VITTIME DEL PROGRESSISMO – STORIA DI JASON ARDAY (di Matteo Fais)
Di solito, non c’è nessuno più immorale e meschino di chi vuole dimostrarsi a tutti i costi puro. E, va da sé, il progressismo, con le sue mille metastasi, dal politicamente corretto alla cancel culture, è spregiudicato e privo di qualsiasi morale. Sull’altare della propria causa, sacrificherebbe chiunque, pur di dimostrare la sua tesi precostituita. Lo si è visto con la sistematica negazione, per anni, degli stupri a danno di bambine da parte di pachistani, onde evitare di fornire argomenti agli antimmigrazionisti, da loro chiamati razzisti.

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L’ultimo esempio – chissà perché sempre geograficamente collocato in Inghilterra – è quello di Jason Arday, questo giovane professore afrodiscendente, salito in cattedra a 37 anni e niente meno che a Cambridge, appena trovato morto, presumibilmente suicida, dopo l’inizio di un’inchiesta sul suo conto che ne ha messo in discussione i titoli, i lavori accademici e altri aspetti esagerati della sua biografia.
Questo pover’uomo è stato usato dalla perversa narrativa mainstream come un personaggio piatto e stereotipato di un pessimo romanzo a tesi, volto a dimostrare che anche se sei un nero, con problemi di autismo – oramai, stranamente, non esiste più un bambino negligente, hanno tutti un qualche problema di apprendimento –, non sei da meno degli altri – anzi, probabilmente sei meglio di loro, perché speciale – e puoi addirittura ambire a fare il docente universitario. Poi, siccome tale trama è scritta da un autore tanto ambizioso quanto privo di qualsiasi senso del limite rispetto alla sospensione della credulità, a questo disperato si attribuiva addirittura di “aver imparato a leggere e scrivere solo a 18 anni, cosa che rendeva difficile l’ottenimento dei precedenti diplomi scolastici; di aver corso 600 miglia in 6 giorni, cosa che ne avrebbe fatto uno dei più grandi atleti di tutti i tempi; di aver partecipato a una trasmissione televisiva andata in onda prima della sua nascita; di aver pubblicato un libro inesistente” – sto citando quanto riportato dal “Corriere”.

Naturalmente i progressisti, i quali sono notoriamente dei cretini calzati e vestiti, erano convinti di farla franca anche questa volta, senza considerare che persino i meccanismi più efficienti, prima o poi, si inceppano. All’università, a quanto pare, le voci giravano. A un giornalista, – stando sempre a quanto riferisce il “Corriere” – che voleva indagare sul suo conto, era stato intimato dalla polizia di non proseguire per non mettere a repentaglio la salute mentale del docente. Manco a dirlo, chi provava ad alzare la voce veniva subito tacciato di razzismo.

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Beh, questa volta non è bastato. Malgrado tutti coloro che si sottomettono con devozione alla religione laica oggi imperante, una buona parte della pubblica opinione è abbastanza incarognita da aver dichiarato guerra alla propaganda sinistra che funesta il mondo. Dunque, il marcio dietro il caso usato come esempio per reclamare la società multirazziale è stato portato a galla e persino la BBC ne ha dovuto parlare suo malgrado.
Ora, è chiaro che la morte di Arday è una tragedia, ma è altresì vero che la responsabilità morale ricade su tutti coloro che hanno cercato l’ennesimo pupazzo, all’occorrenza sacrificabile, da mandare in avanscoperta, a cui attribuire meriti inesistenti, per perorare una posizione senza senso, quella di un’inclusività assoluta che, in verità, come potrà capire chiunque guardandosi intorno, esiste solo per singoli e sparuti casi individuali.

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Il vento è cambiato, grazie al cielo. Solo gli irrecuperabili imbecilli di Sinistra potranno credere ancora che quello che riporta il portafogli perduto è sempre un povero immigrato di colore, che la tipica bellezza bolognese ha la pelle nera, e che in ogni risorsa che sbarca a Lampedusa si nasconde il più grande docente universitario di sempre o, nella peggiore delle ipotesi, uno venuto qui con l’intento di pagarci le pensioni. Il muro di menzogne è caduto con un tonfo peggiore di quello di Berlino.

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Inutile precisare che questo non è razzismo. Nessuno crede che i neri siano dei sottosviluppati incapaci di fare qualsiasi cosa – del resto, hanno inventato la musica popolare, dal rock n’ roll al blues, passando per il jazz. Al contempo, però, non possiamo più accettare la narrazione che, per accreditare gli stranieri, svaluta gli autoctoni. Si è superato un limite e, se la corda verrà tirata ulteriormente, potrebbe finire male. Del resto, la Sinistra sa benissimo che tale atteggiamento non può che condurre allo scontro; esattamente come sa che l’esaltazione senza senso degli allogeni conduce inevitabilmente alla xenofobia come conseguenza indotta.

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Jason Arday è solo una vittima della smaniosa agenda progressista, come i ragazzi costretti a fare gli schiavi nei campi di pomodori e, per provenienza antropologica, incapaci di fare i conti e venire a patti con i nostri costumi. E questo è bene sottolinearlo, non sono loro, almeno non in prima istanza, il nostro vero problema, ma tutta la gentaglia che li usa come benzina per esacerbare lo scontro di civiltà. Sono tutti coloro che mettono un ragazzo di colore a insegnare stronzate tipo inclusione e disuguaglianze razziali, solo per far credere fischi per fiaschi, gonfiandone il curriculum e facendogli recitare una parte che, palesemente, non è in grado di sostenere. Si tratta degli stessi che, oggi, al di fuori del mondo anglofono, stanno cercando di far passare la notizia in sordina, onde evitare di far venire a galla le loro macchinazioni oramai diffuse a livello planetario. Dobbiamo smascherarli, anche se ci potrebbero essere delle conseguenze tragiche, come per il povero professor Arday. Purtroppo, non si può vincere una guerra senza spargimenti di sangue. Del resto, loro se lo sono cercati.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).