LA DOMENICA DI MODENA E IL SUICIDIO DELL’OCCIDENTE (di Lorenzo Zuppini)
Ma guardateli, vi prego, guardateli bene questi professionisti del lenzuolo sociologico, questi sarti del politicamente corretto che si sono subito affrettati a stendere una bella passata di borotalco progressista sui sampietrini insanguinati della via Emilia. C’è un’auto che corre come una furia cieca tra i passanti, ci sono corpi travolti, c’è un coltello che fende l’aria nel cuore di Modena, eppure il riflesso condizionato della nostra intellighenzia scotta è sempre lo stesso, immutabile, rassicurante: non strumentalizzare, aspettare il timbro della perizia psichiatrica, derubricare l’orrore a un semplice, sventurato caso di “follia individuale”.

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Sia chiaro, il trentunenne Salim El Koudri avrà pure avuto i suoi bravi trascorsi nelle stanze dell’igiene mentale, ma la pazzia, in questo Occidente infiacchito e smemorato, è diventata ormai il passaporto universale per l’irresponsabilità storica, il feticcio dietro cui nascondere la realtà nuda e cruda. Quando un uomo invia email farneticanti promettendo di bruciare Gesù, quando i suoi profili social rigurgitano anatemi contro i cristiani e invocazioni ad Allah, parlarci di un mero corto circuito della mente è un insulto all’intelligenza. Quella non è pazzia astratta; è una pazzia che ha trovato un binario preciso, una grammatica geopolitica, un vocabolario teologico ben definito, sposando l’infatuazione jihadista con il disagio personale per trovare nella violenza contro l’infedele la sua assurda catarsi.

Il dramma di Modena è il sedimento di trent’anni di colossali ipocrisie sul tema dell’immigrazione e dell’integrazione automatica. Abbiamo voluto credere al mito rousseauiano che bastassero una cattedra universitaria o un documento d’identità per cancellare secoli di fratture culturali e di teocrazia interiorizzata, e oggi ci ritroviamo a fare i conti con il fallimento del multiculturalismo da salotto, scoprendo che abbiamo importato il risentimento di chi ci disprezza proprio mentre ci sfrutta.

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Ed è qui, proprio nel momento del sangue e dello smarrimento, che emerge la nostra colpa più grave: l’aver totalmente abdicato all’orgoglio nazionale. Ci siamo vergognati della nostra storia, dei nostri simboli, dei nostri confini e della nostra stessa identità, convinti che l’unico modo per essere accoglienti fosse quello di annullarsi, di farsi trasparenti, di chiedere scusa per il semplice fatto di esistere come nazione e come civiltà giuridica e spirituale. Riscoprire l’orgoglio nazionale non è un vezzo nostalgico o un’esibizione di bicipiti sovranisti, ma è una necessità vitale, l’unico vero argine contro la dissoluzione. Una Nazione che non ha memoria di sé, che non ama le proprie radici e che non esige il rispetto assoluto delle proprie leggi e dei propri valori non può integrare nessuno; può solo farsi colonizzare dal risentimento altrui.

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La sola nota di dignità in questa squallida domenica padana ci arriva da quegli eroi normali che hanno inseguito e bloccato l’assassino mentre cercava di completare l’opera a colpi di lama. In quel gesto di rabbia civile e di autodifesa c’è il rimasuglio di un popolo che, sotto la cenere, conserva ancora un briciolo di istinto di sopravvivenza. Ma la politica preferisce le veglie pacificatrici in Piazza Grande e le sfilate della solidarietà pelosa per non dover celebrare i processi alla nostra spaventosa debolezza. Se l’Italia non troverà il coraggio di nominare il male, di riconoscere nel fondamentalismo islamico il nemico esistenziale dei nostri diritti e di opporre a esso l’orgoglio fiero e intransigente della nostra civiltà, la via Emilia sarà solo la prima di una lunga serie di corsie d’autostrada destinate al nostro pacifico sacrificio. E a quel punto, non potremo nemmeno dare la colpa ai matti.
Lorenzo Zuppini
Biografia
Lorenzo Zuppini è nato a Pistoia il 15 febbraio del 1992. Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Firenze, prosegue con un master in Giurista Internazionale di impresa all’Università di Padova. Dopo un breve passaggio professionale a Bologna, adesso lavora stabilmente a Milano nel settore della consulenza. Precedentemente collaboratore de Il Primato Nazionale e altre riviste che, però, ha nel corso del tempo abbandonato per cercare lidi più affini al suo temperamento. Liberale, liberista e libertario.