RECENSIONE – L’OMBRA GEMELLA DI SILVIO RAFFO (di Paolo Pedrazzi)
L’ombra gemella di Silvio Raffo — Elliot, 2026 — è un romanzo che si offre al lettore come un territorio di frontiera, un luogo mentale e simbolico in cui la parola letteraria diventa strumento di scavo ontologico.

Raffo — autore da sempre incline a un’estetica dell’interiorità e a una scrittura colta e sorvegliatissima — costruisce un’opera che dialoga apertamente con la grande tradizione del ‘doppio’, ma lo fa evitando ogni compiacimento citazionistico, preferendo una riflessione intima, quasi iniziatica, sul tema dell’identità.

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Il titolo è già una dichiarazione di poetica: l’Ombra, infatti, è proiezione dell’io, sua controfigura necessaria; e la ‘gemellarità’ — che è qui condizione ‘evanescente’, riassorbita nell’identità che è perciò identità ‘superstite’ — suggerisce una prossimità inquietante, un legame di sangue simbolico che rende impossibile qualsiasi separazione netta.

In questo senso, l’opera si colloca in una linea che va da Hoffmann a Poe, da Dostoevskij a Stevenson, ma se ne distacca per il tono: laddove, infatti, in altri autori, il doppio è spesso perturbante o demoniaco, in Raffo esso assume una valenza più sottile, quasi elegiaca, come se l’alterità fosse insieme condanna e nostalgia, e sull’impossibilità di una sua pacificazione all’Uno.

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Il concetto di alter ego si fa qui segno di una frattura originaria, a causa della quale l’essere umano — sembra suggerire Raffo — assurge a creatura speciale, abitata da una presenza ‘altra’, da una voce che lo precede e lo eccede.
L’incontro con l’Ombra — o, più precisamente, il riconoscimento della sua gemellarità — implica, dunque, una responsabilità: accettare ciò che in noi è ambiguo, contraddittorio, talvolta indicibile. In questo senso il libro può essere letto come una sorta di itinerario di conoscenza, non privo di inquietudine, ma anche di una severa, quasi ‘classica’, compostezza morale.

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Ne deriva un’atmosfera costantemente sospesa, in cui il confine tra realtà e proiezione mentale — così come quello tra Amore e Morte, colpa e destino — si fa labile, e in cui la dimensione psicologica sfuma spesso in quella metafisica.
Importantissima, a titolo di esempio, la rappresentazione della figura materna, filtrata attraverso una memoria tormentata e ossessivamente interpretativa che si intreccia continuamente all’indagine psicologica, trasformando la ‘madre’ in una presenza enigmatica, più assimilabile a un simulacro che a un individuo davvero concreto — “la dama bianca”, la “creatura glaciale, astrale più che umana”, la “sfinge” interessata soltanto al pianoforte e, dunque, inevitabilmente, anaffettiva Adela, si sottrae alla sfera dell’umanità ordinaria, collocandosi in uno spazio remoto, dominato dal silenzio e dall’inaccessibilità, come se custodisse un ‘segreto’ irrivelabile persino a se stessa.

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Ma qual è questo segreto? Una terribile originaria amartìa indecifrabile e misteriosa — “come potevo sapere chi mai fosse stata prima della mia nascita?” — che stigmatizza la venuta al mondo del ‘figlio’ come un’esperienza traumatica, associata a immagini di sofferenza e deformazione. La gravidanza e il parto vengono segnati da un continuo confronto con l’annientamento, un “passaggio dalle tenebre alla luce”, intriso di risonanze bibliche e latamente rituali che conferiscono alla ‘ec-sistentia’ un carattere sacro e tuttavia contaminato da una componente perturbante e oscura.

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La scrittura è uno degli elementi più alti del libro: l’autore — che è anche grande poeta, traduttore, saggista e studioso di letteratura e traduttologia — lavora la lingua con un’attenzione artigianale, innestando nella prosa un ritmo che tradisce la sua vocazione lirica più profonda. Le frasi sono cesellate, talora volutamente rarefatte, e sembrano chiedere al lettore una frequentazione lenta, meditativa, che non ammette alcuna voracità per il suo godimento. È una lingua, quella di Raffo, che non teme l’altezza lessicale né la complessità sintattica, e che anzi trova in esse il mezzo privilegiato per restituire la densità del pensiero e dell’emozione, ma che riesce a incorporare con grazia — anche qui a ‘riassorbire’, dunque — l’altezza dell’enunciato all’interno della naturalezza della narrazione.

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L’Ombra gemella è dunque un’opera esigente che non concede nulla all’immediatezza o alla moda, ma che richiede al lettore una disponibilità all’ascolto profondo, a quella ‘risonanza’ che è imprescindibile per la vera ‘trasformazione’.
Paolo Pedrazzi
Paolo Pedrazzi è nato a Moncalieri (TO) il 29 Febbraio 1984, è laureato in Lettere e vive in provincia di Asti. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su importanti riviste letterarie italiane e internazionali come “Gradiva International Journal of Italian Poetry”, “Poeti e Poesia”, “Readaction Magazine”. Ha tradotto in versi testi poetici dell’antichità e classici moderni inglesi e francesi; ha pubblicato un saggio di traduzione e commento del poema The Hunting of the Snark di L. Carroll, dal titolo: La caccia allo Slualo, (2011, Biblion Edizioni). Ha pubblicato Il Furto di Prometeo – Antologia di traduzioni poetiche dai Romantici inglesi, Robin Edizioni, 2026. Nell’ambito della letteratura per l’infanzia, ha pubblicato Marcello Testainsù (2022, Km Edizioni) e Dodo è fatto così (2024, Km Edizioni). Ha pubblicato le sillogi poetiche Optica (2023, Eretica Edizioni) e Kósmos (2024, Ladolfi Editore).