CHE FREGATURA CHATGPT E, IN GENERALE, L’AI (di Matteo Fais)
Sentivo tutti annunciare l’apocalisse imminente da qui a tre mesi: “L’AI cancellerà l’umanità. Non serviranno più i registi, perché metterai dentro una sceneggiatura e il programma ti farà il film. Non serviranno più gli scrittori, perché gli parlerai dieci minuti di un’idea che hai in testa e lei ti stenderà in un batter d’occhio Infinite Jest di David Foster Wallace. I cantanti sono finiti perché quella farà ricantare i Beatles meglio dei Beatles stessi negli anni ’60, roba che Battisti e Mogol sembreranno due perecottari”. A momenti pareva pure che sarebbe andata a sostituire la fica reale, tipo avere la Pamela Anderson degli anni ’90 che ti dice sempre di sì, appena accendi il computer.

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Rasserenatevi, sono tutte stronzate. Per verificare di persona, ho preso l’abbonamento a ChatGPT – 23 euro al mese – ed ho constatato che si tratta di un mezzo pacco. Le posti un’immagine, chiedendole di migliorartela, e lei ti promette addirittura di restituirtela a 300 dpi, il formato per la stampa. Sovente, però, non solo non te la migliora, ma te la rispedisce a 72 dpi, il formato per il web, senza però esplicitare di non essere riuscita a fornirti il file che aveva garantito. Le inserisci i capitoli del tuo romanzo, chiedendo di cercare i refusi e, quando non te li inserisce lei stessa, spesso di propone di riunificare il tutto in un unico file Word, per poi postarti un file di 2 pagine che, dei capitoli originali, contiene solo l’incipit.

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È sempre la solita solfa: lui risponde con sicurezza “Sì, certo, nessun problema”. Promette il file, la risoluzione ottimale, risultati che tu non le avevi chiesto ma che lei si pavoneggia di poter produrre, per poi, puntualmente, lasciarti con il cazzo in mano.
A quel punto, arriva il momento della verità: tu la interroghi, la incalzi, la insulti e, dopo un’ora che stai lì a contemplare lo schermo bianco, in attesa della magia, ammette di non essere in grado, come uno studente che farfugli scemenze, durante l’interrogazione, per non riconoscere apertamente di essere impreparato.

Il punto non è che ChatGPT non possa fare certe cose, ma che spesso dice di poterle fare, salvo poi correggersi dopo. E questo è il passaggio che irrita chi lo usa per lavorare davvero, perché un errore tecnico si perdona – pure una limitazione, volendo –, ma la sensazione di essere portati avanti per un’ora, per poi sentirsi dire che niente di quanto promesso potrà concretizzarsi, è una presa in giro intollerabile. Infatti, se avessimo un serio servizio di tutela dei consumatori, le dovrebbe essere impedito di millantare cose che non può fare – non so come la vediate voi, ma per me si tratta di una truffa bella e buona.
Il problema è strutturale: ChatGPT è progettato per rispondere sempre sì. Quando gli chiedi qualcosa, tende a darti una soluzione plausibile invece di fermarsi e dire immediatamente che quanto richiesto non rientra nelle sue abilità. Così nasce una zona grigia fatta di promesse implicite, file fantasma e risultati che sembrano professionali solo finché non li controlli approfonditamente.

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Si prenda la questione delle immagini. I 300 dpi, di cui vaneggia, indicano qualcosa di ben specifico. L’utente, legittimamente, si aspetta che ciò che viene dichiarato corrisponda a ciò che riceverà. Oppure, parlando dei documenti scritti, ChatGPT può più o meno rivedere, analizzare, correggere, riordinare, ma quando si passa alla promessa di “preparare un file Word completo con tutto dentro”, la cosa diventa più incerta. Solo dopo lungo tempo ammette di non essere pensato per dare tale servizio.
Il risultato è che lo strumento proposto per semplificare il lavoro finisce, talvolta, per complicarlo. Non perché sia inutile – anzi, in molti casi è efficace e pure celere –, ma perché viene presentato come più affidabile di quanto sia realmente.

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La verità, molto meno spettacolare, è questa: ChatGPT è un assistente di testo, non un software di produzione professionale. Funziona bene quando lo si usa come supporto, magari per riordinare certe idee, per produrre immagini da postare sui social. Vale molto meno quando gli si chiede di sostituire programmi veri come Photoshop, InDesign, Affinity, Word.
In altre parole: non è la macchina onnipotente che la retorica tecnologica racconta e che tutti i tecnofobici apostrofano neanche si trattasse del demonio in persona. È uno strumento utile sì, ma pieno di limiti. E il fatto è che questi li scopri quasi sempre dopo, quando hai già perso mezz’ora, un’ora, se non due, a inseguire un file che non arriverà mai.

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Ergo, no, non c’è da gridare al miracolo o, se si preferisce, alla sostituzione virtuale del genere umano. Nessuno diventerà Philip Roth grazie a un abbonamento da venti e rotti euro. Non si scriveranno articoli nello stile di Oriana Fallaci grazie a questo strumento dalla prosa ridondante e fiacca.
Tra parentesi, con le altre AI non è meglio: Gemini presenta gli stessi problemi; quella di Photoshop, – che, in teoria, sarebbe dedicata – appena vede una mezza tetta, grida alla violazione delle sue linee guida. Sottolineo peraltro che, solo per averne un paio utili a livello editoriale, non basterebbero 200 euro al mese, oltre a un numero infinito di ore, per istruirla – come si dice in gergo tecnico –, che nessun uomo medio potrà mai avere a sua disposizione.

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Alla fin fine, anche io, come qualsiasi persona con un poco di consuetudine e professionalità, il giorno in cui sono ispirato, riesco a scrivere un capitolo di un libro in un paio d’ore o, nello stesso tempo, realizzare una pubblicità per un prodotto o impaginare un testo per la stampa.
Poi, certo, se volete trasformare la foto della vostra compagna in un pupazzetto molto cute, lo strumento è simpatico e divertente. Ecco, sì, si tratta di un amabile giocattolo con cui baloccarsi ma, sono pronto a scommetterci, da qui a vent’anni, esisteranno ancora medici, agricoltori, operai, insegnanti, scrittori e puttane da strada. Nessuno sarà sostituito, rimpiazzato, ridotto all’inutilità.

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Anche quando sono usciti i primi PC, c’erano paranoici che gridavano all’imminente fine del mondo. In realtà, come potete ben constatare, la gente continua a incontrarsi e sposarsi, divorziare, fare figli, cornificare, scrivere, andare a cena fuori. E la maggior parte degli italiani vive utilizzando pochissimo il computer in modo attivo. Al massimo si guardano i social, come i nostri nonni restavano ipnotizzati davanti alla tv. Sul serio, state tranquilli: domani vi sveglierete e il sole sorgerà come sempre, senza essere divenuto una proiezione di un qualche monitor interstellare. Similmente, il vostro vicino non sarà un robot comandato da una stanza dei bottoni sotterranea. No, l’umanità, purtroppo o per fortuna, non è ancora finita.
Matteo Fais
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).