la manifestazione organizzata da non una di meno in occasione della giornata internazionale della donna nel 2025
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NEANCHE SÌ È SÌ – LE FEMMINISTE VOGLIONO CHE IL CONCETTO DI CONSENSO SIA VAGO (di Andrea Rodolfo Nadia)

Come ben saprete, anche nella legge italiana si sta concretizzando l’idea spinta da anni dalle femministe e già realtà in altri paesi del “solo sì è sì”, ovvero che non serva una manifestazione di dissenso, un “no” espresso a parole o in altro modo, per definire un rapporto sessuale una violenza, ma sia sufficiente la mancanza di una manifestazione entusiasta di consenso in ogni momento dell’atto.

Il testo proposto e votato all’unanimità alla Camera è tuttavia stato bloccato in Senato lo scorso 25 novembre perché, per come formulato, di fatto negherebbe uno dei principi cardine del diritto penale – In dubio pro reo, dal latino “Nel dubbio, a favore dell’imputato” – e ribalterebbe l’onere della prova nel corso del processo, mettendo chi viene accusato nella posizione di dover dimostrare la propria innocenza anziché chi lo accusa in quella di dover dimostrare la sua colpevolezza.

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Un tentativo di mediazione è stato proposto dalla senatrice Julia Unterberger, ma non è su quello che voglio soffermarmi, bensì sulla risposta pubblicata su Facebook dalla senatrice Valeria Valente. In particolare il punto in cui dice: “[il testo] introduce il concetto di ‘consenso riconoscibile’, e poi richiama quello del dissenso. Ma non ci stancheremo mai di ripeterlo: il consenso riconoscibile, così come il dissenso, rappresentano un passo indietro rispetto alla normativa vigente, alle convenzioni internazionali e alla giurisprudenza italiana e internazionale. Sono concetti contro cui si sono espresse tutte le associazioni delle donne e le reti antiviolenza che operano in prima linea contro la violenza sulle donne perché rischia di scaricare sulle vittime il peso di un calvario giudiziario ancora più oneroso e difficile.”

Insomma, mi par di intendere che secondo la senatrice Valente pure l’idea che il consenso, e per estensione il dissenso, debba essere riconoscibile per poter formulare un’accusa di violazione dello stesso sarebbe un passo indietro inaccettabile rispetto a ciò che vorrebbe questa proposta di legge. Per la logica femminista tutto potrebbe esistere anche solo nella testa della presunta vittima – ovviamente sempre donna –, il cui sentire interiore dovrebbe avere peso legale anche quando non manifestato in modo intellegibile per la controparte: solo un sì è sì… ma neanche, in realtà! Se vi ha detto di sì pensando che in realtà preferirebbe, o avrebbe preferito di no… comunque siete colpevoli di violenza!

Ma se vi sembra una logica surreale, ragazzi, è perché vi ostinate a non capirne il reale proposito, che non è quello di diminuire le reali violenze sessuali. Per capirlo dovete prendere atto di un paio di realtà empiriche.

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La prima è che l’interesse delle donne nel sesso fine a sé stesso è un po’ come l’interesse dei gay nel matrimonio: abbastanza da rompere i coglioni incessantemente per poterlo ottenere quando glielo detta lo slogan del momento, ma poi all’atto pratico di non volerlo quasi mai per davvero. È banale biologia: il cervello femminile non si è evoluto per approcciare un rapporto sessuale con la stessa leggerezza con cui lo fa un uomo. Il che non significa che le donne che vogliono e che sono in grado di farlo non debbano avere tutto il diritto di farlo. Ma queste donne, che sono e saranno sempre una minoranza, non hanno mai avuto bisogno né del permesso del femminismo per fare quel che gli pare né di scaricare sul malcapitato di turno le proprie ansie rispetto a una cosa che non sanno realmente gestire. Perché appunto, la sanno gestire.

Purtroppo però succede che molte altre che farebbero meglio a pensarci due volte, ma sono state convinte dal femminismo che darla via come se non fosse loro sia un atto di emancipazione, vengono brutalmente riportate alla realtà quando i malesseri con cui decidono di intrattenersi non le trattano esattamente come delle principesse e, soprattutto, quando a furia di girarsene la cosa comincia a riflettersi negativamente sulla loro la reputazione. Ecco allora che l’incapacità di gestire la cascata di emozioni negativa diventa un bisogno irrefrenabile di ritoccare la storia. Perché sia mai che abbiano fatto la loro libera scelta e il cervello gli abbia detto male. No, poverine, sono state costrette! Beninteso che questa non vuol essere una negazione dei reali episodi di violenza sessuale – che per inciso sono ugualmente gravi che capitino alla verginella o a quella che si è passata cento uomini diversi –, ma una risposta a tutte le donne convinte che, il motivo per cui il primo istinto degli uomini quando una racconta di aver subito una violenza è quello di dubitare della sua parola, sia una fantomatica e inesistente cultura dello stupro.

No, ragazze. Il motivo sono la quantità e la spudoratezza delle bugie raccontate dalle vostre sorelle, venute fuori in tutti questi anni di #metoo e di #believewomen.

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La seconda realtà empirica è qualcosa su cui gli incel fanno un gran baccano – ma quando hanno ragione hanno ragione – ed è che la donna media non si sente attratta dall’uomo medio. Ritiene di meritarsi di meglio, soprattutto se si parla di dargliela senza chiedergli un investimento. L’uomo medio non le stimola desiderio carnale. Non le viene voglia di farselo per il gusto di farselo. Ci si mette assieme quando ne ha bisogno e lo schifa quando non ne ha bisogno. Paradossalmente il disgraziato totale, il criminale o il tossicomane hanno qualche chance in più di rispondere almeno a un bisogno perverso di crocerossismo o di trasgressione. L’uomo medio che si vuole fare una one-night stand o paga, o va con una messa peggio di lui, o decide di sbattersi seriamente e prendere pali su pali finché non ha la botta di fortuna di essere quello giusto al momento giusto o a furia di provare non diventa sveglio e impara a giocarsela bene.

Qui è dove gli incel sbagliano, perché escludono quest’ultima possibilità quando in moltissimi casi è quella determinante. Ma è pur vero che, se uno è sveglio e se la gioca bene, e ha la volontà di prendersi pali su pali, in un certo senso dimostra di non essere un uomo medio, anche se magari ne ha l’aspetto. L’uomo medio non è il brutto: è l’impacciato che non coglie i segnali. E le donne eviterebbero pure la fatica di dargli picche se potessero. Eviterebbero proprio di averci a che fare in certi scenari, vorrebbero che si tenesse alla larga da solo.

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Ora, prendersela con le donne perché sono fatte così è stupido come prendersela con noi uomini perché ci scoperemmo pure il formaggio coi buchi. Il problema è la sovrastruttura. Una società sana insegna alla donna che l’uomo medio è quello che le permette di vivere comoda e non può evitare di averci a che fare, esattamente come lui non può evitare di esserne rifiutato la maggior parte delle volte. Insegna a entrambi che anche quando si gioca con rispetto può capitare di commettere falli e può capitare di perdere malissimo. Ogni tanto lui aprirà il portafoglio e a fine serata lei non sentirà la scintilla, ogni tanto lei aprirà le gambe e il giorno dopo lui non sentirà di volerla richiamare. Capiterà che ci si fraintenda, che uno dei due si senta preso in giro, trattato male, portato in situazioni che a posteriori avrebbe preferito risparmiarsi. Ma tutte queste cose, per quanto spiacevoli, non hanno niente a che vedere con l’essere costretti a fare quel che non si voleva fare. Questa, in una società sana, che dà giustizia alle vere vittime, non può essere solo una questione di percezione.

Ma l’ideale femminista è l’antitesi di una società sana. Quello di stare dalla parte delle vittime è uno specchietto per le allodole, ragazzi. Uscite dall’ottica che il proposito di una struttura o di un movimento sociale sia ciò che dichiara di volere: il suo proposito è ciò che realizza a conti fatti. Poco importa che venga da un intento deliberato o meno: se il timone gira per i fatti suoi e chi comanda la nave non lo riprende in mano, vuol dire che la rotta gli sta bene. E la rotta del femminismo è una società in cui le donne possono vivere sulle spalle degli uomini senza dovergli rendere conto di nulla. In questo caso, neanche di essere chiare quando li rifiutano. Perché essere chiare implicherebbe prendersi la piena responsabilità delle proprie parole e azioni, togliersi la possibilità di fare doppio gioco e potenzialmente dover affrontare un attrito.

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Quando è stata l’ultima volta che avete ricevuto un due di picche chiaro e onesto? Posso assicurarvi che la maggioranza degli uomini single al momento non conosce la risposta a questa domanda. Persino ricevere una scusa di cortesia, un “vedo al massimo un’amicizia”, è diventato qualcosa di raro. Il modo più comune in cui le donne danno picche nel dating odierno è semplicemente ghostando e sperando che lui la “capisca da solo”, ovvero che sparisca sapendo che insistendo anche solo con un messaggio di troppo correrebbe il rischio di essere messo alla gogna pubblica. Ma da che mondo è mondo, come ben sa chiunque avesse una vita attiva prima di questi deliri, una certa misura di insistenza ha sempre fatto parte del gioco dell’uomo. E sarebbe prendersi in giro dire che le donne non ne abbiano beneficiato e non ne beneficino tutt’ora, quando vogliono, sfruttando la cosa per scroccare il più possibile.

Se non che ormai gli è rimasto ben poco da scroccare, ed è per questo che le femministe vogliono far saltare il tavolo. Gli uomini non hanno più granché da offrire, gli è stato detto in ogni modo che non interessa ciò che hanno da offrire e sono giunti a loro volta alla conclusione che non valga la pena offrirlo, supplicando per avere – forse – un assaggio di figa usurata dal chilometraggio. Ai segnali ambigui rispondono senza lasciare via d’uscita: ci stai o non ci stai?

Ecco qui servita la necessità di confusione sul concetto di consenso. È un tentativo di normalizzare il “dovevi capirlo da solo” in cui le donne vigliacche e scroccone abitualmente si rifugiano quando sanno di aver mandato segnali ambigui. Il suo fine ultimo non è diminuire le violenze sessuali: è creare un’equivalenza fra consenso e ipergamia, fra rifiuto e lesa maestà. È portare l’uomo medio a capire da solo che non ci deve nemmeno provare. Scoraggiarlo abbastanza da far sì che si escluda di propria iniziativa dal mercato, sotto il pretesto che mettere una donna nella posizione di dovergli dire chiaramente di no o potenzialmente di pentirsi a posteriori di avergli detto di sì sia già una violazione del suo consenso.

Andrea Rodolfo Nadia

Biografia

Pelato, palestrato, logorroico. Aiutare gli uomini a relazionarsi con le donne e fare commentario sociale sul femminismo sono le scuse che si è dato per parlare di figa con arie da intellettuale. Lo si trova sul web come Andrea Rodolfo Nadia.

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