RECENSIONE – “PER SOMMI CAPI” DI CARLO DE ROSSI (Di Alessandro Orofino)
Per sommi capi di Carlo De Rossi, edito dalla Pathos Edizioni, appartiene a quel genere di libri che, una volta terminati, continuano a ruminare nella mente, lasciando appese domande alle quali è difficile dare una risposta. Forse perché si tratta di un romanzo che, partendo da una prospettiva distopica, affronta questioni profondamente attuali e universali, interrogandosi sul destino dell’essere umano in una società sempre più governata dalla tecnologia, dalla razionalità algoritmica e dalla progressiva riduzione degli spazi di libertà individuale. Insomma, un gran casino dove ci si riscalda sorseggiando un brodo di questioni aggrovigliate e provando a districarsi in un coacervo di piani di difficile risoluzione.

Il punto di partenza è un futuro non troppo lontano nel quale l’intelligenza artificiale ha assunto il controllo dell’organizzazione sociale, stabilendo regole, ruoli e comportamenti. Non si tratta, tuttavia, della consueta rappresentazione di un mondo dominato da un potere politico autoritario o da multinazionali interessate esclusivamente al profitto. La struttura di potere immaginata da De Rossi è decisamente più convincente e, per certi aspetti, più inquietante: il governo della società è affidato a un’intelligenza artificiale che non sembra perseguire interessi personali, economici o ideologici, ma un obiettivo apparentemente nobile, quello cioè di salvare il pianeta, eliminare le disuguaglianze e porre fine alle contraddizioni che hanno condotto l’umanità verso il conflitto e il progressivo esaurimento delle risorse. È proprio questa premessa a conferire al romanzo una particolare originalità.

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Il sistema non si presenta come un nemico dichiarato dell’umanità, non lo è! Al contrario, sembra essere la soluzione razionale a tutti quei problemi che l’uomo, con le proprie derisibili debolezze, ambizioni, egoismi e contraddizioni, non è mai riuscito a risolvere. La pace e la giustizia sociale diventano obiettivi raggiungibili solamente attraverso l’eliminazione dell’imprevedibilità propria del comportamento umano. Il prezzo da pagare, però, è altissimo: la rinuncia progressiva alla libertà di scegliere, questione che apre al nucleo filosofico del libro. Che innesta subito una domanda scomoda, ma imprescindibile: fino a che punto siamo disposti a sacrificare la libertà individuale in nome di un bene collettivo superiore?

poesia contemporanea, alla traduzione e alla ricerca visiva. In questo secondo numero: interviste a poeti italiani, testi inediti, traduzioni di poesia americana contemporanea non ancora pubblicata in Italia, e approfondimenti tra letteratura classica e narrativa dei nostri giorni. Ogni pagina è progettata con un forte lavoro grafico, trasformando la lettura in un’esperienza anche visiva. Una zine pensata per chi cerca nuove voci, linguaggi sperimentali e uno sguardo diverso sulla cultura di oggi.
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Sebbene l’interrogativo, di per sé, non sia nuovo, assume comunque una rilevanza particolare in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sta modificando profondamente il nostro rapporto con il lavoro, l’informazione, le relazioni e persino con i processi decisionali, quasi che l’IA – paradossalmente – ci conosca meglio di noi stessi. Il romanzo spinge allora questa prospettiva alle sue conseguenze estreme, immaginando una società nella quale il libero arbitrio non rappresenta più un diritto da tutelare, ma una variabile potenzialmente pericolosa da contenere: il riferimento al sistema del credito sociale di ispirazione cinese, dove la posizione dell’individuo nella società è strettamente collegata al rispetto di determinate regole e direttive, diventa qui evidente, con un potere più efficace perché non è obbligatoriamente quello che impone di continuo divieti e punizioni, ma quello che riesce, invece, a far percepire le proprie direttive come naturali, ragionevoli e persino desiderabili.

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“Siamo sempre vagliati, viasù, liquidati o corrisposti, premiati o puniti dal cattedratico al fiottone, liquidati o corrisposti, votati e prezzati, tariffati e retribuiti: ogni briccica avallata dal rating ci proventa solvibilità o dissesto. È lapalissiano che se sei un coachsurfer e ruspi giacigli notturni, ti scapicolli da chi ha uno score alto e review mirabili. Pertanto monacarsi è una calata ad occhi chiusi; se fai il bravo ottieni, se fai lo sbrinco trinchi l’ammenda”.

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Al centro di questo universo narrativo troviamo Duccio Maltelli, protagonista chiamato a confrontarsi con le proprie debolezze, mediante cui al lettore viene concessa la possibilità di entrare in contatto con le contraddizioni del mondo descritto dall’autore torinese. A lui si affianca la figura del figlio ribelle che finisce, appunto, per incarnare il valore della ribellione in un mondo governato da regole e imposizioni. In questo De Rossi strizza l’occhio anche alla filosofica stoica che, non a caso, pone al centro del proprio pensiero l’autodisciplina e l’accettazione di ciò che non dipende dalla volontà individuale.
Accanto a queste annotazioni, foriere di riflessioni e approfondimenti che, per ovvi motivi, non possono trovare residenza in tale recensione, giova rimarcare un altro non meno importante aspetto che definisce strutturalmente Per sommi capi, ovvero la ricerca linguistica. Che non è convenzionale, classica, tradizionale; bensì sperimentale, contaminata da neologismi, termini desueti, espressioni ardite che trovano un loro senso nella musicalità in grado di emanare, per quanto il risultato finale, gioioso nel suo slancio e nelle sue ambizioni, finisca per risultare spesso ostico, mettendo a dura prova la pazienza dei lettori più tenaci: quella di optare per una strada lessicale più impervia e meno battuta è una naturalmente scelta, ciascuno – dal proprio punto di osservazione – valuterà se vincente oppure no rispetto alla leggibilità del testo e alla godibilità della storia raccontata.

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A ogni modo l’intuizione più interessante del libro rimane quella di non identificare il pericolo esclusivamente nella tecnologia, quanto piuttosto nella possibilità che l’essere umano finisca per rinunciare spontaneamente a una parte della propria autonomia, convinto che delegare le decisioni sia più semplice, più sicuro e più conveniente: il controllo diventa pertanto più seducente, erotico, accomodante e, proprio per questo, più pervasivo e pericoloso. Capace, cioè, di farci credere che l’assenza di dissenso coincida con la felicità. Prendiamo atto che se questo non è già successo, di certo sta succedendo, ora, adesso.
Alessandro Orofino
Biografia
Alessandro Orofino, 49 anni, vivo a Roma. Amo leggere, perché questo mi permette di scrivere. Sono il Direttore Editoriale della “COLLANA OROFINO”, presso la Pathos Edizioni. All’attivo ho una pubblicazione di racconti – RACCONTI FUMIGANTI E RUBICONDI – un giallo – COLORATO DI GIALLO BORDATO DI ROSSO – premiato al Premio Giallo Indipendente 2019 al Salone Off di Torino e un romanzo – LA FESTA DEL SANTO – pubblicato a dicembre 2019. A dicembre 2020 è uscito il mio secondo romanzo, IL MALE MINORE, l’anno successivo è andato invece alle stampe NESSUNO MI SALVERA, mentre nel dicembre 2022 è uscito PER IL LATO OBLIQUO DELLE COSE. La mia ultima fatica si intitola SENSO (dicembre 2024), edito dalla Pathos Edizioni.