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RECENSIONE – RICHARD MILLET, “UN SERMONE SULLA MORTE” (di Davide Cavaliere)

Quel vecchio «sessantottino» di Alessandro Baricco ha ideato, messo in atto e diffuso quell’«evento» obbrobrioso noto come «lettura collettiva», riproposto con cadenza regolare dai nefasti «circoli di lettori» sparsi in tutta Italia. L’idea stessa è qualcosa che fa semplicemente orrore a ogni lettore autentico, ossia non smarrito nel chiacchiericcio culturale ed evenemenziale sul «potere della lettura» — come se lettura fosse un atto «buono in sé», prescindente la qualità del libro.

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La lettura è una pratica indissociabile dal silenzio e dalla solitudine; il lettore, come lo scrittore, «lavora nelle tenebre», per usare un’efficace formula di Blanchot (autore incomprensibile ai lettori di Baricco e forse a Baricco stesso), ossia lontano dalla luce della banalità e della festività. Quella dei lettori è una comunità di solitari, ossia una comunità impossibile, paradossale, perché ogni solitario è segretamente legato a tutti gli altri nell’atto stesso di dissociarsi dal «sociale», che è l’altro nome del «collettivo».

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A ripristinare l’idea della letteratura come solitudine e dello scrittore come solitario, specialmente se rifiuta di piegarsi all’ideologia dominante della «democrazia della parola» e al totalitarismo della «divulgazione», ci pensa il sublime Richard Millet, con un testo risalente al 2015, ma solo ora pubblicato in italiano: Un sermone sulla morte. Un libro che, per tono e tema, si presta inevitabilmente a una lettura meditata e solitaria, come ispirata a un dipinto di Georges De la Tour. Il Sermone è concepito come la missiva di uno scrittore entrato, dopo lo scandalo suscitato dal suo Elogio letterario di Anders Breivik, in una solitudine che gli deriva dal non essersi «abbandonato al Principe di questo mondo», dunque a quel demoniaco che opera tanto nell’asfissiante conformismo culturale quanto nella sciatteria linguistica della post-letteratura. Una missiva, si diceva, indirizzata a un lettore invisibile, che si presume altrettanto solo, e pertanto capace di udire la requisitoria di questo scrittore divenuto spettro.

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Il libro non nasce dal bisogno di «comunicare», poiché la comunicazione non è letteratura, che è dono di sé senza contropartita, ma dal bisogno di una corrispondenza, la cui morte, ossia le lettere che Millet ha scritto ai suoi «amici» e che dopo l’affaire sono rimaste senza risposta, «priva l’uomo di una verità di parola che il narcisismo sostituisce con le chiacchiere, il monologo, la logorrea, tutte cose nelle quali non esistiamo più se non come in delle acque morte». A questa perdita segue quella della conversazione, nella quale il romanziere francese riconosce «l’attenzione data all’altro nel linguaggio»: è la sconfitta della lingua, dunque di quella cultura che fa coincidere Dio col Verbo. La scristianizzazione è uno dei sintomi di questa patologia spirituale, che permette la moltiplicazione dei simulacri e degli idoli.

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Uno di questi idoli è «l’imponente rappresentazione statutaria di un personaggio dei fumetti» che Millet vede dalla finestra del suo albergo a Bruxelles, per lui indicativa «dell’infantilizzazione del mondo, la quale è tutto il contrario dell’innocenza che il Nostro Signore vede dei bambini, nei semplici e nei poveri». Il bambino è colui che non parla ancora pienamente il linguaggio — e proprio per questo non può essere imitato senza che nel gesto si insinui qualcosa di demoniaco: quei «ruffiani del mondo letterario» che adottano il registro dell’ingenuità non fanno che tradire e falsificare la lingua che fingono di servire: «c’è sempre qualcosa di demoniaco nello scimmiottare i bambini».

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Ed ecco che l’orazione si fa invito, una chiamata a entrare nella stessa solitudine dello scrittore — altro che «lettura collettiva» — ossia «capaci di uscire dalla grande notte del linguaggio e dell’anima, dalle tenebre del senno e della disperazione. Uscite dai pozzi di quest’epoca per vestirvi di luce ed entrare nel tempo cantato, cioè nella speranza».

Davide Cavaliere

L’AUTORE 

DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais e Franco Marino, del giornale online “Il Detonatore”.

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