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MEDITATIO MORTIS CON SARTRE (di Matteo Fais)

Si sottolinea che quanto segue non costituisce una rigorosa sintesi del pensiero sartriano intorno alla morte, né un testo di natura accademica, ma una riflessione in cui il maestro francese funge da sfondo filosofico di riferimento.

Ogni uomo dotato di dignità – sono, purtroppo, molti meno di quanti si pensi i soggetti di questo tipo – cerca e spera sempre che la propria fine sia una sorta di quadratura del cerchio. L’ultimo istante dovrebbe insomma porsi a suggello di un qualcosa che a lui piace di pensare come un destino. Qualcosa che richiami ciò che in principio si era manifestato in nuce, esattamente come, in una canzone, l’accordo finale dovrebbe rimandare a quello iniziale.

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Ecco dunque che, se sono quest’uomo che ha fatto delle parole la propria vita, è ragionevole che cerchi di lasciare sul mio banco di lavoro un’opera conchiusa e redatta a regola d’arte, pronta per un’ultima pubblicazione che sancisca la mia devozione alle lettere e al pensiero filosofico. Similmente, se invece la mia esistenza è stata condotta nella guerra per difendere la mia terra, combattendo un nemico esterno, può essere che l’esaltazione mi porti a sognare la “bella morte” di greca memoria – un cadere sul campo da eroe, senza essere sottomesso, senza dovermi genuflettere a colui che vorrebbe soggiogare me e il mio popolo.

In tali aneliti non vi è niente di strano o folle. E, del resto, la nostra vita è un tentativo da romanziere di strutturarla entro una narrazione solida e consequenziale. Potremmo forse definire tutto ciò, con Heidegger, una “scelta per un’esistenza autentica”, nel senso di sinceramente assunta in una deliberazione che non tiene conto del clima culturale imperante, di certe sollecitazioni sociali di cui potrei essere stato vittima, o di una squallida propensione al conformismo – in verità, come insegna Sartre, anche il conformista ha autenticamente scelto di essere tale, ovvero colui che vuole aderire a una mentalità e a un sentire diffuso, ma ciò adesso è secondario.

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Il problema, al netto della confortevole riflessione filosofica da scrivania, è che sovente la morte giunge del tutto inaspettata, come un estraneo che improvvisamente spezza questa mia catena di progetti a lungo termine e previsioni proiettate verso un orizzonte sempre troppo distante – “Tra due anni completerò il mio romanzo”, “Da qualche parte esisterà la donna per cui, attraverso tanta sofferenza, ho appreso ad amare e io amerò finalmente nel modo giusto”, “Ho scritto delle belle liriche, ma sento dentro delle parole che ancora non hanno trovato forma”.

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La morte è questa beffarda situazione che giunge sempre, fosse pure dopo i cento anni, a dirmi che da quel particolare momento io non potrò più cercare di essere altro da ciò che sono stato. Dunque, se per tutta la vita mi sono comportato da “farfallone amoroso”, per dirla con il Mozart delle Le nozze di Figaro, e adesso, giunto in una età compresa tra i trentacinque e i quarantacinque, ho deciso di mettere la testa a posto e provare a essere un bravo padre di famiglia, la mia dipartita potrebbe sottrarmi a tale progetto. Morendo, a quel punto, sarò giudicato per la persona che ero e non per ciò che avevo da poco programmato di divenire. Come insegna Sartre, infatti, citando la saggezza greca, è solo alla sua fine che si può valutare se una vita sia stata davvero felice.

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È uscita la seconda raccolta poetica di Matteo Fais, Preghiere per cellule impazzite (Connessioni Editore, collana “Scavi Urbani), ed è disponibile in formato cartaceo e ebook:
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Se volete, da un certo punto di vista, non è che siamo semplicemente appesi a un filo, come sostiene il detto popolare, ma la nostra progettualità è sempre a rischio di venire recisa nel momento meno opportuno. Tra parentesi, se ci si può preparare in ogni modo per dar prova di sé nella morte, per esempio, citando sempre il francese, arrivando con il giusto spirito per fare bella figura sul patibolo, ecco che nel mentre la febbre spagnola che circola tra gli altri carcerati potrebbe farci crepare anzitempo, mentre sognavamo di fissare la folla rabbiosa e urlante con sguardo di sfida.

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Sesta uscita per la collana “Scavi Urbani”: Senza impegno, di Francesco Di Gennaro (prefazione di Matteo Fais). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
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Se l’esistenza umana è libertà, nel senso di costante proiezione in avanti per ribadire ciò che si è stati o per prendere una via totalmente differente, la morte interrompe tale catena esistenziale. Nel momento della dipartita, l’esistenza perde questa sua intrinseca caratteristica – la libertà – per divenire ciò che non era mai stata, ovvero una cosa. Nell’attimo in cui passo dalla dimensione di uomo a quella di cadavere, io sono ciò che sono stato, senza ulteriore possibilità di essere altro. Ergo, se non avrò scritto quell’opera, come mi proponevo di fare, non potrò esserne l’autore; se non avrò sposato Maria, non si potrà dire di me che ho dato realizzazione concreta alle tante promesse rivoltele da amante.

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Seconda uscita per la collana “Sentieri Interrotti”: Dove i calabroni ascoltano le stelle, di Laura Valentina Da Re (postfazione di David La Mantia). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
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In verità, è bene saperlo, l’uomo cerca costantemente di essere qualcosa, o potremmo dire, semplificando, quella particolare persona e di proiettare all’esterno un’immagine coesa del proprio sé. Se pensiamo a un intellettuale, lo immaginiamo sempre intento a meditare, che stia facendo una passeggiata o mangiando una pastasciutta. Egli per primo assume tutta la postura del caso: le mani intrecciate, il nevrotico solleticarsi la barba, l’espressione perduta in una riflessione abissale. Sartre chiama questa malafede, una sorta, si potrebbe dire, di menzogna perpetrata nei confronti di sé stessi e degli altri. La falsità sta nel fatto che io cerco di mostrarmi intellettuale nei modi, quasi non potessi essere altro, ma il problema sta proprio nel fatto che io potrei essere diverso. Precisamente: io sono ciò che sono nella modalità del non esserlo. Volgarmente: il tavolo e il bicchiere sono tali senza possibilità di porsi in altro modo nel mondo, mentre io devo impegnarmi per essere questo tipo umano, debbo studiare e scrivere, meditare e arrovellarmi su determinati concetti che rientrano nel mio campo di interesse. Al contempo, però, io so benissimo che niente mi impedirebbe di buttare i libri alle ortiche o di dire “le tante ore passate a leggere i classici del pensiero sono state solo un’inutile perdita di tempo”.

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Terza uscita per la collana “Scavi Urbani”: Il cielo è uno straccio sporco nella stretta della materia, di Luca Parenti (prefazione di Matteo Fais). Disponibile in formato cartaceo ed ebook:
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Ma se con questo aspetto della nostra vita – o forse meglio sarebbe chiamarla lacerazione interiore – impariamo a convivere, per quanta frustrazione possa causarci, essendoci esso intimamente connaturato, ciò con cui non riusciamo mai a fare i conti è proprio la morte, risultandoci questa radicalmente estranea. La libertà non è fatta per pensare una propria scadenza, essa considera sempre un domani, un nuovo traguardo, un altro romanzo da scrivere, una nuova possibilità di stringere ancora la mano di quella donna che da tempo ci ha abbandonati. Palesemente, un simile processo non potrebbe essere arginato se non da qualcosa di violento che ponga fine a questo incessante ribollire.

Non si può, pertanto, dire che il pensiero cristiano sia superficiale nel suo noto e terribile monito “State pronti, perché non sapete né il giorno né l’ora”, perché se è vero che il nostro anelito è infinito e che siamo intrinsecamente fatti per non darci mai per vinti – casomai, per indulgere nella sconfitta –, questa nostra costante proiezione in avanti è soggetta a una forza avversa quale la decadenza. È a questo punto che possiamo recuperare l’Heidegger abbandonato in precedenza per dire che, sì, nella luce della morte, anche questa libertà che sono sarebbe forse da considerare in altro modo. Non potrò beneficiare in eterno della mia possibilità di cambiare, di ricredermi, di farmi altro dai miei errori. Meglio – forse, sempre forse! – propendere per quella esistenza autentica, in cui ci si sceglie senza lasciarsi trascinare, di fronte alla quale poter stare, per dirla con Sartre, “senza alcuna scusa”. Perché, in ultimo, non vi saranno giustificazioni – se, dunque, ci tremano i polsi al solo pensiero, è perché siamo sempre al cospetto di una chiamata che non potrà essere ignorata, pena trovarci impreparati al cospetto del baratro.

Matteo Fais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).

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