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RECENSIONE – CINZIA COPPOLA, FUTURO SEMPLICE (di Matteo Fais)

Ecco un libro che assume su di sé la necessità di mettere ordine, per quanto possibile, dentro una materia che, come tutti ben sappiamo, si ribella a ogni argine. Futuro semplice di Cinzia Coppola, pubblicato da Puntoacapo Editrice, è un testo che prende atto del disordine dell’esperienza e prova, con i versi, a raccoglierne i frammenti. E, infatti, una delle parole che meglio descrivono questa raccolta è proprio frammentazione.

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“Fermi qui a contare / frammentazione dopo frammentazione / ciò che non torna più intero”, scrive in uno dei passaggi più significativi della raccolta. Più avanti la domanda diventa ancora più esplicita: “come faremo a mantenere l’unità?”. Tutto il testo pare ruotare intorno a questo problema: come si fa a restare una persona quando il tempo, la memoria, le relazioni e perfino il linguaggio tendono continuamente a disperderci?

È stimolante che Coppola non affronti tale frantumazione soltanto attraverso il dolore personale. Nella sua poesia entrano infatti la città, la quotidianità, il lavoro, i rapporti umani, l’infanzia, il corpo, la memoria, le strade, le automobili, i parcheggi, i supermercati, gli autobus. La lirica non ha bisogno di volgersi continuamente a un altrove metafisico, perché il materiale poetico è già tutto entro l’oridnario. In questo senso è significativa una poesia come Quadretto, in cui una donna attraversa strade in penombra e compie «azioni epiche / come chi ha vissuto il mondo» – quasi una dichiarazione di poetica da cui traspare come la grandezza dell’esistenza possa trovarsi nelle azioni minime, quando vengono osservate abbastanza a lungo e con una certa attenzione.

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La memoria ha, in questo libro, un ruolo centrale, senza ridursi a contemplazione nostalgica di ciò che è stato. L’infanzia ritorna attraverso i cortili polverosi, le finestre, i profumi, le ore che sembravano infinite. “Anche i ricordi più antichi / hanno un colore di pane caldo”, sottolinea con un’immagine semplice, persino tradizionale, ma comunque efficace: il passato non viene spiegato, ma fatto riapparire attraverso una sensazione concreta. Esso, tuttavia, non è mai veramente trascorso. Riemerge dagli “archivi sepolti”, torna come “un frammento di storia” che non abbiamo finito di sfogliare, è una materia che continua a riaffiorare inaspettatamente. La memoria non è quindi una stanza nella quale rifugiarsi, ma qualcosa che continua a entrare nel presente, modificandolo.

Poi, a un certo punto, nella raccolta irrompe il nostro presente tecnologico e il suo linguaggio viene indagato come nuovo paradigma del problema stesso dell’identità (“Io non sono più io / sono ciò che resta dopo l’accesso”). Compaiono così nel testo lo schermo, la stringa smarrita, il server lontano, le emozioni archiviate, la replica. La persona comincia, insomma, a essere trattata come un insieme di dati, una traccia, qualcosa che può essere conservato, duplicato e richiamato.

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Non è difficile capire perché questo tema si faccia pian piano largo nella poesia contemporanea: viviamo in un mondo nel quale una parte crescente della nostra esperienza passa attraverso dispositivi che registrano, conservano e classificano. Il problema, però, è molto più antico della tecnologia: che cosa rimane di noi quando la nostra immagine prende il posto della nostra presenza.

Vi è, da parte della poetessa, un tentativo di avvicinarsi alla poesia civile, alla riflessione sul presente e alla critica della società tecnologica, con il linguaggio del mondo digitale che tende a impossessarsi del vocabolario e a piegarlo a sé stesso. L’episodio più riuscito della sezione è certamente questa lirica di puro rigetto antimoderno: “Non fa più notte. / Siamo qui nell’ora del giorno / in cui un velo di luce perseguita l’ombra / e continuiamo a chiamarlo progresso”. Ma il vero tema del libro non è la tecnologia, bensì la perdita del soggetto – la prima è solo una delle forme attraverso le quali questa, oggi, diventa visibile.

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La Coppola non si accontenta, però, di interrogare il mondo, rivolgendosi direttamente alla poesia stessa, domandandosi cosa significhi essere poeta, perché continuare a scrivere, e quanto potere abbia la parola – se non si sia noi stessi a essere posseduti da questa. Chiarisce la questione Scrivo per l’ultima volta: la poetessa decide che quella sarà l’ultima volta, ma poi rileggendo il testo scopre che una parola deve essere sostituita e nessun termine riesce a esaudire completamente ciò che dovrebbe incarnare. La scrittura diventa così una specie di fedeltà provvisoria, destinata a ricominciare ogni volta. È probabilmente qui che si comprende perché Coppola continui a scrivere nonostante tutto ciò che il libro racconta sulla crisi della comunicazione: la poesia non risolve la frantumazione, ma fornisce la possibilità di abitarla senza venire travolti (“Sono radicata come la poesia: / non chiedo terra buona, / mi basta una crepa nel cemento del giorno”). Insomma il verso non viene considerato una forma di evasione dalla realtà, ma un modo per restarvi dentro quando questa diventa difficile da sopportare.

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Da questo punto di vista il titolo, Futuro semplice, assume un significato sempre più preciso man mano che ci si avvicina alla fine della raccolta. La lirica che dà il titolo al volume arriva quasi alla conclusione e il futuro che vi compare non ha nulla di grandioso. Due persone tengono strette le proprie paure e l’auspicio è soltanto che il futuro “parli piano, semplice”, che siano lenti i baci, che nessuno faccia rumore. Dopo aver attraversato la memoria, la perdita, il digitale, la crisi del soggetto, il problema della parola, il futuro finisce per coincidere con la possibilità di poter continuare a vivere.

È in tal contesto che sopraggiunge la lirica Figlio. “Sei nato / e il tempo ha smesso di fingere”: la nascita introduce nel testo una forma di futuro che non è più soltanto una categoria astratta. Si intravvede una soluzione che niente ha a che fare con l’ideologica, o la dimensione tecnologica. Essa è, semmai, umana. Il futuro può essere semplice perché, dopo tutto, resta la possibilità della trasmissione, di consegnare qualcosa a qualcun altro.

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Un libro, dunque, questo senza un sistema poetico perfettamente chiuso, che procede tra frammenti, intuizioni, ricordi e meditazioni, per dire qualcosa che la teoria non riuscirebbe a dire altrettanto bene, senza cadere nel didascalico. Coppola, in conclusione, vuole capire il mondo e, contemporaneamente, sa che la poesia non è fatta per risolverlo. Dunque, pensare il futuro, in questo libro, non equivale a lanciarsi nella dimensione della profezia, ma nel cercare un modo di stare nel presente senza soccombere alle sue tragedie – nel trovare un futuro semplice, forse più semplice. Le armi umane, in tal senso, stanno nel ricordare, amare, scrivere, nel trasmettere a qualcuno il compito di realizzare ciò che potrà essere.

Matteo Fais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di  poesie si intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni). 

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