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RECENSIONE – “LA FORZA DELLA PASSIONE” DI ORIANA FALLACI E MONSIGNOR RINO FISICHELLA (di Matteo Fais)

Si potrebbe dire che nessun uomo si palesa, nel momento della fine, rispetto alla propria responsabilità, al cospetto dell’umanità così come si troverebbe di fronte a un eventuale Dio. In presenza della prima contano solo le nostre opere – ha dunque ragione Sartre quando sostiene che, se vogliamo conoscere Proust, non abbiamo che da leggere la Recherche –; di fronte al secondo, purtroppo, se esiste, non c’è via di fuga e ci si troverà nudi tra i propri pensieri, parole, opere e omissioni.

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Ergo, mentirebbe chi vi dicesse che questo La forza della passione – Lettere a monsignor Fisichella (Piemme) è un’opera indispensabile per capire la Fallaci. Essa è, casomai, un di più, da appassionati. In prima istanza, non si tratta di una sua opera, ma di epistole private, confidenziali, amichevoli con uno dei pochi uomini che, nel suo fine vita, lei abbia evidentemente sentito particolarmente vicino, ovvero monsignor Fisichella. Qui Oriana, se non parla con Dio, si potrebbe dire che si rivolge al suo sidereus nuncius. Tali missive non sono scritte per noi, il suo pubblico, e si corre il rischio di provare una qualche vergogna da guardoni nel leggerle.

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A ogni modo, da questa raccolta emerge l’altra Oriana, quella meno meditata e limata nelle sue parole, che va un po’ a ruota libera – anche se, in fin dei conti, a costo di spoilerare, bisogna ammettere che non è molto diversa da come ce la si potrebbe aspettare. Certo, è interessante, a livello umano, il discorso per così dire sentimentale – sto parlando di amicizia, sia chiaro – che la Fallaci intrattiene con un uomo di Dio. Ma anche ciò sorprende solo fino a un certo punto: la Fallaci aveva ben capito, come tutte le persone ragionevoli e non traboccanti di ideologia, i pericoli per un Occidente secolarizzato fino ad aver sviluppato un ipertrofico desiderio di morte. Da qui la sua volontà di incontrare il Santo Padre, Benedetto XVI, che realizza proprio grazie all’intercessione del Monsignore. La giornalista in questione ha chiaro in mente che non è più il momento di dividersi, mentre è necessario fare fronte comune con una forza, quella della Chiesa, che, nel bene o nel male, ha edificato e tenuto in piedi questa parte di mondo fino a oggi. Ha dunque ragione a scrivere al suo insolito amico: «Affermo che se un’atea e un papa dicono la stessa cosa, in quella cosa dev’esserci qualcosa di profondamente vero. Disperatamente vero».

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È questa l’Oriana che vi troverete davanti nel testo, una donna sola ma sempre battagliera, bisognosa di una parola di conforto da parte di una voce che suona come quella di un caro vecchio membro familiare, fosse pure di una famiglia a tratti odiata e comunque impossibile da ripudiare. Con lui riesce ad abbandonarsi a una straordinaria umanità che passa dalla riflessione universale (“L’intelligenza non basta. L’erudizione non basta. La ragione, la forza della ragione, non basta. Per dar senso al viaggio della vita ci vuole passione, la forza della passione. Comunque essa si manifesti. La passione è una luce”), alla contemplazione del quotidiano che tende, a tratti, al misticismo («Ma una notizia che per me conta moltissimo voglio dartela lo stesso. L’albero alto e grosso ha incominciato a fiorire. I grappoli di petali bianchi e profumati si stanno formando. E sui rami più bassi, cioè su quelli che formano l’ombrello che copre il tavolo tondo, stanno addirittura sbocciando. Sicché non faccio che supplicarlo: “No, no, no! Troppo presto! Lui ancora non c’è! Se sbocci ora, non ti vede! Non ti annusa! Sotto l’ombrello bianco e profumato non ci mangia!”»).

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Ma ciò che stupisce di più del volume, più della Fallaci che fa la Fallaci, è monsignor Fisichella, di cui è facile intuire perché sia stato destinatario di tanto affetto da parte di questa donna scorbutica e non priva di una certa misantropia. Fisichella è un uomo di Chiesa, ma non certo un pretino di campagna. Verrebbe da dire, se non suonasse intollerabilmente irrispettoso, che ne sa una più del diavolo – se non altro nello scandagliare l’animo umano. Struggenti e mai giudicanti sono le sue riflessioni che accompagnano il carteggio, riflessioni su un’amica che, per quanto cerchi, a suo avviso non riesce mai veramente a sfuggire alla seduzione del divino («Mi sento di dire che certamente Dio ha cercato Oriana. È lui che sceglie le persone che in un particolare momento sono in grado di far sentire la sua voce e di parlare il suo linguaggio, che non è di giudizio, ma di misericordia»).

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La penna del Monsignore è di celeste chiarezza e sovrumana pietà, capace davvero di trarre ciò che di buono alberga nella coscienza del singolo, anche quella del non credente. Di notevole spessore, infatti, la sua meditazione sul rapporto tra l’ossessione per la parola di Oriana e la ricerca metafisica sottesa a tale maniacale cesellare, condotta appoggiandosi anche al pensiero di Benedetto XVI: “«La ricerca di Dio richiede quindi per intrinseca esigenza una cultura della parola […] Poiché nella Parola biblica Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di esprimersi». Parole che, a mio avviso, potevano ben applicarsi a Oriana che, attraverso la cultura e lo studio, andava cercando Dio per dei sentieri a noi sconosciuti”.

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Fisichella, tra l’altro, è persona decisamente agguerrita, che ricerca la pace ma non rifiuta certo il conflitto, se necessario, per esempio quando deve difendere l’amica, ingiustamente vittima dei diabolici attacchi dei suoi detrattori: «È il gioco italiano: distruggere chi è bravo e porta onore in casa e all’estero. Invidia, perfidia, meschineria… una miscela orribile di cui solo pochi cattivi sanno fare un programma di vita che ama distruggere. Non devono averla vinta».

Davvero non sorprende che abbia fatto breccia anche nel cuore di Oriana, portandola a parlare di lui come di “una persona nella quale mi riconosco completamente, sebbene sia completamente diversa da te”.

Dunque, un libro per appassionati e amanti, che forse nulla toglie e nulla aggiunge all’opera già ben nota della Fallaci, se non per questo interlocutore singolare e di rara arguzia, finalmente degno del confronto rispetto ai tanti intervistati con cui la giornalista si confrontò in una vita di lavoro. Non un dialogo di quelli suoi soliti, condotti con l’elmetto, ma, in ultimo, un confronto a due, alla pari, forse qualcosa che a Oriana era mancato per gran parte della vita, o che aveva sempre finito per fuggire.

Matteo Fais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di  poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni). 

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