LA GUERRA E L’ORGOGLIO (di Lorenzo Zuppini)
Non è solo il rumore dei B-52 o lo schianto dei missili che squarciano il cielo di Teheran; è il battito cardiaco della Storia che riprende a correre. È l’azzardo di Dio che si manifesta attraverso il braccio secolare di chi ha ancora il fegato di chiamare il Male con il suo nome.

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Da una parte l’America di Donald Trump, quell’impero muscolare che ha smesso di chiedere scusa per la propria esistenza e ha riscoperto la missione imperiale di proteggere la civiltà con la forza bruta e necessaria. Dall’altra l’Israele di Bibi Netanyahu, il leone di Gerusalemme che non si lascia intimidire dai tribunali internazionali o dalle risoluzioni dell’ONU scritte con l’inchiostro della codardia e ci sta dicendo, con quella sua ostinatezza tragica, quasi biblica, che l’esistenza di Israele non è un “tema di discussione”, ma un imperativo etico. Due nazioni, due leader, che sorreggono sulle loro spalle l’intero edificio dell’Occidente.

Il 7 ottobre non è stato un incidente di percorso, è stato l’ennesimo sussulto di una guerra esistenziale che Israele combatte dal 1948. Una guerra che non riguarda i confini, ma il diritto stesso di esistere per chi è scampato alla cenere di Auschwitz. È la rivolta della vita contro il culto della morte dei Mullah.

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E arriviamo alla farsa. Guardateli, i progressisti de noantri, quelli che ogni 25 aprile si riempiono la bocca di “liberazione” e poi hanno la faccia tosta di cacciare la Brigata Ebraica dai cortei. Sventolano la bandiera dell’antifascismo mentre strizzano l’occhio al nazismo degli ayatollah, in un cortocircuito logico che rasenta il grottesco. Ridicolizzano chi combatte davvero per la libertà, mentre loro si perdono in ghirigori ideologici per giustificare il piano genocidario di Teheran.

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Le cancellerie europee si comportano come un amministratore di condominio che trema davanti a una bolletta del gas più salata. È un coro querulo, un suono flautato e rassegnato che sale da Bruxelles, Parigi e Berlino – ahinoi, anche da Roma. Piangono perché lo Stretto di Hormuz è chiuso, perché il prezzo del barile s’impenna. Vorrebbero l’ordine mondiale servito su un vassoio d’argento, ma non muoverebbero un solo reggimento per difenderlo. Vorrebbero che la libertà fosse gratis, una sorta di omaggio incluso nel prezzo del petrolio.

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Trump e Netanyahu sanno invece che la libertà ha un costo in sangue e ferro. Sanno che la barbarie islamista non si ferma con i “tavoli tecnici” o con le prediche della von der Leyen. Si ferma con la superiorità morale, militare e con il necessario grado di violenza. E sanno che con gli ayatollah non si tratta la pace, si tratta la loro resa. Mentre l’Europa frigna per il greggio, Israele e l’America stanno facendo il lavoro sporco per tutti noi, ripulendo il mondo da un cancro atomico che minaccia di riportarci al medioevo dei turbanti.

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Sia benedetta dunque questa guerra, se serve a ricordare a questo Occidente rammollito che non esiste pace senza vittoria, e che non esiste civiltà senza il coraggio di sguainare la spada contro chi vorrebbe vederci tutti in ginocchio, o peggio, in cenere. A occhio e croce, meglio il bagliore di un’esplosione liberatoria che il buio di una sottomissione contrattata al ribasso.
Lorenzo Zuppini
Biografia
Lorenzo Zuppini è nato a Pistoia il 15 febbraio del 1992. Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Firenze, prosegue con un master in Giurista Internazionale di impresa all’Università di Padova. Dopo un breve passaggio professionale a Bologna, adesso lavora stabilmente a Milano nel settore della consulenza. Precedentemente collaboratore de Il Primato Nazionale e altre riviste che, però, ha nel corso del tempo abbandonato per cercare lidi più affini al suo temperamento. Liberale, liberista e libertario.