LA QUESTIONE FILOSOFICA DELLA NORMALITÀ (di Matteo Fais)
Negli ultimi tempi si è tornati a parlare del concetto di normalità, soprattutto dopo alcune dichiarazioni di Roberto Vannacci sulla questione degli omosessuali e sulla distinzione fra ciò che può essere considerato eticamente accettabile e ciò che, invece, non sarebbe tale. Come spesso accade quando entra in scena il Generale, il dibattito si è immediatamente spostato sulle sue parole, sulle reazioni che hanno suscitato, sulle accuse di discriminazione e sulle immancabili polemiche – insomma, il fatto è che il militare in questione sta sul cazzo a una certa parte della pubblica opinione, dunque qualsiasi problema sollevi, per partito preso, bisogna tirare su le barricate. Eppure, lasciando per un momento da parte il personaggio, si potrebbe dire che vi è in ballo una questione particolarmente interessante sul piano filosofico: che cosa intendiamo esattamente quando diciamo che qualcosa è normale?

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La parola sembra innocua, quasi banale, e invece contiene un orizzonte sul piano sociale. Stabilire che cosa rientri nella norma significa anche determinare, implicitamente, un parametro attraverso il quale giudicare i comportamenti, le abitudini, i rapporti fra le persone e persino ciò che riteniamo desiderabile per una società. Il problema è che oggi sembra essersi fatta strada l’idea secondo cui parlare di ciò che è normale sarebbe già, di per sé, una forma di discriminazione. Se una determinata pratica viene considerata ordinaria, infatti, sembrerebbe che tutte quelle che se ne discostano debbano necessariamente essere considerate inferiori, lubriche, sbagliate o moralmente riprovevoli. Ma le cose non stanno affatto così.
Qui occorre fare una distinzione, per quanto semplice possa sembrare, che nel dibattito contemporaneo viene spesso deliberatamente confusa o messa in secondo piano: una cosa può essere lecita senza essere normale, tollerata senza essere desiderabile, oppure libertariamente ammessa senza essere necessariamente un modello da proporre agli altri– magari a mezzo della inquietantantissima “educazione affettiva”. Sono categorie differenti. Una società può riconoscere a un individuo il diritto di vivere la propria vita privata come preferisce, senza dover per questo dichiarare che qualsiasi comportamento abbia lo stesso significato sociale e culturale degli altri.

È anche per questo che appare curioso un certo argomento ricorrente del fronte progressista nei confronti dei conservatori. Si sente spesso parlare di doppiopesismo: il conservatore che in pubblico sostiene determinati valori e poi, nel privato, conduce una vita molto diversa da quella che proclama – come nel caso di Alice Weidel, leader dell’AfD e dichiaratamente lesbica. Per carità, molte volte sarà pure vero. Ma perché dovrebbe esserci necessariamente una contraddizione? Il fatto che un individuo pratichi privatamente qualcosa che non considera un modello applicabile a livello generale non significa affatto che stia sostenendo due posizioni incompatibili. Si può ritenere che una determinata condotta non rappresenti la norma e, nello stesso tempo, scegliere personalmente di praticarla. La morale pubblica e la condotta privata non sono e non devono risultare necessariamente sovrapponibili.
Del resto, se il punto fosse unicamente che alcune persone hanno comportamenti sessuali considerati eccentrici, devianti o comunque lontani dalla tradizione, bisognerebbe domandarsi perché certe categorie di persone suscitino una polemica infinitamente maggiore di altre. Prendiamo gli scambisti. Esistono, hanno una loro vita sessuale, frequentano determinati ambienti, organizzano le proprie relazioni secondo criteri che la maggioranza della popolazione non adotta, o peggio trova ripugnanti. Eppure, difficilmente si percepisce intorno a tale comunità il senso di una guerra culturale nei loro confronti. Non capita praticamente mai che diventino il centro di una battaglia politica nazionale, né che qualcuno debba spiegare alla società che il loro modo di vivere deve essere assunto come un nuovo riferimento collettivo.

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Questo probabilmente perché, nella maggior parte dei casi, gli scambisti vivono la loro condizione come una questione privata, stando nel loro acquario per così dire. Non hanno particolare interesse a trasformare la propria prassi amorosa in una nuova definizione universale di ciò che dovrebbe essere considerato ordinario. Possono essere intervistati in televisione – e non è un caso che, di solito, indossino una mascherina per rilasciare certe dichiarazioni –, raccontare le proprie esperienze, frequentare i propri ambienti, fare ciò che vogliono fra adulti consenzienti. Nessuno ha bisogno di perseguitarli per questo. La loro libertà privata può tranquillamente convivere con il fatto che la maggioranza della società continui a considerare quella pratica estranea alla propria idea di vita rispettabile e comune.
È qui che si trova il vero nodo della questione. Le rimostranze che una parte del fronte conservatore muove al progressismo contemporaneo non riguardano ciò che le persone fanno nel proprio letto, casomai il tentativo di modificare il parametro attraverso cui una società definisce ciò che è normale – aspetto che, è appena il caso di sottolinearlo, i progressisti machiavellicamente tacciono o sbandierano, a seconda che vogliano, in determinati contesti, più o meno épater la bourgeoisie.

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E questo è un aspetto molto più importante della semplice libertà sessuale. Quando si modifica il criterio con cui una società distingue ciò che è ordinario da ciò che non lo è, non ci si limita più a dire a un individuo di fare ciò che vuole. Si comincia, semmai, a imporre alla collettività di considerare questa cosa allo stesso modo delle altre. E, quando si arriva a questo punto, inevitabilmente si entra nel terreno della cultura, dell’educazione e della formazione delle generazioni successive.
Il concetto di riferimento, infatti, non rimane confinato nelle discussioni degli adulti. È quello che trasmettiamo ai bambini e agli adolescenti, quando spieghiamo loro come funziona il mondo. È ciò che presentiamo come ordinario, consueto, frequente, auspicabile. Per decenni abbiamo distinto fra ciò che apparteneva alla norma e ciò che rappresentava un’eccezione, una trasgressione, una scelta particolare, difficile, estrema. Oggi sembra, invece, esserci una crescente pressione affinché la distinzione stessa venga cancellata. Non dovremmo più dire che qualcosa è diverso dalla norma, perché persino l’idea che qualcosa non rientri in quest’ultima categoria desta sospetto.
Ma una società senza una concezione di normalità non diventa necessariamente più libera. Potrebbe semmai mutare in una struttura entro la quale ogni comportamento pretende di avere lo stesso valore simbolico degli altri, e questo è tutt’altro che scontato.

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Si potrebbe obiettare che la normalità è sempre stata costruita socialmente e che ciò che un tempo appariva tale oggi può sembrare assurdo. È vero: la storia dimostra che le società cambiano e con esse anche i loro costumi. Ma da ciò non deriva che ogni cambiamento sia automaticamente positivo o che ogni distinzione fra norma ed eccezione debba essere abolita. Altrimenti si finisce in una specie di relativismo assoluto nel quale non esiste più alcun criterio attraverso cui discutere dei comportamenti: tutto è semplicemente equivalente, una possibilità fra le altre.
E qui si torna anche alla vecchia accusa di ipocrisia rivolta ai conservatori. Il fatto che un uomo che difende pubblicamente una determinata idea di famiglia possa avere, nel privato, un’amante o una vita sessuale molto diversa, non palesa affatto che quella sua idea sia priva di senso. Dimostra, casomai, che gli esseri umani sono spesso incoerenti. La storia dell’umanità è piena di persone che predicano una cosa e poi razzolano male, se non peggio. Questo non rende automaticamente falso il principio che predicano.
Anzi, potrebbe essere proprio questa una delle grandi confusioni del nostro tempo: scambiare la libertà individuale con la necessità di ridefinire continuamente ciò che tutti dovremmo considerare normale. Nessuno, ormai, pretende seriamente di poter impedire a un adulto di vivere la propria sessualità come preferisce, sempre che non vengano coinvolte persone non consenzienti – quindi sì, ci sta assolutamente che uno premetta al suo discorso conservatore “Ho tanti amici gay”. Il terreno dello scontro si è spostato altrove: si discute di quali categorie utilizzare per raccontare quella sessualità, delle parole da adottare, dei modelli da presentare alle generazioni più giovani e di come collocare determinati comportamenti.

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Ed è proprio qui che la questione diventa politica perché, se tutto è normale, allora nulla è più tale. Se ogni differenza deve essere immediatamente trasformata in una variante equivalente, la parola stessa perde il proprio significato. E se perdiamo la capacità di distinguere fra ciò che costituisce la norma e ciò che rappresenta un’eccezione, non abbiamo necessariamente eliminato la discriminazione, bensì annichilito uno degli strumenti con cui una società può descrivere sé stessa.
Forse è per questo che la parola “normalità” provoca oggi tanto nervosismo. Non perché sia necessariamente offensiva, ma perché contiene una domanda alla quale il nostro tempo sembra sempre più insofferente: che cosa vogliamo continuare a considerare normale? A tale quesito non si può rispondere semplicemente dicendo che ognuno è libero di fare ciò che vuole, perché la libertà individuale è una cosa, ma la definizione culturale della normalità è ben più problematica e fondante.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).