TUTTE LE BALLE CHE RACCONTANO SULL’ARTE (di Matteo Fais)
C’è un bellissimo passaggio di Closer, l’opera teatrale di Patrick Marber, portata sul grande schermo da Mike Nichols, il regista de Il Laureato, in cui il personaggio di Alice, commentando la foto che la ritrae, dice a Larry, il fidanzato della fotografa: “È una bugia. Sono solo un mucchio di tristi sconosciuti fotografati magnificamente e tutti i ricchi bastardi che apprezzano l’arte dicono che è bello perché è quello che vogliono vedere. Ma le persone nelle foto sono tristi e sole, mentre le immagini fanno sembrare il mondo bello. Quindi, la mostra è rassicurante, il che la rende una bugia, e tutti amano una Grande e Bella Bugia”.

Le rabbiose e disincantate considerazioni della ragazza, che di lavoro fa la spogliarellista e si trova probabilmente per la prima volta in vita sua a vedere il dietro le quinte del processo creativo, non sorprendono, perché basate su tutta una serie di fraintendimenti che la massa ha sviluppato in merito al valore e al significato dell’arte.

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Meglio fugare, dunque, fin da subito, ogni dubbio di Alice o di chicchessia: l’arte è da sempre, e per sempre sarà, una “Grande e Bella Bugia”. Non è un caso che il sommo Johnny Rotten, il 14 gennaio 1978, sul palco del Winterland Ballroom di San Francisco, un attimo prima di gettare il microfono a terra e sancire la fine dei Sex Pistols, si sia rivolto al pubblico dicendo “Ever get the feeling you’ve been cheated?”, che, tradotto in italiano, significa “Avete mai avuto la sensazione di essere stati ingannati?”. Verrebbe da dire: e certo che lo sono stati! Non si può essere punk e pubblicare dischi con la EMI, essere “l’anticristo, un anarchico” e fare soldi grazie alle major che, sapientemente, hanno sfruttato il tuo potenziale commerciale. Se vuoi essere un vero punk, devi solo tendere all’autodistruzione, ubriacarti fino all’estasi della cirrosi, distruggere tutto, vivere da schifoso in una casa abbandonata occupata.
Eppure, Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols resta un album immenso, brutale e disperato, fottutamente punk, malgrado il conto in banca dei membri fondatori. Chi se ne sbatte della loro coerenza, quando le viscere si scuotono all’urlo nichilista di “No future, there’s no future / No future for you”.

Meglio chiarirlo: l’arte non salva né te né nessun altro, non implica alcuna adesione all’ottusità delle persone coerenti. Se volete prendervi cura del mondo, aiutare le persone che la notte dormono per strada, avete poco da pubblicare il vostro bel libretto del cazzo in endecasillabi. Andate a sporcarvi le mani seguendo il fetore di piscio e merda. I vostri buoni sentimenti, messi in versi, non cambieranno la vita sulla terra. La tristezza che denuncia Alice durerà quanto l’universo e nessun uomo, con una macchina fotografica in mano o un taccuino, potrà mai cancellarla. Quando vedo poeti che organizzano raccolte fondi per Gaza – perché “non ci si può limitare a scrivere” – ho il voltastomaco e il sadico desiderio di reindirizzare le bombe su di loro. Per carità, possono fare ciò che meglio ritengono, ma sappiano che il loro essere artisti non c’entra un accidente con lo spirito di misericordia o vicinanza alla popolazione palestinese.
Sono tante le prospettive da cui si potrebbe affrontare la questione delle menzogne che ruotano intorno al concetto di arte. La prima cosa da tenere a mente è che la bugia dietro di essa non significa la falsità dell’oggetto creato: se il personaggio di quel romanzo non esiste, non per questo è meno vero, per tanti versi. Ma questa è materia squisitamente filosofica che condurrebbe troppo lontano.

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La seconda è che certamente l’arte è arte e nulla più. Si può ritrarre un uomo mentre muore per trasmettere tutto il senso della transitorietà del nostro esistere, o creare una meravigliosa ceramica che non avrà se non lo scopo di suscitare un moto di stupore in coloro che la vedranno in mostra in una teca, che il senso dell’operazione non muta: generare qualcosa di esteticamente gradevole. Tutti gli effetti collaterali che la visione dell’opera può cagionare – indignazione per la condizione di un popolo, rabbia per lo sfruttamento dei neri, meraviglia per un tramonto finito su una stampa chimica – sono di contorno. Bisogna rassegnarsi al fatto che l’arte è inutile, fine a sé stessa. Se non è bella, per quanto grande e nobile possa essere la motivazione dietro di essa – la fame del mondo, la condizione della donna – la potete tranquillamente gettare alla più vicina isola ecologica senza tante remore.
E ciò induce a meditare su un altro aspetto: l’arte si fa con i mezzi dell’arte, non con le idee. Come insegna Stéphane Mallarmé a Edgar Degas, il quale si lamentava di avere molte idee brillanti ma di non riuscire a trasformarle in sonetti: “Non si scrive un poema con le idee, ma con le parole”. Le fantastiche farneticazioni femministe, per dire, di rado hanno prodotto qualcosa di significativo, perché spesso il concetto sopravanzava la padronanza dei mezzi artistici essenziali. La misoginia di Giovenale, invece, ha dato vita a satire superbe, poiché egli, prima di disprezzare le donne, diversamente dalle sue avversarie nei secoli, aveva il dono della parola che a loro troppo spesso è mancato. Sembra lapalissiano precisarlo ma, in questo contesto, è meglio farlo: un’idea pessima può produrre un’opera straordinaria; una nobile può produrre un’opera mediocre.

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Da queste premesse si deduce, senza grande sforzo intellettuale – per chi ha un intelletto, cosa non scontata tra la maggior parte di coloro che, oggi, si dichiarano artisti –, che l’arte non ha da essere buona, né da avere alcun intento edificante. Chi cerca esempi da spendere sul piano etico, sfogli il grande catalogo dei santi, religiosi o laici che siano, da Padre Pio a Gino Strada. Che il protagonista di un romanzo sia il campione del buon costume o un volgare pornografo che sfrutta ragazze senza soldi poco importa. Basta che i suoi sentimenti e pensieri siano espressi in modo coinvolgente sul piano letterario – meglio ancora se si sprofonda in una mente malvagia, senza vederne via di fuga, ciò vuol dire che l’autore è riuscito a creare una tela di ragno entro cui ci ha presi prigionieri.
Va da sé ovviamente che, se quanto detto è vero, la bontà d’animo di chi crea non aggiunge né toglie nulla alla qualità dell’opera. L’unica cosa che si può attribuire a un artista è l’onore di aver dato vita a qualcosa di unico, ma sempre tenendo in mente che la cosa creata esiste fin da subito indipendentemente da lui. Se venisse fuori che l’opera di un qualunque autore è solo firmata da questo, ma il creatore era qualcun altro a cui lui faceva da prestanome, la questione sarebbe davvero poco importante a livello di fruizione della stessa. Figurarsi, quindi, quanto possa contare la mitezza o la malvagità dell’autore. Se Hitler fosse stato un grande pittore, neppure tutti gli ebrei che questo ha sulla coscienza avrebbero potuto squalificare il risultato delle sue pennellate.

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Da qui, a cascata, potete dedurre che: l’artista non deve essere coerente con ciò che produce; l’arte non deve necessariamente servire a qualcosa che stia oltre l’arte stessa; l’impegno politico di chi crea non avvalora né squalifica la sua opera. Soprattutto, non esiste alcun obbligo morale di cambiare il mondo da parte dell’artista: l’unico mondo sul quale l’arte abbia una responsabilità è quello dell’arte stessa, attraverso l’unicità del prodotto.
C’è poco da sbattersi, la mente va ripulita dalla sozzura woke che infesta le idee su questo campo. Bisogna finirla di suggerire alla gente di pubblicare testi per trovare sfogo a un certo malessere dell’animo: se avete uno squilibrio chimico che vi causa la depressione, recatevi da un medico psichiatra. Smettetela di confondere poesia e narrativa – o peggio ancora la pittura – con una terapia dell’anima.
L’unica cosa su cui essere, invece, maggiormente concessivi, riguarda la fruizione delle opere e un certo qual loro effetto sull’afflizione umana che l’ineguagliabile Leopardi ci suggerisce, in un passo del suo Zibaldone, e che vale la pena riportare nella sua interezza, considerato che difficilmente la maggior parte del popolino avrà mai modo di confrontarsi con il sovraumano genio italico:

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“Hanno questo di proprio le opere di genio, che, quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande, che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggimento della vita o nelle più acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa), servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo; e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta. E così quello che veduto nella realtà delle cose accora e uccide l’anima, veduto nell’imitazione o in qualunque altro modo nelle opere di genio (come per esempio nella lirica, che non è propriamente imitazione), apre il cuore e ravviva. Tant’è, siccome l’autore che descriveva e sentiva così fortemente il vano delle illusioni, pur conservava un gran fondo d’illusione, e ne dava una gran prova col descrivere così studiosamente la loro vanità, nello stesso modo il lettore, quantunque disingannato e per se stesso e per la lettura, pur è tratto dall’autore in quello stesso inganno e illusione nascosta ne’ più intimi recessi dell’animo ch’egli provava. E lo stesso conoscere l’irreparabile vanità e falsità di ogni bello e di ogni grande è una certa bellezza e grandezza che riempie l’anima, quando questa conoscenza si trova nelle opere di genio. E lo stesso spettacolo della nullità è una cosa in queste opere, che par che ingrandisca l’anima del lettore, la innalzi e la soddisfaccia di se stessa e della propria disperazione”.
La povera Alice ha dunque ben poco da chiedere alla foto che la ritrae, se non di rappresentare magnificamente la sua solitudine esistenziale, nella consapevolezza che tale raffigurazione, pur avendo un qualche legame con lei e il suo patire, sarà sempre oltre la sua persona, come una menzogna ci nasconde da ciò che siamo realmente. Spiace, ma nessuno potrà mai uscire da una mostra, o alzarsi dalla lettura di un libro, con un certificato di guarigione da sé stesso.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).