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CONTRO L’EMPATIA (di RanCore)

L’empatia è la nuova reliquia morale del nostro tempo. Non si discute, non si analizza, si venera. Viene evocata nei discorsi politici, nei programmi educativi, nelle prediche mediatiche come se fosse la prova definitiva della nostra superiorità morale. L’epoca moderna non inginocchia più davanti agli altari di pietra, ma continua ad avere bisogno di idoli e l’empatia è diventata uno di questi. Eppure sotto questa parola luminosa non si nasconde una verità etica, bensì un meccanismo biologico e nulla di più.

Il cervello umano è una macchina di simulazione. Quando osserviamo qualcuno soffrire, alcune aree cerebrali replicano internamente quel dolore. Non è magia morale, ma un riflesso neurale. I neuroni specchio, l’insula, la corteccia cingolata anteriore si accendono come lampadine in un circuito. Il cervello copia ciò che vede e riproduce l’eco emotiva dell’altro. Una risonanza, come una corda che vibra quando un’altra viene toccata. Ma nessuno chiamerebbe morale una vibrazione. È solo fisica, biologia, meccanica.

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L’empatia non è un faro etico che illumina l’umanità ma un vecchio arnese evolutivo rudimentale, nato per una funzione molto più banale: aiutare piccoli gruppi di primati a cooperare abbastanza da non estinguersi, favorire la protezione dei simili, garantire la sopravvivenza del branco. Non è stata progettata per la giustizia universale, per l’imparzialità o per l’umanità intera. Essa è semmai a misura per il clan, i primati, i barbari.

Il cervello empatico non vede tutti nello stesso modo. Non reagisce in modo uguale davanti a qualsiasi volto. Le neuroscienze lo mostrano con una freddezza quasi crudele. L’attivazione empatica cambia a seconda di chi abbiamo davanti. Colore della pelle, lingua, ideologia, appartenenza. Il dolore del nostro attiva una tempesta neurale. Il dolore dell’estraneo può restare quasi silenzioso. Il cervello empatico è parziale, tribale, selettivo – un radar emotivo che riconosce soprattutto ciò che gli assomiglia.

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Eppure questo riflesso limitato viene trasformato in fondamento morale assoluto. Qui la cultura contemporanea compie il suo trucco più elegante: prendere un impulso biologico e rivestirlo di sacralità. Lo chiama virtù, progresso, civiltà. Ma un riflesso resta un riflesso, anche quando lo si incornicia. È come prendere il battito del cuore e dichiararlo una filosofia.

Il vero problema non è l’esistenza dell’empatia, ma il culto che le è stato costruito attorno. Una morale basata sull’emozione è instabile, fluttuante, manipolabile. L’empatia non segue la logica, ma l’intensità. Una singola fotografia di un volto che piange può smuovere più reazioni di migliaia di vite ridotte a numeri. Il cervello non pesa le tragedie con una bilancia razionale, reagisce alla storia che riesce a immaginare. Il volto batte la statistica. Il dramma narrato batte la realtà invisibile.

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L’empatia è una lente deformante che ingrandisce ciò che viene mostrato e oscura ciò che resta fuori dal campo visivo. Ed è proprio in questa distorsione che comincia a rivelarsi la sua natura più tossica. Non più semplice riflesso emotivo, ma sostanza che altera la percezione e che entra nel pensiero collettivo come una goccia lenta che contamina tutto ciò che tocca. Un veleno, il veleno empatico.

Chi controlla l’oggetto dell’empatia controlla la direzione dell’emozione collettiva. La mente umana non reagisce a ciò che esiste, ma a ciò che vede e ciò è sempre selezionato, limitato. Ogni epoca possiede i propri riflettori mediatici. Alcune storie vengono illuminate fino a diventare simboli morali, altre restano nell’ombra. L’empatia funziona come un proiettore in una stanza buia. Dove cade la luce nasce la reazione emotiva. Tutto il resto sparisce.

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La propaganda moderna ha imparato a usare questo meccanismo con una precisione chirurgica. Non ha bisogno di convincere razionalmente le masse. Deve solo dirigere l’emozione. Mostra una vittima, dai un volto alla sofferenza, ripeti la storia abbastanza volte. Il cervello empatico farà il resto. Le persone crederanno di aver compreso, mentre in realtà hanno solo reagito.

È lo stesso principio su cui si basano campagne mediatiche, politica emotiva e mobilitazioni morali contemporanee. Il pubblico non viene guidato attraverso analisi strutturali ma indotto ad avere stimoli emotivi calibrati. Un volto, una storia, un simbolo e il circuito si accende. La mente empatica non chiede proporzioni, comparazioni o contesto, ma intensità.

È per questo che la narrazione è diventata l’arma principale della modernità. Non perché raccontare storie sia più nobile, ma perché è il modo più efficace per agganciare i circuiti empatici del cervello. Un racconto attiva più reazioni di un’analisi, un volto più di un numero, un dramma individuale più di mille statistiche. Chi controlla le immagini controlla l’emozione. Chi controlla l’emozione controlla la direzione morale della folla.

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L’empatia diventa così una leva neurologica. Basta applicare la forza nel punto giusto e l’intera massa sociale si muove. Non è necessario mentire, è sufficiente selezionare, mostrare alcune cose e nasconderne altre. L’emozione pubblica farà il resto.

Non a caso anche alcune voci nel campo della psicologia cognitiva hanno iniziato a mettere in discussione questo culto, come lo psicologo Paul Bloom nel libro Against Empathy. The Case for Rational Compassion (2016). In esso, egli sostenne che l’empatia emotiva sia un meccanismo parziale e distorsivo, spesso un cattivo consigliere nelle decisioni morali e politiche. Secondo Bloom, non è l’empatia a produrre decisioni giuste ma una forma di compassione razionale capace di mantenere distanza cognitiva. In altre parole, la lucidità pesa mentre l’emozione trascina.

Un esempio emblematico di questa distorsione è il modo in cui alcune tragedie vengono percepite pubblicamente, rispetto alla loro reale dimensione statistica. Prendiamo il fenomeno chiamato femminicidio. Ogni omicidio è una tragedia reale e devastante. Ma la percezione collettiva di questo fenomeno non segue i numeri, semmai l’intensità narrativa. In molti paesi occidentali gli omicidi di donne, da parte di partner o ex partner, rappresentano una quota limitata del totale degli omicidi, mentre la maggioranza delle vittime resta maschile. Eppure, nell’immaginario pubblico, la percezione è rovesciata. Si diffonde l’idea di un’epidemia onnipresente e permanente. Non perché i dati lo mostrino, ma perché l’empatia collettiva è stata focalizzata su quella specifica categoria di vittime.

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Ogni caso viene amplificato, raccontato, personalizzato: volti, nomi, fotografie. Il cervello empatico riceve una sequenza continua di stimoli emotivi e produce una sensazione di emergenza permanente. Il risultato è una discrepanza enorme tra percezione e realtà. La mente non ragiona per proporzioni, ma per immagini.

La razionalità opera in un altro modo. Non ha bisogno di lacrime per riconoscere un problema. Osserva strutture, meccanismi, proporzioni. L’emozione immerge. La ragione, invece, prende distanza ed è proprio questa a spaventare. Una mente che osserva freddamente è molto più difficile da guidare.

Per questo la cultura dominante esalta l’empatia come se fosse la più alta virtù possibile: non perché sia la più nobile, ma perché è la più gestibile. L’empatia è una corrente elettrica. Basta toccare il punto giusto e il circuito si accende. La lucidità, invece, è una lama. Non vibra con il mondo, lo taglia.

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Non esiste alcuna legge dell’universo che renda l’empatia moralmente necessaria. Le galassie non conoscono compassione. Le supernove non versano lacrime. La natura non distribuisce premi morali a chi prova risonanza emotiva. La natura procede, indifferente. Un vulcano non si ferma davanti a un villaggio perché scosso da una sensazione di empatia. Una stella non rallenta la sua morte per rispetto della vita.

In questo scenario, l’empatia appare per ciò che è realmente: una piccola strategia neurale sviluppata da un primate intelligente che ha bisogno di cooperare abbastanza da non distruggersi subito. Niente di sacro o di universale, solo una funzione.

E, come tutte le funzioni, può essere utilizzata, distorta, sfruttata. Può produrre altruismo ma anche ferocia inaudita, perché lo stesso impulso che ci fa soffrire per qualcuno può generare odio verso chi viene percepito come minaccia per quest’ultimo. Molte guerre sono state alimentate proprio da questo linguaggio emotivo: proteggere i nostri figli, difendere il nostro popolo, vendicare i nostri morti.

Il linguaggio dell’empatia è spesso la miccia dell’aggressione collettiva. Quando una folla empatica si accende diventa un incendio. E gli incendi non distinguono: consumano, bruciano, divorano.

Chi osserva tutto questo con lucidità smette di venerare l’empatia come se fosse una divinità, la vede per ciò che è davvero: un circuito biologico, una tecnologia emotiva, un veleno empatico lento che attraversa la percezione collettiva e la piega, una sostanza invisibile che non uccide il corpo ma altera il pensiero. E, mentre milioni di persone si sentono virtuose perché provano qualcosa davanti a uno schermo, il mondo continua a muoversi secondo dinamiche molto più fredde: potere, interesse, forza, strategia.

L’empatia non ferma queste forze, al massimo le decora. Le rende glitterate ma non le altera. Forse è solo un’eco nella carne, un riflesso nel cervello, una vibrazione nervosa che abbiamo deciso di chiamare virtù mentre il mondo continua a funzionare senza alcun bisogno della nostra compassione.

Ran Core

BIOGRAFIA

RanCore viene costruito forma a Pisa negli anni ’80.
Bandito, cantante e autore punk nella band pisana Enkymosis fino al 2009.
Autodidatta d’assalto, formato tra lavori precari e vie di fuga, grafico freelance, agitatore dedito al sabotaggio culturale.
Provocatore sistematico, porta avanti una pratica anarchica e anti-autoritaria che rifiuta appartenenze stabili, istituzioni e miti della rispettabilità.

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