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IL REFERENDUM E IL PROBLEMA CON LA MAGISTRATURA (di Matteo Fais)

Su questa riforma si è detto tutto, tranne attenersi a ciò che in essa è scritto. Si è parlato di un referendum pro o contro Meloni, di fascismo, di magistratura sotto attacco, di golpe morbidi e vendette politiche. Il testo, nel frattempo, è rimasto lì, come un foglio che nessuno ha voglia di leggere perché troppo tecnico per diventare slogan.

E invece è proprio lì che si decide tutto. Non nelle intenzioni, nei timori, nelle proiezioni su quello che potrebbe accadere tra dieci anni, ma in quello che viene modificato adesso. Il punto è presto detto: si separano le carriere. Il giudice non sarà ulteriormente parte dello stesso circuito del pubblico ministero, non condividerà più il percorso, non potrà passare da una funzione all’altra. Si spezza un’unità che per anni è stata considerata naturale, ma che tale non è mai stata. Una simile costruzione è storica. Si tratta d’una scelta fatta in un certo momento, non di un principio intoccabile scritto sulla pietra.

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La questione sollevata è per molti aspetti immensamente semplice: chi giudica e chi accusa non dovrebbero appartenere allo stesso ambiente. Non è una questione teorica ma di fiducia. Se chi decide la tua sorte si muove dentro lo stesso sistema di chi ti porta in giudizio, qualcosa stride. Non serve dimostrare granché in merto. Già l’idea che le cose stiano in questi termini, introduce un grave sospetto nella pubblica opinione.

Su questo si è costruita una parte del rifiuto: si dice che non cambia nulla, che la professionalità dei magistrati è garanzia sufficiente. Ciò sarà sicuramente vero, ma la fiducia pubblica non si fonda solo sulla competenza, bensì anche sulla distanza che, oggi come oggi, concretamente, manca.

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Poi c’è il tema che tutti fingono di aver dimenticato, malgrado gli scandali che ad esso si sono accompagnati, ovvero quello delle correnti. Non si tratta di una teoria complottista, ma di un fatto documentato. Tutto ciò che riguarda nomine, equilibri e appartenenze è ampiamente venuto a galla. Il caso Palamara non è stato un incidente isolato e resta come uno squarcio nella struttura democratica – per non dire che ha portato a un colossale sputtanamento della categoria. Come si è potuto vedere, il sistema distribuisce potere in modo tutt’altro che neutro.

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Il sorteggio interviene lì. Non perché sia la soluzione perfetta, ma perché rompe un meccanismo che si autoalimenta. Toglie continuità a chi, dentro quel circuito, ha imparato a usarlo. Ed è curioso che proprio su questo punto si alzi la difesa più accesa, come se il problema non fosse mai esistito o fosse già stato risolto.

Anche sul piano disciplinare, il nodo è simile. Chi giudica i magistrati oggi appartiene allo stesso circuito. E qui basterebbe sapere come funzionano le relazioni umane. È difficile essere severi con chi condivide il proprio percorso, le stesse reti, le medesime logiche. Spostare quel giudizio altrove non garantisce automaticamente rigore, ma elimina una condizione che lo rende più improbabile.

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Ma andiamo un secondo ad analizzare le obiezioni, che si muovono quasi tutte ben al di là di ciò che dice concretamente il testo della riforma. Si sostiene che il Pubblico Ministero finirà sotto il controllo della politica. Manco a dirlo, nella riforma non vi è traccia di tutto ciò. Non c’è subordinazione all’esecutivo, non si menziona un vincolo nuovo che lo leghi al Governo. Si introduce una separazione, non una dipendenza. Il resto è un passaggio ulteriore, che richiederebbe qualcosa di ulteriore. Confondere le due cose serve solo a spostare il discorso su un piano ipotetico che, è appena il caso di precisarlo, sa di complottismo di bassa lega, roba da 5G che dà il cancro.

Una considerazione sensata e veritiere, in parte, è che la riforma non renderà la giustizia più veloce. Ciò è praticamente indiscutibile, ma occorre chiarire come questo non sia uno dei fini del disegno di legge – per quanto venga tirato in ballo, a sproposito, dal fronte del sì. Qui non si interviene sui tempi dei processi, sulle infrastrutture, sul personale, ma sull’assetto. Criticare una riforma perché non fa qualcosa che non si propone di fare è un modo idiota per non discuterla.

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Ci sarebbe poi il punto riguardante il sorteggio e chi sostiene che questo abbasserebbe la qualità del giudizio. Che dire se non che i sorteggiati restano magistrati, non passanti buttati dentro mentre vanno a fare la spesa. Il fine consiste nell’impedire che le stesse dinamiche di appartenenza decidano sempre gli stessi esiti. E anche qui la resistenza è rivelatrice: più che il rischio di incompetenza, pesa la perdita di controllo.

Infine, si evoca il rischio più ampio, quello che non ha bisogno di prove perché lavora sull’ansia: la deriva autoritaria, la separazione come primo passo verso qualcosa di peggio. È una paura comprensibile, ma non può diventare un argomento fondato sulla logica, altrimenti qualsiasi modifica istituzionale diventerebbe sospetta per definizione.

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Dall’altra parte non mancano le forzature. Si è detto che il modello attuale esiste solo nei regimi autoritari, che separare le carriere risolverà i problemi della giustizia, che migliorerà l’economia. Questa è fantascienza. Ci sono sistemi diversi, in Europa e altrove, e funzionano in modi diversi. Non esiste un assetto che garantisca da solo equilibrio, velocità, efficienza. Pensarlo serve solo a vendere la riforma come qualcosa che non è.

Resta però una domanda, che torna ogni volta: un sistema che si valuta al proprio interno, che distribuisce incarichi attraverso appartenenze, che mantiene una continuità tra chi accusa e chi giudica, è un sistema che può permettersi di non cambiare nulla? Non si tratta di distruggere la magistratura, né di difenderla a prescindere, bensì di riconoscere che un equilibrio costruito in un altro momento storico oggi mostra crepe evidenti e che ignorarle, per paura o per convenienza, non le farà sparire.

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Votare sì significa intervenire su una parte di questi problemi. Non perché sia la soluzione definitiva, ma perché introduce distanza dove oggi c’è prossimità, discontinuità in luogo della ripetizione, controllo dove oggi l’unica cosa palese è l’autoreferenzialità. Non si tratta chiaramente di una scelta salvifica, ma di un tentativo di correzione.

Poi, volendola dire proprio tutta e parlando fuori dai denti, il problema con la Magistratura – problema diffuso, inutile nasconderlo – è che questa è costruita e si muove come un potere autonomo – non a caso si chiama potere giudiziario. Per intenderci: i giudici sono dei funzionari pubblici, in teoria, assunti tramite concorso, ma in ultimo si comportano come dei politici. Le loro sentenze, lo sappiamo, fanno giurisprudenza. In sostanza, iperbolicamente parlando – ma neanche tanto – i giudici legiferano, se vogliono. Chiunque, in vita sua, abbia parlato con un avvocato onesto, sa che nessun processo può avere un esito sicuro, per quanto si sia dalla parte del giusto e della Legge. Tutto dipende, per così dire, dall’idiosincrasia personale del giudicante. Ciò, di solito, viene detto indipendenza della Magistratura, ma dietro la pomposità retorica si cela un arbitrio indiscriminato che può cagionare danni gravissimi, impedire qualsiasi azione di governo, e che, questo è ovvio, fa vivere il cittadino nell’incertezza più assurda. Se si vuole, con un paragone azzardato, è un po’ come se uno, all’Agenzia delle Entrate, potesse vedersi assegnare dei tributi da pagare a seconda del funzionario con cui si trova a trattare.

In breve, la questione non è che la Magistratura sia libera dalla pressione politica – cosa che non è e, non per niente, è lusingata da una certa parte –, ma che, se la sua azione non è limitata all’applicazione della legge, diventa politica e può, a seconda dei casi, addirittura prendere una piega sovversiva rispetto alla volontà di un governo regolarmente eletto, anche qualora questo non faccia niente di palesemente antidemocratico. Ma tutto ciò ci porterebbe troppo lontani.

Ora non si tratta di fare la rivoluzione, ma di apportare un piccolo miglioramento, di muovere un passo nella direzione del perfezionamento. Il resto richiederà tempo, se mai avverrà, e molta moltissima pazienza, a cui dovrebbe essere abituato ogni vero democratico.

Matteo Fais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.fais.14/?locale=it_IT

Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).

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