RECENSIONE – SALVATORE NIFFOI, “LO SPIEDO E LA ROSA” (di Matteo Fais)
Tra gli aspetti più interessanti della narrativa di Salvatore Niffoi vi è quello di fare gioco di prestigio con la letteratura, in modo deliberatamente ironico. Come già ben noto, egli fonde e confonde le lingue – quella italiana con la sarda, in una sovrapposizione di termini e strutture grammaticali –, con ciò creando un nuovo idioma che sfugge all’ufficiosità dello standard nazionale.

Ma quel che è interessante, con l’ultimo suo romanzo, Lo spiedo e la rosa (La Nave di Teseo), il primo di una sestina, è che l’autore porta il suo gioco beffardo e sottile nel cuore stesso delle categorie stringenti con cui, oggi, siamo soliti catalogare tutta la produzione letteraria in circolazione.

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Il testo è la storia di Bobo Sirboni e Lella Camandula, investigatori sulle tracce di un vero e proprio serial killer che, nel cuore della Barbagia, in Sardegna, uccide donne di mezza età che hanno tutte in comune il fatto di essere nubili e di non aver procreato. L’aspetto curioso è che le ammazza usando indistintamente lo stesso metodo: uno spiedo per trafiggerle al cuore, lasciando sul corpo una rosa della varietà Red Naomi e, ogni volta, una citazione diversa dalle opere teatrali di Shakespeare.

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Apparentemente, il tutto potrebbe sembrare mera letteratura di genere, caratterizzata dalla serialità tipica del fenomeno – non per niente, in copertina, sta scritto “La prima indagine di Bobo Sirboni e Lella Camandula”. Ma non è naturalmente questa l’aspirazione di Niffoi che, fin dalla cartella stampa, ci tiene a mettere in chiaro, per i giornalisti boccaloni che recensiscono senza neppure leggere il testo – o, peggio ancora, lo mettono nelle mani dell’AI, così da preservare le diottrie: “non sono razzista e credo che la letteratura non abbia colore. Non è mai gialla, nera, rosa o classica, è sempre tutto”.

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Va da sé che questo non è un semplice proposito, ma una prassi letteraria che l’autore sardo segue per sparigliare i canoni sovrapposti con violenza sulla letteratura di tutto il mondo. Per farlo, se si può azzardare un’interpretazione, la prima mossa è dimostrare che si può essere Niffoi, lo scrittore che tutti conosciamo, muovendosi con destrezza tra un’intelaiatura narrativa e l’altra. Anche in quest’opera, infatti, i personaggi continuano a parlare il consueto linguaggio della Sardegna che da sempre egli descrive, pur essendo, in teoria, inseriti nel contesto di un giallo. Ecco perché possiamo trovare la descrizione di un moribondo che giace su un “lenzuolo sporco che puzzava di piscio e ricordi” e sentirgli dire “Non seguire l’esempio di tuo padre, che si è sempre lasciato prendere la testa dal vino e ha messo la braghetta prima del cuore!”. Queste sono affermazioni tipiche dei personaggi di Niffoi e vanno al di là di qualsiasi inquadramento narrativo entro cui si cerchi brutalmente di riportarli.

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Un altro aspetto che certo non passa inosservato sta nel trasporre la trama di un giallo nella terra che sembra fornire meno appigli al genere, ovvero la Sardegna. Il piano criminale di Niffoi è palesemente quello di farsi beffa della dimensione che lui chiamerebbe “cartolinesca” dell’Isola, “la folclorizzazione pataccara ed ingombrante della cosiddetta narrazione identitaria”. Quella gigantesca zattera che naviga a vista nel Mediterraneo, sembra dire l’autore, può essere teatro di qualsiasi storia, come il resto del mondo, per quanto la si narri ogni volta come mero eldorado delle vacanze – narrazione, tra le tante, a cui i sardi stessi tendono tristemente a conformarsi (“L’ispettore capo Lella Camandula aveva capito in fretta che quella vocazione a rimandare alla nascita del mondo tutte le cose non dimostrabili era una questione molto comune in tutta la Barbagia. I barbaricini, e gli isolani in genere, quando non sapevano giustificare con spiegazioni credibili l’origine di qualcosa, avevano l’abitudine di riferirsi a riti ed eventi che si perdevano nel tempo dei tempi, cioè nel nulla”).

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L’ultimo punto su cui riflettere è la risposta che il vincitore del Campiello propone rispetto all’annosa domanda “Perché si uccide?”. Senza spingersi troppo oltre nello spoiling e rovinare dunque la lettura, basti sapere che chi compie l’atto efferato spesso lo fa per cercare di correggere in modo traverso la stortura del mondo di cui si sente vittima – e ritrovare così un senso delle cose che sembra essersi perduto. Ma questo lo capirete solo alla fine, addentrandovi, leggendo tra le righe che si consumano tra storie d’amore e morte, calici di vino e cieli da cui nessun sardo è mai riuscito davvero a fuggire, imparando con i nostri investigatori “la regola della diffidenza, che è la madre saggia barbaricina della prudenza”.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).