GIUSTIZIALISMO E PROCESSO MEDIATICO (di Anselmo Primo Cioffi)
Il caso mediatico di quest’anno, ovvero il ritorno alla ribalta della questione Garlasco, ci interessa unicamente per il suo risvolto per così dire politico e sociale. Ogniqualvolta scandali del Palazzo e comuni fatti criminosi assurgono agli onori della cronaca, emerge sui social una gran massa melmosa di commentatori biecamente moralisti e forcaioli, a dimostrazione dell’attitudine di molti italiani ad assumere posizioni da tribunale dell’inquisizione. Posizioni che vengono prontamente sobillate dagli organi di stampa e dalle bolle virtuali di riferimento, al fine di rendere ancor più partecipe la folla ai processi mediatici. Che qualità della magistratura può venire fuori da un’opinione pubblica del genere?

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Il giustizialismo è una costante caratteristica della sottocultura politica del nostro paese che attraversa indifferentemente destra e sinistra, populismo e tradizionalismo, partiti di governo e movimenti d’opposizione. Non è un’ideologia nel senso stretto del termine, né ha una narrazione intellettuale coerente e neanche una dottrina ben definita. Si esplicita anche in forme e contenuti diversi, talora opposti. È qualcosa di eticamente indegno, una pulsione viscerale di antica tradizione, una disposizione emotiva che confonde vendetta, punizione esemplare e linciaggio pubblico, con giustizia, legalità e democrazia. La presunzione di innocenza, fondamento essenziale del concetto di giustizia nelle società civili, viene del tutto ignorata. La cautela nell’emettere “sentenze” è completamente bandita e chi la esprime viene automaticamente insultato.

È un’attitudine su cui attecchisce, puntualmente, l’amore per l’uomo forte e l’autoritarismo. E ciò non è affatto un caso: chi invoca il pugno di ferro contro “i corrotti”, “i criminali”, “i nemici del popolo”, “i pervertiti” non ha nessuna intenzione di chiedere istituzioni più efficienti in senso democratico o una magistratura più indipendente, esprime il bisogno di uno stato che abbia il ruolo di boia, di padrone arcigno, che sappia far rispettare con intransigenza un astratto “interesse pubblico”, e che trasformi il risentimento collettivo in un atto di dispotismo.

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Il giustizialismo, in questo senso, non ha nulla a che vedere con la giustizia come sistema di garanzie e di procedure trasparenti, è interessato allo spettacolo della punizione e della vendetta, alla soddisfazione di vedere qualcuno distrutto, preferibilmente esposto al pubblico ludibrio e nel modo più rovinoso possibile. A volte è lecito dubitare che poco importi che sia veramente colpevole. Serve solo trovare qualcuno da associare alla “colonna infame” di manzoniana memoria. È il modo che ha l’uomo massa di poter sfogare odio e frustrazione.

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Il giustizialismo costituisce una sorta di vergognoso patrimonio condiviso, un riflesso condizionato da gregge che prescinde dall’appartenenza e si adatta a qualsiasi narrazione: che sia antisistema, antiliberista, anticapitalista, antifascista, anticomunista, ma, soprattutto, conforme alla difesa di un presunto ordine costituito, quello dominante. Il bersaglio cambia, ma il dispositivo resta identico.

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Chi, invece, ha a cuore le garanzie del diritto sa che la presunzione di innocenza non è un orpello liberale di cui fare a meno quando la pressione dell’emotività dell’opinione pubblica è diventata alta. È il cardine di qualsiasi concezione non barbarica della giustizia. Quando un imputato viene assolto due volte dalla stessa accusa e poi condannato in un terzo giudizio senza un apporto probatorio genuinamente nuovo, siamo di fronte a qualcosa che assomiglia più alla persecuzione che alla ricerca della verità, come è accaduto nel caso Stasi.

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Il confronto con il sistema anglosassone, dove il principio del Double Jeopardy Clause rende questo iter non solo impossibile ma semplicemente inconcepibile, è impietoso. Bisogna purtroppo prendere atto che in Occidente esistono architetture processuali più coerenti con la logica garantista di quanto non lo sia la nostra. La cultura giustizialista che ha permeato per decenni il dibattito pubblico italiano – e che ha trovato nella spettacolarizzazione mediatica dei processi il suo habitat naturale – ha prodotto esattamente questo: un’opinione diffusa secondo cui insistere è sinonimo di giustizia, e che assolvere equivale a cedere alla colpevolezza.

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Finché questo meccanismo rimarrà in funzione, ogni promessa di cambiamento rischierà di tradursi puntualmente nell’ennesima richiesta dell’avvento di un uomo della provvidenza o nel desiderio più o meno esplicito di una torsione autoritaria. Non dovrebbe essere difficile capire che da qui alla repressione di qualsiasi dissenso e alla limitazione di ogni libertà personale il passo è breve. Ma a quanto pare non lo è affatto. Ognuno pensa che l’errore giudiziario non potrà mai capitare a lui. E così quella che resta è solo l’ottusa e furiosa invocazione a consegnare il presunto colpevole al braccio secolare.
Anselmo Primo Cioffi
Biografia
Anselmo Cioffi è nato nel 1958 a Roma, dove vive. Si occupa di politica da più di cinquant’anni. Negli anni settanta ha fatto parte dei collettivi studenteschi e dei movimenti giovanili. È stato parte attiva nel movimento del ’77, prevalentemente nell’area dell’Autonomia Operaia. Negli anni ottanta, è stato iscritto a Democrazia Proletaria, e Consigliere Circoscrizionale sempre per DP. Negli anni novanta, ha fatto parte per un breve periodo dei Verdi e della Rete di Orlando. Nei primi decenni del nuovo millennio ha fatto parte del movimento NoGlobal e, sempre per brevi periodi, di ALBA (Alleanza Lavoro, Beni comuni e Ambiente), di Cambiare si può e di Sinistra e Libertà. Ha partecipato a comitati e coordinamenti per la difesa dei territori e contro le devastazioni ambientali. Dal 2020 al 2022 è stato parte attiva nel movimento contro lo Stato d’eccezione pandemico. Da sempre libertario, attualmente si ritiene un non allineato, estraneo a identità collettive, politiche e ideologiche.