DICHIARARTI “LA POETA” NON TI RENDERÀ UNA GRANDE POETESSA (di Matteo Fais)
Una delle caratteristiche del nuovo femminismo da Bar dello Spritz – corrispettivo in rosa del maschiettistico Bar dello Sport – è indulgere, senza remore e dimostrando un vergognoso eccesso di tempo libero, in discussioni sterili. Si prenda, ad esempio, tutta la diatriba intorno allo scrivere con la schwa, o utilizzando un asterisco alla fine di certi termini – cosa, poi, comparsa in tanti post social dagli intenti seri ma nella sostanza demenziali, oltre che in atti ufficiali, i quali prendono le mosse con un aberrante “Buongiorno a tutt*”. Inutile sottolineare che la chiusura dei manicomi, oltre ad avere avuto effetti benefici, sotto alcuni punti di vista, ha portato a normalizzare atteggiamenti forsennati che, pur spacciandosi per ideologici, non possono in realtà che essere affrontati su base psichiatrica.

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Manco a farlo apposta, tale prassi ha contaminato anche il leggiadro mondo delle arti, in cui i ruoli di genere presentano da sempre – o comunque prima che in tutti gli altri settori – molti meno problemi: le donne sono da tempo immemore abitanti in esso e, oramai da secoli, rappresentano una presenza massiccia, a tratti inaggirabile. Eppure, malgrado ciò, anche in tale vivaio, si è avuto modo di puntare i piedi e dare inizio a una battaglia insensata, come quella che vede certe scrittrici di versi fare il diavolo a quattro per sentirsi appellare come “la poeta”, in luogo del grazie al cielo più comune “la poetessa”.

In questo primo numero: interviste a poeti italiani, testi inediti, traduzioni di poesia americana contemporanea non ancora pubblicata in Italia, e approfondimenti tra letteratura classica e cultura visiva.
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Ora, vorrei stupirvi: malgrado si tratti palesemente di cazzate supersoniche, il punto da chiarire è che qui il problema non è di denominazione e, mi spingerò oltre, neppure riguarda l’essere femministe. Esistono eccellenti poetesse ascrivibili a questo sgangherato club. Il fatto, semmai, è che non basta scegliere come farsi chiamare, o aderire a una corrente filosofica, per valere qualcosa. Il che, se volete, è un po’ come dire che se molti degli intellettuali del dopoguerra sono di Sinistra, non tutta la gente di Sinistra è intellettuale. Più genericamente, tra persone aderenti alle medesime posizioni, come sempre, i più sono dei poveri stronzi, mentre qualcuno si distingue. Parlando per eccesso, è un po’ come dire che se certamente Schopenhauer era un misogino calzato e vestito, quella sua rancorosa e comunque mordace analisi delle femmine non è paragonabile a quella del vecchio zio ubriacone che, al terzo grappino delle dieci di mattina, attacca con il ritornello che “sono tutte delle mignotte”.

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Ergo, no, è meglio che lo sappiate, abbracciare una lotta oggi tanto in voga, che a molti appare nobilissima, non vi renderà delle grandi poetesse ma, nella migliore delle ipotesi, delle attiviste passionarie – per non dire delle mere rompicoglioni, ma questo è unicamente un mio modesto parere.

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Ciò accade perché, come ci insegna Mallarmé bacchettando il povero Degas che si lamenta di non riuscire a scrivere versi pur avendo tante idee, le poesie non sono fatte di idee ma di parole – o “non si scrivono con le idee, ma con le parole”, a seconda della traduzione. È proprio per tal motivo che si può essere vicini alla causa palestinese e partecipare a tutte le dannate antologie pro Gaza, ma scrivere delle porcherie colossali – in effetti, non rammento una poesia sulla guerra, scritta a ridosso degli avvenimenti, di un qualche minimo valore. Al contrario, ci sono liriche scritte da uomini spregevoli, narcisisti e tossici, che gridano sulla pagina come demoni in libera uscita dall’inferno, pronti a invadere la Terra.

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Ergo, care amiche, potete pure perdere tempo a domandare a gran voce di essere dette poete, ma questa foglia di fico non vi salverà dalla prova finale di trovarvi nude al cospetto della vostra opera, la quale parlerà ben oltre le vostre onorabili intenzioni. Scrivere testi moraleggianti, patetici libri cuore piagnucolanti, sul fatto che non si può toccare la frutta nei supermercati, ma ci sarebbe un certo lassismo complice verso chi ravana i culi nelle metropolitane – ma fatemi il piacere! – non nobiliterà dei versi – diciamocelo chiaro e tondo – ridicoli.

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Sì, illustri signore, le poesie si scrivono con le parole, non con i buoni sentimenti. Il paravento dell’oppressione, ammesso e non concesso che ancora esista, non basta. Tutti gli appellativi su cui dibattete vi faranno prendere tempo, schermeranno per un po’ il valore letterario con quello degli ideali. In ultimo, però, non ci saranno scuse. Emily Dickinson resta Emily Dickinson a prescindere dal considerarla una protofemminista o semplicemente una ricca signorina nevrotica e isterica come poche altre, fondamentalmente incapace di vivere.

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Mettetevi dunque l’anima in pace, a prescindere dal vostro essere troie o sante, appassionate del sesso opposto o del vostro stesso, simpatizzanti per un popolo esotico o nazionaliste: la poesia è e sarà per sempre un’altra cosa.
Matteo Fais
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).