocce ferme, quando saremo polvere, di noi conteranno solo quelle parole. Esattamente come, di Heidegger, non ci importa nulla degli errori e delle compromissioni con il nazismo, o delle scopate con la Arendt. Noi leggiamo Essere e tempo. Il resto è perso nella memoria della Foresta Nera e non è neppure un’eco nei corridoi dell’università di Friburgo.

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Conosco gente che ha cognizione di ogni movimento social, di ogni amicizia supposta, scambiata o rimossa. Questi sono moti intestinali della storia. La letteratura e il pensiero stanno oltre. Al diavolo, anche i premi e i saloni, tutti questi all you can eat della tipografia letteraria. Non trovo un testo passato entro tale tritacarne che non abbia su di me un effetto soporifero.

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Datemi letteratura e meno foto della vostra vita, delle bellissime colazioni con cui ostruite la timeline. Il vero scrittore è così, circondato di questo silenzio pudico e inscalfibile. Come il mio amico Andrea Italiano, autore del mirabile Solo l’uomo, che chiuso nel suo natio borgo selvaggio, in quel di Barcellona Pozzo di Gotto (Sicilia), costretto a un triste lavoro da magazziniere che sa lontano un miglio di luci al neon e fatica, da anni si rifiuta di scrivere, malgrado il mio pungolarlo al limite della molestia.

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Ecco, lui mi piace perché tace, con la schiena china, la sua vita appartata e aspetta il momento senza sprecare sillabe. E dagli altri poeti, giustamente, si tiene alla larga. Tornerà a buttare giù versi, ne sono certo. Per questo, al momento, tende a far perdere le sue tracce, a essere semplicemente magazziniere tra i magazzinieri, paesano ai confini dell’impero. Esiste senza far rumore, come dovrebbe essere per un vero poeta – come la poetessa che regnava, con la sua vestaglia bianca, su Amherst.
Fragatevene dei social! Sono poco più d’una vetrina e rischiano di trasformarvi in una pessima imitazione della Ferragni. Se davvero volete scrivere, fatelo oltre questi spazi, senza l’ossessione dei like che restituiscono più la vostra capacità di intrecciare amicizie rispetto a ogni reale valore letterario. La bolla è un’illusione, la fiera dello scambio di pompini. Vergate semmai parole sul buio, quando cala la notte, accarezzando la vertigine di non ottenere mai alcuna risposta.
Matteo Fais
Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/
Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT
Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).
Grazie Matteo (e ho già scritto troppo😂)