Chi è Marek Halter? Ovvero della menzogna come atto letterario (di Davide Cavaliere)
Di sé ha detto di essere nato a Varsavia da madre poetessa yiddish, Perl, e padre tipografo, Salomon. Nel 1940, sempre secondo il suo racconto, fu rinchiuso insieme ai genitori e alla sorella Berenice nel ghetto di Varsavia, dal quale la famiglia riuscì avventurosamente a fuggire per rifugiarsi in Ucraina — territorio che, in seguito al patto Molotov-Ribbentrop, era passato sotto l’occupazione sovietica. Qui, a suo dire, la famiglia fu intercettata dai militari russi e trasferita a Mosca. Quando, nel 1941, la Germania invase l’Unione Sovietica, le autorità evacuarono gli Halter a Kokand, in Uzbekistan, uno dei luoghi di destinazione per milioni di sfollati dell’URSS.

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Durante il periodo trascorso in Asia centrale, le condizioni di vita furono estremamente dure: le gravi privazioni alimentari portarono alla morte della sorella Berenice e compromisero seriamente anche la salute dei genitori. Nel 1946 la famiglia fece ritorno in Polonia. Nel 1950 Halter emigrò a Parigi, dove iniziò a collaborare con il celebre mimo Marcel Marceau. In seguito, la sua vita pubblica si è caratterizzata per un intenso impegno politico: si è speso per la pace in Medio Oriente, si è opposto all’invasione sovietica dell’Afghanistan e ha sostenuto con passione la causa dei dissidenti del Blocco orientale.

I suoi numerosi libri sono stati quasi tutti pubblicati in italiano dalla casa editrice Spirali e sono, purtroppo, difficilmente reperibili per il lettore «comune», fatta eccezione per gli ultimi editi da Newton Compton: Il cabalista di Praga (2012) e Maria. La madre di Gesù (2013). Il romanzo migliore di Halter è però La Mémoire d’Abraham, edito in italiano col titolo Abraham, un grande libro per tema e dimensioni (729 pagine). Una storia che comincia nell’anno 70 d.C., quando lo scriba Abraham fugge da una Gerusalemme in fiamme, per terminare in un giorno del 1943 in cui il tipografo Abraham Halter si aggira tra le rovine annerite del ghetto di Varsavia. Una saga attraverso i secoli e gli esili, gli eccidi e la gioia di vivere, l’umorismo e l’intelligenza del popolo ebraico. Per la stesura del romanzo, Marek Halter riunì un team di ricercatori ma, data la difficoltà — se non l’impossibilità — di risalire a una genealogia oltre il XVI o XVII secolo, ha finito per «inventare dal vero». È questa l’espressione che la grande autrice di romanzi storici Anna Banti usava per definire il proprio metodo «compositivo».

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La storia della famiglia Halter, come quella dello stesso Marek, è corretta e completata dalla sua fantasia e viceversa. Nella sua biografia tutto è rocambolesco ed eroico, quasi da romanzo picaresco, ma non tutto è vero. L’esistenza del romanziere è difficile da decifrare quanto la Cabala. Innanzitutto, il vero nome non è Marek, ma Aron, come dimostra il suo certificato di nascita. Lui stesso offre una spiegazione: un errore sul visto rilasciatogli per andare in Francia. Marek non amava il suo vero nome: «Aron era un ipocrita che ha costruito il vitello d’oro; non mi piace».

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Nemmeno la sua data di nascita è certa. L’autore, ad esempio, indica sempre il 27 gennaio 1936, ma la data ufficiale registrata nell’anagrafe francese, che appare sulla sua carta d’identità e sul suo passaporto, è il 27 gennaio 1932. «È un altro errore dell’anagrafe», spiega però Halter, «e non ho mai cercato di correggerlo». Ma a volte confonde i dati. In Perché sono ebreo, scrive «Avevo 9 anni» riferendosi a una scena che logicamente si svolge nel 1941. E questo implicherebbe una nascita nel 1932…

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Proprio dopo la pubblicazione di Abraham nel 1983, Michel Borwicz, storico del ghetto di Varsavia, scrisse un opuscolo di quattordici pagine che evidenziava gravi incongruenze e che circolò clandestinamente negli ambienti ebraici di Parigi. Quando Marek si presentò a Sartre, gli disse: «Sono un sopravvissuto del ghetto», mentre nel 1995, quando il Papa gli chiese: «Quindi, lei è nato a Varsavia?», lo scrittore rispose: «No, Santo Padre, sono nato nel ghetto di Varsavia». Eppure, il ghetto fu istituito solo nel novembre del 1940: prima di allora non esisteva. Marek Halter si è preso diverse libertà con la sua vita, come quando raccontò di aver offerto un mazzo di fiori al «Piccolo Padre dei Popoli», ossia Stalin. Un episodio inventato di sana pianta.

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Insomma, la sua autobiografia è colma di anacronismi e contraddizioni, arricchita di eventi eroici e incontri memorabili mai avvenuti o avvenuti in circostanze assai meno eccezionali. Persino il suo amico Bernard-Henri Lévy ha smentito la versione «epica» della loro esperienza comune nell’Afghanistan sotto assedio sovietico negli anni Ottanta. «Ogni avventuriero nasce da un mitomane», scrive, non a caso, Malraux nel romanzo La Via dei Re.

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Eppure, almeno chi scrive, è affascinato da questo romanziere che sogna la sua vita e vive i suoi libri, in bilico tra parola e azione, grande inventore di magnifici «gesti». Halter, in questo senso, è un fratello di Gary e soprattutto di Malraux. Un fratello minore, senza dubbio. Un fratello più patetico, ma pur sempre un fratello. Portatore felice di questa straordinaria arte dell’affabulazione, della camaleontica invenzione di sé, della menzogna come atto letterario — nella misura in cui la scrittura è sempre finzione. Vita e letteratura, dunque, letteratura e vita, l’una a sostegno dell’altra, indissolubilmente intrecciate.

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La mitomania di Halter mi sembra innocente e anche divertente. Dopotutto, cosa c’è di male ad abbellire la propria vita con le aggiunte che ci sembrano dovute? A rendere più romantico un incontro o più ironica una risposta? Le menzogne non fanno che estendere la nostra limitata vita individuale. Come ha scritto una volta la già citata Anna Banti: «La storia» — e noi aggiungiamo anche la nostra storia — «va raccontata come si ascolta il mare in una conchiglia: rumore lontano del tutto irreale, eppure perfettamente evocato».
Davide Cavaliere
L’AUTORE
DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais e Franco Marino, del giornale online “Il Detonatore”.