chiara poggi e stata uccisa la mattina del 13 agosto 2007
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GARLASCO È UN TIPICO MISTERO ALL’ITALIANA (di Matteo Fais)

È comprensibile la disturbante percezione di alcuni di trovarsi davanti a una serie Netflix e certamente tanti sono interessati al caso perché, tragicamente, intrattiene, aiuta a trascorrere la serata. Il problema è che la questione Garlasco è tutt’altro che una telenovela per casalinghe in sovrappeso e annoiate. A una attenta osservazione, quel che lascia è la sensazione di avere a che fare con uno di quei misteri italiani che non troveranno mai una reale soluzione, se non di facciata – come del resto è stato fino a oggi, visto che Alberto Stasi è ancora dentro.

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Va da sé dunque che, come per tanti altri misteriosi casi, a noi comuni mortali non sarà mai dato di arrivare alla verità, semplicemente perché qualcuno trama o ha tramato per celarla nel migliore dei modi possibili. Ergo, per parlarne, dicendo qualcosa che esuli da quanto già sentito nei tanti programmi televisivi che ruotano giornalmente intorno alla faccenda, bisognerà abbandonare i lidi dei fatti noti o accertati e concedersi la possibilità della libera speculazione, a rischio di cascare a piedi uniti nel complottismo, consapevoli del fatto che queste riflessioni non potranno mai trovare riscontro oggettivo, basandosi unicamente sull’intuizione personale.

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La prima domanda che viene da farsi, adottando la prospettiva dell’uomo della strada, è questa: ma voi li avete guardati in faccia Stasi e Sempio? Volendo parlare fuori dai denti e senza offesa per nessuno, questo sia chiaro, il primo dà l’idea, più che di essere un assassino dagli occhi di ghiaccio, di un ragazzo per bene, studioso e diligente, vagamente timido e riservato, il cui atto più estremo, in vita, può essere stato quello di farsi una pippa su un porno, sognando di essere un grande maschio alpha – patetica condizione a cui, sia detto per inciso, sono destinati la maggior parte dei portatori sani di pene. Per quanto concerne Sempio, invece, la battuta del suo ex avvocato, Lovati, personaggio che pare uscito dalla penna di un Collodi 2.0, sembra darne la migliore e più impietosa descrizione possibile: “È un povero comunista”, nel senso che ha proprio la faccia del tipico disperato qualsiasi, con in tasca dieci euro a settimana, per andare a bere con gli amici, in piazzetta, una birra presa all’Eurospin.

Scherzi a parte, e per quanto poco consona possa suonare la domanda: ma voi ce li vedete due così, personaggi dall’aria tranquilla e remissiva, ragazzi chiusi e con poche esperienze di vita, andare a casa di una e frantumarle il cranio con uno strumento appuntito e un qualcosa come un martello? Francamente, come ipotesi, a me pare fantascienza erotica. Un ragazzo qualsiasi che riesce, a sangue freddo, ad aggredirla in modo mirato, senza praticamente spargere tracce evidenti ovunque, che ha l’arguzia di pulirsi con degli asciugamani per non lasciare tracce di sangue e DNA sul lavandino del bagno? Il tutto, peraltro, senza mai cadere dopo lunghi ed estenuanti interrogatori?

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Tra parentesi: nessuno ha mai individuato un eventuale movente. Stasi, secondo le farneticazioni di alcuni criminologi – cha a me paiono i veri criminali, a dirla tutta –, l’avrebbe fatto perché Chiara Poggi aveva trovato alcuni suoi filmati e video a luci rosse – ma se se li scambiavano, come risulta dalla loro chat, e ne giravano a loro volta? Mah! Sempio, invece, avrebbe agito perché aveva visto i filmetti di questa ragazza, molto più grande di lui allora, con il fidanzatino. Cioè, fatemi capire: tu incappi su un filmino porno amatoriale, ti invaghisci della tizia che vi compare e che è la sorella di un tuo grande amico, e che fai, invece di ammazzarti a seghe per giorni, vai una mattina ad ammazzarla? Non so, decidete voi, io mi limito a fornirvi delle suggestioni.

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L’altra cosa tragica è, come tutti sanno, il modo in cui sono state condotte le indagini: errori, poche accortezze, inquinamento della scena del crimine; computer da analizzare usati per giocare e, a quanto pare, manomessi; l’impronta dell’assassino sul pigiama e il corpo che viene rivoltato, cancellandola così nella pozza di sangue sottostante. A voler essere cattivi, insomma a pensar male, viene in mente che certe apparenti ingenuità siano deliberate scelte utili a cancellare evidenze legate a personaggi che nell’indagine non dovevano finirci. Naturalmente, ammesso che tale ipotesi sia vera, noi non lo sapremo mai. Certo il sospetto resta e si situa in quel confine oscillante tra la fantasia e non assoluta improbabilità. Non proprio un “io so, ma non ho le prove”, per dirla con il poeta, perché qui nessuno sa niente tra noi spettatori esterni.

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Per non parlare, insomma, di tutti i fatti assurdi accaduti tra Garlasco e zone limitrofe negli anni precedenti e successivi: medici che si uccidono con iniezioni letali; ragazzi che si ammazzano; vecchi di ottanta e rotti anni che si tagliano le vene in vicoli stretti; orge in sagrestia. Anche queste, si noti bene, non sono prove di nulla, ma certo lasciano perplessi, se non altro perché in questa zona sperduta del Nord ci sono più fatti oscuri che in una grande metropoli – cosa che, chiunque conosca una realtà provinciale, sa bene essere tendenzialmente raro se non impossibile.

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Concludendo e, inevitabilmente, tirando le somme, concedetemi di dire una cosa senza valore, una convinzione personale che lascia il tempo che trova e vale zero: per me, la Poggi fu vittima di un qualche intrigo. Non so chi conoscesse o cosa avesse visto che non avrebbe dovuto vedere, ma sono persuaso che, per quelli che sono stati i gesti dell’omicidio e per come sono stati trattati i dati presenti sulla scena del crimine da coloro che avrebbero dovuto valutarli, lei sia stata uccisa da qualcuno fino a oggi rimasto nell’ombra e probabilmente avvalendosi di un sicario. Qualcuno che o ha saputo scomparire da vero esperto o è stato deliberatamente tenuto alla larga dalle indagini con il concorso di tutti coloro che avrebbero dovuto indagare.

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Mi rendo conto della gravità di quanto sto dicendo e di non avere uno straccio di prova. Infatti, per questo non assumo toni di violenta indignazione. Lascio queste parole qui con la leggerezza con cui si dà una propria opinione a un amico al bar, senza che diventi una dichiarazione pubblica, non essendo né titolato né tantomeno esperto del caso, diversamente da tanti altri. Ecco, diciamo che, pacatamente, avanzo un dubbio che nasce dal cuore, come quello che ti fa dire “Io di questa persona non mi fido”, anche quando non si hanno elementi per denunciarla alle autorità competenti.

Resta il fatto, fuor di dubbio, che un uomo ha avuto la vita rovinata e, adesso, non è detto che non sia il turno dell’altro. Una vera assurdità giuridica! Non si può condannare neppure a mezza giornata di carcere uno, a meno che non si sia assolutamente certi della sua colpevolezza. E, se si è certi, non gli si danno certo sedici anni, per un omicidio, ma l’ergastolo.

Matteo Fais

Instagram: https://www.instagram.com/matteofais81/

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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).

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