“IL POETA È UN PUGILE”: INTERVISTA CON GABRIELE TINTI, AUTORE RECITATO DA KEVIN SPACEY e FRANCO NERO (di Matteo Fais)
Interessante figura di poeta quella di Gabriele Tinti, appena uscito con The Boxer (Eris Press), opera pubblicata in edizione bilingue (italiano e inglese). La sua lirica, almeno in questo testo, si muove tra corpo, parola, materia, voce, e macerie esistenziali.

Il testo nasce attorno a una figura antica — il Pugile a riposo, una delle opere più ammirate dell’arte antica e uno dei rarissimi bronzi originali giunti fino a noi —, ma evita qualsiasi tentazione archeologica o decorativa. Non si tratta di una celebrazione dell’atleta e meno che mai del mito. Egli, semmai, ci mette al cospetto di un corpo riverso, ostinatamente resistente, e di un uomo che ha già pagato tutto ma continua a stare lì, dentro il tempo e contro il tempo.
La struttura è quella di un monologo, in cui la voce non cerca di guadagnare la scena, ma domanda la nostra attenzione e concentrazione, mentre canta in rima senza mai essere altisonante, dosando la parola con taglio minimalista.

In questo primo numero: interviste a poeti italiani, testi inediti, traduzioni di poesia americana contemporanea non ancora pubblicata in Italia, e approfondimenti tra letteratura classica e cultura visiva.
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L’aspetto curioso, a tratti paradossale, è che, negli anni, questi testi sono usciti dalla pagina e sono stati letti in musei e istituzioni internazionali, affidati a noti attori come Franco Nero o Kevin Spacey. Tinti, lasciando i propri scritti alla cura di questi interpreti, ha voluto mettere alla prova la tenuta della parola, evitando però di fare mero spettacolo: partendo dalla pagina l’ha filtrata facendola scorrere attraverso altri corpi e altre voci.
Al centro, a ogni modo, è rimasto sempre lui: il pugile, questa figura consumata, esposta, segnata dalla fatica e dalla violenza. In questo senso, la boxe – come la poesia – diventa un esercizio di sopravvivenza, che rifugge il racconto consolatorio.
Qui di seguito, approfondiamo con l’autore questa sua ultima opera.

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Il libro nasce come testo “antispettacolare”, ma poi prende corpo nelle letture pubbliche, nei musei, nelle voci di attori come Franco Nero o Kevin Spacey. È una contraddizione o è proprio lì che il testo si compie, nel momento in cui torna a essere voce e corpo?
Dall’ideazione alla scrittura, tutto accade in me così come in ogni scrittore d’oggi: senza che si pronunci una parola, nel dialogo muto tra quello che si ha in mente e il foglio bianco. La scrittura per me è sempre raccoglimento, avventura silenziosa. È destinata alla pagina scritta. Scrivere, in fondo, non è altro che cercare di dare voce e senso ai fantasmi dentro e fuori di noi, alle presenze che abitano il vuoto. È quando tutto tace che parla la poesia. Le letture che questi attori ne hanno fatto sono qualcosa d’altro. L’antispettacolarità di cui ti parlavo è il mio desiderio di evitare che queste parole siano adattate ad una qualsiasi forma d’intrattenimento. Ma anche volendolo e forzandole non si prestano, resistono.

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Il tuo pugile non è un eroe: è un corpo consumato, esposto, quasi usato — anche davanti a uno sguardo pubblico, come quello che si crea nelle performance. Ti interessa smontare il mito o mostrare ciò che ne resta quando il mito ha già perso consistenza?
In queste poesie il pugile è un vinto, un sofferente senza scampo. Sono questi versi degli epinici trasvalutati. Il pugile è il poeta, l’uomo in genere, un povero cristo, noi tutti, e la boxe, così come la poesia, non è altro che resistenza alla morte, conatus existendi, tentativo, se mai possibile, di comprenderne la violenza e brutalità di questa nostra vita.

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Hai portato questa scrittura dentro istituzioni e contesti forti, dal Getty al Museo Nazionale Romano, affidandola a interpreti molto diversi tra loro. Il testo cambia davvero a seconda della voce, oppure resta sempre lo stesso corpo che resiste, indipendentemente da chi lo pronuncia?
La parola appena pronunciata per certi versi muore, assume una vita differente. Ogni attore dà la propria, è innegabile, ma non può andare poi molto lontano nel farlo. Il testo lo inchioderà inevitabilmente lì dove le possibilità interpretative si riducono.

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Nel finale il pugile non è più un simbolo o un eroe, ma semplicemente un uomo. È il punto a cui volevi arrivare fin dall’inizio o è ciò che resta quando tutto il resto — scena, pubblico, voce — si consuma?
Le vite dei pugili sono sangue, sincerità. La loro volontà di tragedia ci conduce diritti all’unica meditazione che conti: quella sulla morte, sulla sofferenza. D’altronde è possibile, ha senso, parlare d’altro?
IL POETA – BIOGRAFIA
Gabriele Tinti è un poeta, traduttore e critico d’arte italiano. Ha scritto ispirandosi ad alcuni capolavori dell’arte antica collaborando con Istituzioni come il Museo Archeologico di Napoli, i Musei Capitolini, il Museo Nazionale Romano, il Museo dell’Ara Pacis, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, il British Museum di Londra, il Metropolitan di New York, il LACMA di Los Angeles, il Parco archeologico del Colosseo, il Parco Archeologico di Pompei, il Pantheon e la Glyptothek di Monaco. Le sue poesie sono state lette da attori come Willem Dafoe, Kevin Spacey e Abel Ferrara. Nel 2016 ha pubblicato Last words (Skira Rizzoli) in collaborazione con l’artista americano Andres Serrano. Nel 2020 è uscita la sua raccolta di poesie in collaborazione con l’artista Roger Ballen per i tipi di Powerhouse Books (New York). Nel 2021, 24 Ore Culture ha raccolto in un volume per i tipi di Libri Scheiwiller (Milano) il progetto Rovine. L’edizione inglese è uscita in contemporanea a cura dell’editore Eris Press (Londra / New York). Nel 2022 la sua raccolta di poesie Sanguinamenti- Incipit Tragoedia è stata pubblicata da La Nave di Teseo (Milano) e – nel 2023 – da Contra Mundum Press (New York). Nel 2023 è uscita Confessions (Eris Press, Londra/ New York), una raccolta di poesie in lingua inglese con i disegni inediti di Andres Serrano mentre nel 2024 Hungry Ghosts (Eris Press, Londra/New York).
Il curatore
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
IL CURATORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).