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L’IO IN POESIA? SEMPRE MEGLIO DELL’EGO DEI POETI (di Giorgio Galli)

Alcuni giorni fa, presentando la sua ultima raccolta, un poeta ha lanciato una provocazione: è l’io, in poesia, pornografico? Naturalmente non è stato il primo: lo si dice da anni – precisamente, si scrive che c’è troppo Io nella poesia e che bisognerebbe abolirlo. Con qualche ragione? Nell’epoca di Internet, chiunque butti giù dei versi pretende d’esser preso in considerazione come poeta. Moltissimi affidano all’etere i propri sfoghi personali avanzando, direbbero De André e Mutis, questa smisurata preghiera. Ma può la degenerazione di un fenomeno – che ha radici, peraltro, esterne al fenomeno stesso – provocare una rivolta in blocco, senza sfumature, contro un argomento così enorme come l’Io in poesia?

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Per mia esperienza, l’Io in poesia è un problema molto minore rispetto a quello dell’Ego dei poeti. In questo campo, posso dire d’aver maturato una certa esperienza: dalle lettere di protesta ricevute da chi non si sentiva compreso in una recensione – e m’invitava a rileggere e recensire ancora – alle partite a carte degenerate perché qualche poeta aveva tirato fuori un componimento fresco fresco e l’aveva declamato fra un due di coppe e un tre di bastoni. Una volta, un altro poeta chiese di far uscire una recensione entro una certa data, perché di lì a breve sarebbe dovuto partire per le Seychelles. Beato lui!, pensai, ma alle Seychelles Internet non arriva?

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Questa incessante voglia di dire “Anch’io” ha qualcosa d’infantilmente tenero e, insieme, di agonistico, di un agonismo da società dello spettacolo più che da società letteraria. E a Roma, dove chi sul tovagliolo del ristorante scarabocchia “Ho digerito tutto – ho fatto pure il rutto – che rumore brutto” pensa subito di organizzare un reading intorno a questa sua composizione, ciò può rappresentare un problema. Lo dico da osservatore del fenomeno e non da giudice, meno ancora da poeta o da critico perché, grazie a Dio, non sono poeta e ho dato i miei contributi su alcune testate come “lettore critico”, come chierico laico del gran sacerdozio della poesia, senza fregiarmi di titoli che non possiedo. Posso solo immaginare la slavina di richieste che si abbatte su chi è appena più visibile di me. Per parte mia, credo che l’Io andrebbe limitato nella vita piuttosto che in poesia, perché un Io sulla pagina scritta fa pochi danni, mentre nell’esistenza altrui può farne di vistosi.

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Questo porta a un secondo problema: quasi tutti gli incontri di poesia sono frequentati da altri poeti, che si leggono a vicenda, si recensiscono l’un con l’altro e, in genere, partecipano alle presentazioni se il loro nome appare in locandina. Laddove non figuri in locandina, non è infrequente che intervengano per elogiare il collega aggiungendo che si trovano in tasca, per caso, la loro ultima raccolta, e omaggiando l’anzidetto collega di una lettura dei loro versi – così, sempre per caso. Di fronte a tali comportamenti, è difficile non domandarsi se il problema è solo il “popolo bue” che non capisce la poesia, oppure la sensazione di trovarsi al cospetto di un circolo chiuso e un po’ inintelligibile, dove magari molti sono i convenuti, ma ognuno resta solo – col cuore in ascolto? – in uno speaker’s corner da cui lancia il suo monologo. Sia chiaro, far sentire la propria voce piace a tutti, e con tutti intendo anche al sottoscritto ma, se mi sforzo di censire i miei comportamenti, non ne ricordo uno ascrivibile a questa dimensione.

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Il problema è che tutti noi che pratichiamo oggi la scrittura abbiamo alle spalle una storia immensa di cui non sempre siamo consapevoli, e soprattutto non sembriamo consapevoli che il ruolo e l’importanza del lavoro culturale – retribuito o meno – è cambiato anche rispetto a qualche decennio fa. Oggi, chi porta avanti un discorso letterario – non narrativo, divulgativo o sociale: letterario – si trova in una posizione opposta rispetto a chi lo ha preceduto: non fa più parte degli opinion leaders come Moravia e Pasolini, né della classe dirigente o addirittura aristocratica come i colleghi fino a fine Ottocento, ma di una terra di confine fra la resistenza passiva e il disadattamento. Non è colpa dei singoli e non è nemmeno un giudizio: è un fatto, la società occidentale in questo momento ci colloca in questa posizione. È scomodo prenderne atto, ma è necessario. Mettersi alla testa di un corteo che nessuno segue rischia solo di farci passare per matti. C’è un corollario a questa situazione: cinquant’anni fa, scrivendo, si affermava: ho qualcosa di nuovo e inaudito da dire. Oggi chi si prova nell’arte di combinare le parole sembra piuttosto dire: quasi tutto è stato già scritto, io scrivo per restare ancorato a questa nave – la nave dell’umanesimo occidentale che affonda. Prenderne coscienza può aiutarci a non cadere negli abissi, o almeno a non caderci troppo male.

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È umanamente comprensibile che chi scrive poesia cerchi di reagire all’invisibilità in cui lo relega l’Italia del 2026 – un’invisibilità strutturale, in parte, alla società dei consumi. Ma se è vero che il lavoro culturale, come tutto il lavoro in questi anni, è svalutato, è pur vero che il processo è a doppia entrata: sento poeti dire che si rifanno alla beat generation, che è cosa di sessant’anni fa; o proporre all’infinito la contrapposizione accademica tra poesia lirica e sperimentale – anche qui: Zanzotto è più lirico o più sperimentale? – oppure ancora rivendicare il primato della poesia civile su quella lirica come se Pasolini, nel 1955, non avesse sgretolato tale distinzione con Le ceneri di Gramsci. Da un lato c’è la marginalità – crescente – del mondo della cultura nella società italiana, dall’altro bisognerà pure affacciarsi alla finestra e accorgersi che chi vive nel 2026 ha bisogno di parole e idee del 2026 e non di sessant’anni prima. Chi fa versi oggi sembra ignorare che il palco di Castelporziano è crollato da quarantasette anni – anche se chi c’era ha dovuto prenderne atto perché gli è crollato sulla testa.

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Siccome non eravamo già in sovrabbondanza di categorie, qualcuno ha pensato bene di introdurre un’ulteriore distinzione: quella tra poesia contemporanea e poesia ultracontemporanea. Qui siamo al sublime: una poesia scritta ieri è contemporanea, una completata mentre mi leggete è ultracontemporanea? Naturalmente ho letto e compreso la motivazione, ma rimane il sospetto che, per chi propugna un simile distinguo, “contemporaneo” si riferisca al passato: e, per quanto io mi sforzi di applicare la relatività dello spaziotempo, giuro che non lo capisco. O meglio lo capisco, ma è indice di un orientamento alla sopravvivenza, di un disfattismo da “Si stava meglio quando si stava peggio”. Non è ancora chiaro se l’adagio secondo cui non ci sono più Autori con l’A maiuscola sia dovuto al fatto che non ne nascono – e in tal caso bisognerebbe indagare il perché di siffatta mutazione genetica – o all’impossibilità, nel contesto attuale, di distinguere tra segnale e rumore, alla sensazione di brusio ininterrotto o di mercato del pesce dove la sovrabbondanza di voci rende impossibile l’emergere di una voce.

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So bene che questo mio intervento susciterà – se letto – reazioni simili a quelle che suscitavano i discorsi di Giorgio Napolitano: i meno giovani ricorderanno che quel Presidente della Repubblica lanciava frequenti invettive alla classe politica, alle quali quest’ultima rispondeva invariabilmente che il Presidente aveva ragione. Di primo acchito, un comportamento del genere fa pensare a un’accolita di masochisti che, mentre il Presidente li fustiga, chiedono “Ancora! Ancora!”, ma la vera spiegazione è più sottile: ognuno, in cuor suo, pensava che il Presidente si rivolgesse a tutti gli altri. E allora mi corre l’obbligo di dare a questa mia facezia una conclusione baudelairiana e, se volete, anche chapliniana. E, con lo sguardo in macchina, dire: amico, forse sto parlando anche di te.

Giorgio Galli

Biografia

Giorgio Camillo Galli è nato a Pescara nel 1980 e si è laureato a Siena. Vive a Roma dove ha gestito una libreria indipendente. Ha pubblicato La parte muta del canto (Joker, 2016), Le morti felici (Il Canneto, 2018), Il matto di Leningrado (Gattomerlino, 2021) e Un quoziente di gioia (Fve, 2023). Per RCS Libri ha scritto le biografie di Slobodan Milošević, Douglas MacArthur e Tito nella collana “I signori della guerra”, La scomparsa di Mauro De Mauro nella collana “Grandi misteri d’Italia” e La conferenza di Jalta nella collana “Giorni che hanno fatto la storia”.

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