RECENSIONE – “NUDO (PER NUDO)” DI ROCCO POLISTENA (di Paolo Pedrazzi)
La raccolta Nudo (per nudo) di Rocco Polistena si configura come un vasto affresco lirico-esistenziale, un’opera di scavo interiore che assume la forma di una lunga e inesausta confessione. Fin dall’esergo — tratto da José Saramago — l’orizzonte è chiaramente delineato: ciò che non ha nome coincide con la nostra sostanza più autentica. In questa direzione, il poeta costruisce un itinerario che espone l’Uomo, lo denuda completamente, lo rende oggetto di una spoliazione, di una kénosis, restituendolo alla sua originaria vulnerabilità.

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L’architettura dell’opera, una sorta di prosimetro — composto da una sequenza imponente di testi numerati cui si aggiungono alcune brevi prose ‘ritmiche’ — rivela una tensione costante tra continuità e frattura. I componimenti principali, quasi tappe di un ‘diario ontologico’, delineano un percorso di autocoscienza progressiva, mentre le prose finali intervengono come zone di chiarificazione e rilancio, in cui la voce poetica si fa esplicitamente riflessiva e metapoetica; ne deriva una struttura a spirale, in cui i nuclei tematici — identità, amore, memoria, origine, umanità, dolore — ritornano e si trasformano, ossessivamente, senza mai risolversi in una sintesi definitiva.

Al cuore della raccolta si colloca una ricerca identitaria segnata da tensioni e scarti. L’io poetico si percepisce come disseminato, incapace di coincidere con sé stesso — “Nella memoria sono nomi, / idoli distratti, anime / che cercano anima” —. La ripetizione, quasi ossessiva, segnala una circolarità irrisolta, un continuo rimando che impedisce ogni approdo stabile. Tale inquietudine si radicalizza in dichiarazioni di rottura — “Non erano il mio nome! / Non sono il mio nome!” — dove il rifiuto dell’identità ‘nominale’ diventa gesto di ribellione ontologica, negazione di ogni definizione imposta.
La nudità evocata dal titolo assume così un valore plurimo: è spoliazione sociale, ma soprattutto disappropriazione interiore.

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“Sono un seme nudo, / nudo da me stesso” afferma l’io lirico, condensando in pochi versi l’essenza della poetica polisteniana, secondo la quale l’essere si rivela nella perdita, nell’assenza di appigli, nella fragilità, in una condizione di radicale esposizione alla minaccia. In questo scenario, l’amore non si configura come luogo di salvezza, bensì come campo di tensione, esperienza liminare in cui si misura la possibilità — spesso frustrata — di una coincidenza tra sé e l’altro. “Vorrei amarti / e vorrei amarmi”: il parallelismo evidenzia come il desiderio amoroso sia inseparabile da una ferita narcisistica, da un’incapacità di riconciliarsi con la propria interiorità, a causa della quale l’Altro diventa specchio, ma anche distanza incolmabile.

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Accanto alla dimensione individuale, si sviluppa una costante aspirazione all’universale. Versi come “Sono allegoria di una parola infinita!” o “Non c’è dolore / che non meriti Amore” testimoniano la volontà di trascendere il particolare per attingere a una verità più ampia, quasi ‘etica’. Tuttavia, questa tensione ‘cosmica’ non cancella mai la concretezza dell’esperienza: il poeta resta ancorato alla propria carne, al dolore, alla memoria, alla terra, in un equilibrio instabile e inconciliabile tra astrazione e corporeità.

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La terra natia — il Sud e in particolare l’Aspromonte — emerge come matrice identitaria profonda, luogo insieme reale e simbolico, di un paesaggio che si fa spazio originario, in cui si intrecciano infanzia, innocenza, marginalità e destino, e si radica quella ‘nudità meridionale’ che diventa cifra distintiva dell’intera opera, una condizione esistenziale prima ancora che geografica.

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La lingua di Polistena riflette pienamente questa complessità; intensamente personale, essa si muove tra registri differenti, accostando solennità lirica e incursioni colloquiali, immagini cosmiche e dettagli corporei. L’uso frequente delle maiuscole — “Amore”, “Anima” — conferisce ai termini una valenza quasi ipostatica, sacrale, mentre la sintassi irregolare e la punteggiatura franta contribuiscono a creare un ritmo ansimante, aderente al flusso emotivo. La scrittura procede per accumulo, per stratificazione di immagini, in una densità che talvolta sfiora l’enfasi, ma che suggella, al contempo, la fedeltà alla dismisura dell’esperienza che intende restituire.
Dal punto di vista metrico, l’opera si inscrive nel solco del verso libero, prevalentemente breve, ma con una forte attenzione alla musicalità interna; anafore e parallelismi costruiscono una trama ritmica sotterranea, mentre l’enjambement frequente dissolve i confini del verso, favorendo un andamento fluido, che lumeggia una certa ‘oralità’.

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Particolarmente significativo è il ruolo dei Paralipomena, la cui denominazione richiama immediatamente Leopardi; se in quest’ultimo, però, il termine designa un’aggiunta ironica e satirica all’opera precedente — strumento di critica storico-politica — in Polistena esso assume una funzione diversa, pur conservando una comune consapevolezza della necessità di un “altrove” testuale. I suoi Paralipomena non sono parodia né invettiva, ma estensione riflessiva e confessione, luoghi in cui il poeta esplicita la propria visione dell’arte, definendosi “barbone cosmogonico”, figura marginale e insieme investita di una missione quasi sacrale; si tratta dunque di una continuità terminologica e strutturale, ma di una divergenza sostanziale negli intenti — laddove Leopardi smaschera, Polistena tenta, pur tra contraddizioni, di ricomporre.

Nudo (per nudo) si presenta, dunque, come un’opera esigente e stratificata, la cui forza risiede nella radicalità con cui affronta l’esperienza umana, senza cedere a semplificazioni o consolazioni; è una poesia che eccede, che talvolta smarrisce la misura, ma che, proprio in questa eccedenza, trova la propria verità: restituire, con intensità tanto dolorosa quanto autentica, la complessità dell’Esserci.
Paolo Pedrazzi
Paolo Pedrazzi è nato a Moncalieri (TO) il 29 Febbraio 1984, è laureato in Lettere e vive in provincia di Asti. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su importanti riviste letterarie italiane e internazionali come “Gradiva International Journal of Italian Poetry”, “Poeti e Poesia”, “Readaction Magazine”. Ha tradotto in versi testi poetici dell’antichità e classici moderni inglesi e francesi; ha pubblicato un saggio di traduzione e commento del poema The Hunting of the Snark di L. Carroll, dal titolo: La caccia allo Slualo, (2011, Biblion Edizioni). Ha pubblicato Il Furto di Prometeo – Antologia di traduzioni poetiche dai Romantici inglesi, Robin Edizioni, 2026. Nell’ambito della letteratura per l’infanzia, ha pubblicato Marcello Testainsù (2022, Km Edizioni) e Dodo è fatto così (2024, Km Edizioni). Ha pubblicato le sillogi poetiche Optica (2023, Eretica Edizioni) e Kósmos (2024, Ladolfi Editore).