RICHARD MILLET: LA FESTA È FINITA E GLI ZOMBIE HANNO VINTO (a cura di Davide Cavaliere)
Riproponiamo ai lettori questa intervista, realizzata alcuni anni fa da Davide Cavaliere con lo scrittore francese Richard Millet. Pur appartenendo a un diverso contesto storico, molte delle riflessioni dell’autore su letteratura, identità, religione e crisi dell’Occidente conservano intatta la loro capacità di suscitare dibattito e interrogativi.

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Philippe Muray definisce l’uomo moderno homo festivus. Condivide questa definizione? Qual è, a suo avviso, la condizione dell’uomo contemporaneo?
Muray vedeva nella «Festa» l’ideologia suprema di un Occidente in decomposizione; era un’intuizione corretta. Oggi, tuttavia, siamo andati oltre la «Festa»: assistiamo a un virtuoso ritorno del Bene. Un Bene planetario che, in un mondo interamente capovolto dalle ideologie «positive» (i diritti dell’uomo, i diritti delle minoranze, la decostruzione del «maschio bianco eterosessuale e cattolico»), si rivela in realtà una declinazione del Male. Sotto questa maschera regna Satana, e l’uomo contemporaneo non è che il superstite di un mondo ormai tramontato o, altrimenti, un morto vivente: uno zombie innamorato della propria fine, nel cuore di un nichilismo ormai compiuto. La visione di Muray era lucida, ma la festa è finita. Ormai sono in atto le grandi manovre per il controllo dell’individuo: il Covid, il politicamente corretto, il black power, l’Islam, la crisi economica, e via dicendo.

In Italia, ma presumo anche in Francia, i libri di maggior successo sono favole sentimentali in cui nessuno perde mai nulla di caro. Quali sono le origini di questa «infantilizzazione» della letteratura?
Sentimentalismo, infantilizzazione, paura: gli scrittori francesi (e senza dubbio occidentali) temono di dire ciò che vedono, di farsi testimoni, di nominare la realtà. È l’autocensura. Non si fa che parlare di se stessi, allineandosi all’ideologia ufficiale: bisogna essere di sinistra, solleciti verso i migranti e le minoranze sessuali, «ribelli» a comando, amanti della sottomusica rock, rap o hip hop; bisogna tributare un culto assoluto al presente, navigando a vista sulla totale assenza di memoria e di tradizione. In questo modo si spera di preservare l’«innocenza», proprio come i bambini. Ma si tratta di bambini viziosi, persino assassini. L’infante, in latino: colui che non parla. E gli scrittori contemporanei scrivono per non dire nulla, per tenere in vita il mito della letteratura, per servire la propaganda del Bene. Il crollo della figura del Padre ha decretato il trionfo dell’«infante»: un bambino infinitamente perverso, l’esatto contrario dell’innocenza. Un trionfo, peraltro, ampiamente sostenuto dalle donne, che in Francia stanno assumendo il controllo del potere letterario.

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Nei suoi romanzi risuonano ciò che William Faulkner definiva «i problemi del cuore umano in conflitto con se stesso». Quale importanza riveste per lei la dimensione religiosa nella creazione di grandi opere letterarie?
In Francia e altrove si tende a dimenticare che i massimi scrittori si sono sempre misurati con l’enigma del Male. Pascal, Kierkegaard, Dostoevskij, Bernanos, Faulkner, Pasolini: tutti lo hanno affrontato. Oggi, invece, il Male viene ridotto a una mera categoria psicologica, e Satana a una figura paterna «irrisolta» o a tutto ciò che il progressismo culturale, braccio armato della globalizzazione economica, mette al bando e denuncia come «intollerabile» o «politicamente scorretto». Non dimentichiamo che Faulkner era, prima di tutto, un lettore della Bibbia.

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Viviamo sotto la dittatura del «globish», l’inglese impoverito ed essenziale dell’economia globale. Quali effetti avrà questo depauperamento linguistico sugli individui e sulle nazioni?
È una verità nota da tempo: non appena una lingua nazionale, o una lingua di cultura, si impoverisce nella sintassi e nei simboli, la mente di chi la parla si trasforma in un colabrodo ideologico, preparando il terreno per le derive peggiori: basta osservare i totalitarismi del Novecento, come aveva già intuito Orwell. La maggior parte degli scrittori culla il sogno di scrivere in inglese, sperando di essere letti nell’Impero, quello anglofono della globalizzazione. Un desiderio per ora segreto, ma che presto diventerà realtà. Ecco perché la letteratura non dischiude più universi interiori e ha smesso di parlare: lo scrittore contemporaneo scrive nella propria lingua (una lingua sempre più arida) ma sogna in globish.

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Il postmodernismo, il decostruzionismo, il multiculturalismo e l’antirazzismo sono tra i fattori che hanno concorso all’erosione della nostra identità e di una solida tradizione di valori capaci di garantirci continuità e stabilità. Siamo davvero destinati a soccombere all’Islam, per giunta con sufficiente cecità e arrogante ignoranza?
L’Islam, in Europa, esercita una formidabile pressione intimidatoria che si scontra, nella maggior parte dei casi, con l’indifferenza del piccolo borghese globalizzato o con la complicità degli intellettuali della sinistra filo-islamica. Io, che ho combattuto contro le sedicenti forze «islamo-progressiste» in Libano all’inizio della guerra civile nel 1975, mi rendo conto di quanto l’Europa sia cieca di fronte a questo problema. È già troppo tardi: queste persone sono ormai tra noi, a milioni, e in tutto il continente la loro presenza è diventata profondamente problematica, persino in paesi un tempo pacifici come la Svezia o la Danimarca. Nonostante i loro decantati modelli sociali, nemmeno loro sanno come arginare il cancro islamico delle periferie, le bande di origine immigrata e tutto ciò che il comunitarismo e il multiculturalismo di Stato producono continuamente. Alla maggior parte degli europei non importa nulla: chinano la testa o si voltano dall’altra parte. Da un lato vi è l’intimidazione formale, quella giuridica e politicamente corretta; dall’altro, la pura ragione economica: i contratti commerciali con il mondo arabo…

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Un’ultima domanda, più personale: quali sono i libri che l’hanno segnata maggiormente e ai quali ritorna più spesso? Quali sono le letture indispensabili per un uomo che voglia definirsi «civile»?
In generale, i grandi romanzi europei e americani che ho letto in gioventù e su cui ritorno regolarmente: Jules Verne, Emily Brontë, Dickens, Hemingway, Gide, Simenon, solo per citarne alcuni. Ai nomi che ho già ricordato aggiungerei i grandi esploratori della vita interiore e sociale: Bossuet, Leopardi, Balzac, Dostoevskij, Bloy, Proust, Bataille, Faulkner, Solženicyn, Claude Simon, e alcuni saggi di Girard, Šestov, Debord, Baudrillard, Steiner, Agamben. E la Bibbia, naturalmente. Vi affiancherei la musica classica e il cinema, che considero importanti al pari della letteratura. Bergman, Antonioni, Tarkovskij, Bresson; e poi Bach, Mahler, Sibelius, Nono, Messiaen…
Davide Cavaliere
L’AUTORE
DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais e Franco Marino, del giornale online “Il Detonatore”.