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ISRAELE, LA CIVILTÀ CHE RIFIUTA IL MARTIRIO (di Lorenzo Zuppini)

La storia non la fanno i timidi, i professionisti del sospiro sobrio o la liturgia stanca dei salotti bene. La storia, quella vera, la scolpisce chi combatte, chi rischia, chi pianta una tenda sulla roccia arida e dice con voce ferma: «Questa è casa nostra».

È ora di dirlo senza ipocrisie, senza quel birignao pauperista ed elegante che tanto piace al conformismo eversivo delle cancellerie europee: Israele è un miracolo fiero, un avamposto sfrontato e magnifico della civiltà occidentale insediato nel cuore di un deserto geopolitico e morale. E chi non lo vede, semplicemente, ha gli occhi foderati d’ideologia o il cuore prosciugato dalla vigliaccheria. Chi non lo vede, e addirittura lo condanna nei suoi tribunali d’accademia, esalta al tempo stesso la dissoluzione delle nostre frontiere e l’invasione africana di Ceuta, dimostrando uno strabismo ideologico ormai al limite del patologico.

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Non chiamateli coloni con il piglio sprezzante della burocrazia onusiana: chiamateli pionieri, artigiani della sovranità. I ragazzi della Giudea e della Samaria sono la carne e il sangue di una democrazia reale che non chiede né offre scuse per il solo fatto di esistere. Mentre a Bruxelles e Parigi si consumano fiumi d’inchiostro sulla neutralità carbonica e sulla fluidità dei confini, loro presidiano la terra delle origini con una Bibbia in una mano e un fucile nell’altra. È la logica gloriosa della frontiera, quella stessa forza vitale, quasi biblica e jeffersoniana, che ha fatto grande l’America quando ancora non si vergognava del proprio destino. Costruiscono case sulle pietre millenarie, coltivano la roccia strappandola all’abbandono, difendono la propria stirpe e la propria memoria storica con una caparbietà e una fede che fanno terrore solo a un Occidente stanco, nichilista e privo d’anima. Non sono usurpatori; sono l’avanguardia viva di una nazione che ha fatto una scelta radicale: rifiutare il martirio elegiaco e non farsi mai più cancellare dalle mappe del mondo.

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La verità è che certo progressismo europeo ha amato l’ebreo solo finché è rimasto vittima, oggetto di pietosa memoria o figura tragica da commemorare nelle liturgie del ricordo. Ma non tollera l’ebreo forte, l’ebreo che impugna l’arma, che coltiva la terra con la baionetta innestata e rivendica il proprio spazio vitale. È qui che scatta la nevrosi del risentimento continentale: di fronte a una comunità che preferisce essere temuta anziché commiserata.

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Benjamin Netanyahu è l’incubo perfetto dei benpensanti, dei cattedratici e dei moralisti a buon mercato. Perché? Perché capisce la politica nell’era del ferro e del fuoco. Non governa con le buone maniere dei diplomatici da aperitivo, né con la retorica zuccherosa del compromesso a tutti i costi, ma con la durezza tragica e provvidenziale di chi sa di risiedere in un quartiere spietato. Netanyahu è un leone politico: tragico, controverso, odiato dalle élite perché ha svelato l’imbroglio della favola pacifista. Ha insegnato al mondo una lezione fondamentale e inoppugnabile: la sicurezza di un popolo non si baratta con una stretta di mano d’occasione o una risoluzione di palazzo; la pace si ottiene unicamente attraverso la forza, la deterrenza e l’egemonia. E i nemici esistenziali, quelli che giurano l’annientamento nucleare di una civiltà, non si vezzeggiano: si schiacciano, si distruggono, si annientano.

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Mentre le democrazie occidentali si attorcigliano in un groviglio di sensi di colpa post-coloniali e viltà diplomatiche, il governo di Gerusalemme esercita il diritto supremo di vincere. Senza esitazioni, senza incertezze e soprattutto senza chiedere il visto di conformità alle cancellerie infiacchite che boicottano con isterica ipocrisia le esportazioni della Samaria e del Golan.

Gerusalemme è la capitale indivisibile e fiammeggiante di questa scommessa cosmica. Israele non è soltanto uno Stato fra gli altri: è un’idea di potenza, di orgoglio e di libertà che rifiuta definitivamente il ruolo di vittima perfetta per abbracciare quello di protagonista della storia. Un Paese capacissimo di fondere la sacralità dei padri con l’innovazione tecnologica sfrenata, di celebrare la propria sopravvivenza con le armi di precisione e con l’intelligenza artificiale, con l’epopea dei kibbutz e con il ruggito dei mercati finanziari, merita soltanto una cosa da chiunque ami ancora la libertà reale: un plauso a scena aperta, sfacciato e senza riserve.

Lorenzo Zuppini

Biografia

Lorenzo Zuppini è nato a Pistoia il 15 febbraio del 1992. Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Firenze, prosegue con un master in Giurista Internazionale di impresa all’Università di Padova. Dopo un breve passaggio professionale a Bologna, adesso lavora stabilmente a Milano nel settore della consulenza. Precedentemente collaboratore de Il Primato Nazionale e altre riviste che, però, ha nel corso del tempo abbandonato per cercare lidi più affini al suo temperamento. Liberale, liberista e libertario.

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