“IL RAPPORTO SESSUALE NON ESISTE” – MEDITAZIONI LACANIANE (di Matteo Fais)
Premessa necessaria: quanto segue non deve essere assolutamente considerato come uno strumento di studio accademico e propedeutico alla lettura di Jacques Lacan. Trattasi di mere speculazioni a partire da, senza la pretesa di dire o chiarire il pensiero dell’autore citato. Il francese è autore troppo complesso e frammentario per poter trovare una sistematica e chiara esplicitazione in un breve articolo. Del resto, lui stesso rifiuta e considera follia ogni affermazione che cerchi di produrre un’immagine di sé coesa e monolitica – ogni tentativo di essere quel qualcosa, si potrebbe dire, è fallimentare dal suo punto di vista. I suoi insegnamenti sono, a parere di chi scrive, in tal senso, la netta emanazione di un uomo che rifiuta la linearità e la coerenza.

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“Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; ma se volessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo saprei”, così recita il noto passo di Sant’Agostino tratto dalle Confessioni. Le stesse parole, cambiando l’oggetto di discussione, potrebbero essere usate per parlare del rapporto sessuale.
Mi viene in mente questo giovane amico, un incel, un ragazzo per cui, a livello erotico, la vita ha preso fin da principio una brutta piega. Ha trent’anni ed è vergine. Per una questione di empatia, mi sono voluto fare carico del suo caso e sto cercando, almeno per quel che è in mio potere, di aiutarlo. Il giovane uomo ha avuto anche delle proposte da qualche ragazza, ma vi è in lui un blocco, per cui ha sempre rifiutato. La cosa è in qualche modo comprensibile: nessuno di noi è stato realmente educato ad affrontare la mutazione in atto nei rapporti tra i generi e la conseguente ridiscussione dei ruoli. Al contempo, egli desidera di venire fuori da tale impasse. Non vuole divenire uno di quei maschi rabbiosi che odiano le donne. Ci sono, insomma, tutte le basi per fare qualche passo avanti e tornare nel solco della normalità. Data la radicalità della situazione, lo invito a recarsi presso un centro massaggi cinese, in modo tale da sperimentare su di sé tutta una serie di situazioni non vissute in adolescenza – ho, infatti, timore che, se dovesse darmi retta e uscire con qualcuna, alla sua età, certi non vissuti potrebbero condurlo a situazioni imbarazzanti. Ritengo sia importante per lui sentire le mani di una donna sul proprio corpo e approcciare il sesso con una certa gradualità, partendo ovviamente dalla masturbazione. Lui segue il mio consiglio e si reca sul posto. Mi dice che, in principio, è animato da una certa smania di sperimentare ciò che non ha mai provato. Infatti, si stende sul lettino e guida subito la mano della cinese su di sé. In prima istanza, si lascia andare, ha l’erezione, sente il tocco di lei, ma di lì a qualche minuto, mi rivela, si blocca. La cosa che mi colpisce, nel suo racconto, è che a quel punto dice “Peraltro, non conosceva neppure una parola di italiano”.

Una simile considerazione avrebbe certo risvegliato la curiosità di Lacan. Mentre me ne parla, penso allo psicanalista che riflette su quanto il nostro rapporto con il mondo sia irrimediabilmente mediato dalla dimensione linguistica, la quale introduce uno iato tra noi e l’immediatezza delle cose. Mi torna alla memoria, poi, una serie che sto riguardando, in cui uno dei protagonisti va con una prostituta e, durante l’atto, quando lei lo guarda negli occhi e, a metà tra implorazione e gioco seduttivo, gli dice “Talk to me dirty” (Dimmi cose sporche). Ancora il linguaggio, persino tra le lenzuola.
Il noto adagio di Lacan, contenuto nel Seminario XX, “Il rapporto sessuale non esiste”, al netto della provocazione, è effettivamente un qualcosa su cui, oggi come oggi, nella luce della già citata mutazione nei rapporti tra i generi, ci chiama tutti quanti a un’accurata riflessione, pur senza poter scendere troppo nei particolari ed evitando per quanto possibile il linguaggio dell’autore in questione che volutamente indulge nell’incomprensibilità.

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Cos’è dunque questa cosa nota come rapporto sessuale? Si è detto prima che, come per il tempo, sarebbe difficile rispondere. In pratica, però, ognuno di noi sa, almeno in una qualche misura, cosa sia il godimento per la propria persona ed è facilmente indotto a immaginare quello di coloro che appartengono al suo genere. Ma cos’è, per esempio, il godimento femminile dal punto di vista di un uomo? Prendiamo la donna che, a seguito del sopraggiungere del piacere, squirta, come si suol dire, o, in termini medici, produce un’eiaculazione femminile? È una manifestazione del suo piacere, per quanto tendenzialmente più raro da incontrare. Se si può appunto immaginare che sia estraneo anche alla sfera intima di molte donne, come viene vissuto da un uomo? Ragionevolmente, almeno le prime volte, per dirla in termini filosofici vicini a quelli di Lacan, appare come Altro. In generale, ogni esternazione del piacere femminile si pone come tale. Esso, al netto delle declinazioni che può assumere e che potrebbero ridursi a puro teatro, ha tratti fantasmatici. Certo, similmente potremmo dire che quello maschile si nasconde dietro la quantità: qualsiasi uomo può emettere dello sperma, se l’erezione tiene, in modo del tutto meccanico. La situazione, si converrà, è tutto fuorché trasparente. Peraltro, mi rendo conto, per il momento siamo rimasti nell’ambito di una descrizione meramente fisiologica.

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Per dirla con il noto analista, noi non incontriamo mai il godimento dell’altro. Tant’è che potremmo addirittura farne a meno – tanti uomini non si curano del piacere femminile e il violentatore più di tutti. E come spiegare all’amante che ci chiede conto degli altri rapporti che abbiamo avuto o che conduciamo parallelamente, per esempio, che con ognuna può essere – quando lo è – bello, ma diverso e imparagonabile? Torniamo ancora al solito punto: lei non lo può sapere, non può conoscere davvero il nostro godimento. E come dire a quella per cui non proviamo più passione che abbiamo dovuto ricorrere al pensiero di un’altra per arrivare a quella scarica che lei crede di aver suscitato? Palesemente, a letto non ci si può fidare di nessuno.
Sì, se tutta la tradizione occidentale, almeno da Platone in poi, per lungo tempo, tende a pensare l’amore come fusione, o creazione di una nuova unità, quello che sostiene Lacan è, invece, l’impossibilità della congiunzione assoluta. Nella visione del francese, si è in due e in due si resta, anche nel bel mezzo della penetrazione.

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Anzi, forse è ancora peggio: non in due, ma in molti – e qui andiamo decisamente oltre il fisiologico, verso la dimensione tanto cara a Lacan del simbolico. Ogni rapporto sessuale è un’orgia in cui portiamo sotto le lenzuola anche i nostri fantasmi. Pensate a quella donna che, dopo un rapporto, essendo consapevole che tra di voi, per mille motivi, non vi potrà essere un futuro, in un misto di dolcezza e rammarico, vi dice: “Peccato, saresti piaciuto tanto a mia madre”. È inquietante, almeno da un certo punto di vista, scopare con una con il beneplacito della sua figura materna. Ma bisogna rassegnarsi all’idea che, ogni volta che si è dentro una femmina, lo si è sempre compiacendo il desiderio materno o perché lei usa il tuo pene per sopprimere i buoni insegnamenti che questa le ha trasmesso. Sia chiaro, potrebbe andare peggio: potrebbe vedere in voi un padre, qualcuno che gli assomiglia sul piano umano, o riporre nei vostri confronti il medesimo desiderio di protezione. I più cattivi direbbero che si fotte sempre la famiglia al completo.
Ma forse – anzi sicuramente – non siamo ancora giunti al punto. Ovviamente, il sesso esiste ma il rapporto è sempre destinato a mancare il bersaglio, a coinvolgere due o più persone che comunque ricadranno nella prigione della soggettività. Se ci pensate, persino l’atto più estremo e terribile, la violenza sessuale, potrebbe risolversi nel più completo insuccesso proprio per tal motivo. Malignamente animato dall’intento di possedere il suo corpo e annichilire la sua volontà, la donna lo fissa e i suoi occhi gli paiono dire “Puoi avere la carne, ma non riuscirai a distruggermi, brutto figlio di puttana!”. Se la volontà diabolica era di portare alla rovina psicologica il soggetto, riducendosi a mero corpo tra i corpi, lei ha impedito tutto ciò.

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Parallelamente, potremmo dire, persino la femminista che difende l’idea secondo cui la donna potrebbe essere vittima di violenza anche quando non esprime esplicitamente la propria contrarietà al rapporto, al di là della questione legale, non ha tutti i torti. La violenza, in senso lato, non è mai oggettiva in prima istanza, ma soggettiva. Anche se lubrificata al passaggio del maschio, lei potrebbe sentire il mio starle addosso come un sopruso, o ritenere che il non aver raggiunto il piacere sia, da parte mia, un atto a suo detrimento, un furto e un uso del suo corpo che non rispetti alcun principio di reciprocità. Lasciamo perdere che la legislazione, ovviamente, non può e non deve assolutamente basarsi su simili speculazioni.

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Da qualsiasi prospettiva si osservi questo intreccio di corpi e anime perse, il sesso appare sempre di più come una materia complicata e incomprensibile. Provate dunque a ripensare alla donna che avete amato e da cui credete di essere stati ricambiati. La conoscevate davvero? A quale dei suoi fantasmi avete dato alloggio, nella vostra casa stregata, per quel lasso di tempo che, adesso, vi pare infinitamente breve? Magari vi rendete conto di essere stato il suo ennesimo padre amato e odiato, sempre in fuga, sempre troppo egoista per essere padre – soprattutto, non potete fare a meno di considerare come vi sia qualcosa di profondamente perverso nell’essere un succedaneo della figura paterna per la propria amante, per quanto sia uno dei rischi in questo gioco di fantasmi. Magari vi viene in mente lei che dice “Di me, ti interessa solo il culo”. Come non pensare, dopo una simile frase al dannato Lacan che qualifica l’amore maschile come sempre feticista, cioè orientato alla parte, al pezzo: al culo, alle tette, ai piedi.
Il maledetto francese direbbe forse che quello è l’oggetto piccolo a, come lo chiama lui, ovvero quel qualcosa che suscita in noi il desiderio a un livello più profondo, perché oggetto quasi mitico, perduto nella memoria, rimando al trauma che abita oramai in noi in una zona buia e perduta.

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E forse è proprio qui che sta il punto: c’è sempre un qualcosa che noi desideriamo realmente e che sta comunque al di là dell’altro da noi, del nostro amante. Potrebbe essere un generico desiderio di comprensione, l’ultima carezza non data da o alla madre defunta, quell’amore impossibile situato tra l’infanzia e la pubertà. Oppure, dal punto di vista di lei, quel padre che tu non potrai mai essere e a cui il suo desiderio non riesce a rassegnarsi.
Naturalmente, Lacan, che era disorganico e tendente all’incomprensibile ma non un semplice pensatore del tragico, prospetta una soluzione nell’amore, una soluzione decisamente contorta nei termini e profondissima nella visione. La affronteremo. Per il momento, però, lasciamo la questione così, in sospeso, imparando la vera legge del desiderio, ovvero che il suo oggetto arretra sempre nel momento in cui crediamo di averlo raggiunto.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).