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NON PUOI GOVERNARE UN PAESE CON LE CANZONI, NEPPURE CON QUELLE DI DE ANDRÉ (di Matteo Fais)

Uno dei motivi del grande successo della Sinistra presso le masse, e specie nel segmento più giovane, sta nel fatto che questa, a livello popolare, abbia sempre proposto una visione semplificata per menti poco acute – usando un linguaggio meno esplicito, si potrebbe parlare del suo slancio utopistico. Non è un caso che, psicologicamente parlando, il progressista medio sia uno che non ha mai realmente superato la sua turbolenta adolescenza di cannoni e birrette al centro sociale. Non essendo mai diventato grande, egli non conosce se non questa dimensione onirica della politica, il volemose bene – con annesso odio libero per la Destra –, il sogno della fratellanza universale, la lotta contro l’inquinamento con l’iPhone in mano.

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È in questa cornice che va inserito l’episodio di contestazione contro Salvini, in Sardegna. Era ipotizzabile che qualche coglione perdesse la testa, così come che Dori Ghezzi – che immagino avesse invitato il Ministro – abbia tentato, per quel che era in suo potere, di essere ecumenica e calmare le acque. Ma il momento più significativo è stato quando ha parlato il cantante Diodato, il quale ha sottolineato di non poter mandare via nessuno, non essendo appunto in casa sua, per poi concludere con una spruzzata di bollicine: “Speriamo che la musica di De André illumini un po’ di più la nostra classe politica”.

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Ora, questa frase non va considerata come un semplice modo per liberarsi di un fastidioso problema temporaneo nel rapporto con il pubblico, poiché essa racchiude in sé una visione del mondo, una weltanschauung adolescenziale appunto, semplicistica, in fin dei conti profondamente imbarazzante. Lo strimpellatore in questione è probabilmente convinto che si possa tirar su una politica nazionale sulla base dei versi del noto cantautore genovese.

Per carità di Dio, non mi si fraintenda: De André è stato un artista geniale, perfettamente in grado, nel suo campo, di stare al fianco di mostri sacri da Leonard Cohen a Johnny Cash. Ciò è indiscutibile, esattamente come il fatto che, per così dire, lui faceva il suo, grazie al cielo, senza spingersi oltre il perimetro del comporre e cantare. Volendo essere puntigliosi, non era neppure un poeta in senso stretto, se non della canzone – ripeto, mica una dote da niente. Lui scriveva e interpretava testi, in ciò essendo un vero maestro.

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Il problema però è che queste canzoni, malgrado il portato esistenziale e, perché no, anche sociale, non sono manifesti politici, neppure programmi di partito. Dalle parole de Il Pescatore nessuno può ricavare una visione concreta per una riforma dell’economia, o per la revisione dei conti pubblici. La domenica delle salme è certamente una fantastica e magnificamente costruita elegia di un certo mondo ideale miseramente naufragato, in cui tanti italiani potranno ritrovarsi, ma non dice niente su come tenere a bada l’inflazione. Neppure il noto Storia di un impiegato – un album superlativo e coraggioso per i tempi – non dice, in ultimo, molto di più se non che “Non esistono poteri buoni” – dagli torto! – e che tutto sommato nessuno fa la rivoluzione in solitaria, con gesti terroristici fini a sé stessi. Niente da dire contro queste riflessioni così piacevoli da condividere ascoltando la sua voce, ma non siamo neppure a livello di una Ulrike Meinhof, la terrorista rossa tedesca, quando asserisce “Se uno lancia un sasso il fatto costituisce reato, se vengono lanciati mille sassi diventa un’azione politica; se si dà fuoco a una macchina il fatto costituisce reato, se invece si bruciano centinaia di macchine diventa un’azione politica”.

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Purtroppo, l’anima bella di Sinistra è sinceramente convinta che basti essere un grande poeta – della canzone, ripeto –, o anche solo essersi abbeverati culturalmente ai testi di un simile autore, per mandare avanti la baracca nazionale. Beh, ho brutte notizie per lui, non funziona così.

Tra l’altro, questa concezione alta del poeta – della serie “Se scrive qualcosa di così bello deve essere una persona splendida e capace” – è tipica di chi non sa niente del mondo della cultura e dei suoi rappresentanti. Gli artisti sono tra gli individui moralmente più infimi che vi siano in circolazione: narcisisti, pieni di sé, morti di fame e ancora di più morti di fama. Gente capace di vendere la madre “a un nano”, per dirla proprio con De André, in cambio di mezzo minuto di gloria.

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Ma, più di tutto, l’artista è sovente l’individuo meno adatto non solo a condurre una Nazione, ma pure ad amministrare un condominio. Egli è il più delle volte un disadattato, incapace di vivere, malmostoso e spesso avvezzo all’abuso della derivazione del mosto – insomma alcolisti e, in tal senso, De André ne ha dato ampia prova, come ammettono tutte le sue biografie. Insomma, no, non basta scrivere belle canzoni, poesie, romanzi per dirsi adatti a governare un Paese.

Naturalmente, io non voglio fare la demonizzazione della cultura – per quello c’è già la più becera Destra attuale –, meno che mai dire che essa è roba da comunisti – penso, anzi, che la cultura sia un prodotto borghese di società avanzate e ricche. Molto più semplicemente, è necessario sfatare il mito che qualsiasi cultura, e specie quella umanistica, o una qualunque dote artistica, sia condizione necessaria e sufficiente per fare politica, o per dare ad essa un qualche indirizzo etico. Anzi, se abbiamo dei politicanti da quattro soldi, con più abilità canora che di governo, è proprio perché questa gentaglia è venuta su a pane e canzonette, convinta che Imagine di Lennon potesse risolvere la millenaria tendenza dell’uomo alla prevaricazione e alla violenza.

Vi prego, svegliatevi: De André non è Churchill, non è De Gaulle, o Kennedy. Sono solo canzonette? Sì e, se per voi rasentano la profondità politica di un testo di John Rawls, John Stuart Mill, o di Walter Lippmann, è perché siete delle teste di cazzo a cui dovrebbero togliere il diritto di voto.

Matteo Fais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).

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