INVITO ALLA LETTURA DI “L’ABISSO” DI HUYSMANS – PER CHI È STANCO DI CERTA MELENSA LETTERATURA CONTEMPORANEA (di Matteo Fais)
Ammettiamolo: certa letteratura attualmente in circolazione è stucchevole. Ciò prima di tutto perché non è arte, ma operazione burocratica, di Stato, ordine di partito, alla stregua dell’osceno ritratto di Kim Jong-un in Corea del Nord. La vera creazione, anche se finanziata da un mecenate, per essere grandiosa, necessita sempre di uno spirito anarchico e di un certo qual idem sentire antropologico-culturale tra l’artista e colui che gli commissiona il lavoro. Al contrario, oggi, è palese che chi scrive certe cose non ha una fede comune – come poteva essere, per esempio, per Guttuso – con una determinata parte politica, ma è talmente smaliziato da sapere che, se vuole pubblicare e guadagnarsi un certo credito presso i semicolti, ne deve confermare il sentire che, più che diffuso, viene spacciato come tale in modo martellante e propagandistico.

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Ecco spiegata l’infinita schiera di romanzi che vedono come protagonista una donna in piena fase di empowerment (un processo di crescita e di acquisizione di potere, autonomia e consapevolezza), la quale, manco a dirlo, si lamenterà del patriarcato imperante, del compagno Gianni che sarà sicuramente un uomo insicuro e narcisista, il cui unico pregio è di averle fatto scoprire lo squirting a cinquant’anni. Naturalmente, costei si lancerà in un monologo, che andrà avanti per buone cinquanta pagine, in cui spiegherà la sua scelta per un’esistenza child free. Che palle!
Tenuto conto che, comunque, esistono opere di valore anche nei nostri tempi, deliberatamente tenute ai margini del mercato editoriale, resta sempre di andare a riscoprire certi libri passati sotto la rassicurante categoria di classici, i quali, in verità, sono tutt’altro che innocui prodotti del passato dal potere detonante oramai disinnescato.

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È il caso, per esempio, del superlativo L’abisso di Joris-Karl Huysmans, autore decadente e smaccatamente conservatore, che riletto oggi dà un piacevole e vertiginoso senso di liberazione dalla solita sequela di fogli che grondano buoni sentimenti e correttezza. E, in effetti, si può stare certi che niente di tutto ciò sia presente nel testo in questione. A dirla tutta, addirittura, in questo romanzo, avviene di per sé poco o nulla, salvo per alcune pagine, nella parte finale.
La trama di L’abisso, se si vuole, è molto semplice. Uno scrittore del sottobosco letterario parigino, Durtal, oramai praticamente ritiratosi dalla vita salottiera che, allora come oggi, è tutta fatta di gente che briga per ricevere vani riconoscimenti e premi, conduce una vita molto appartata e si sta dedicando a scrivere una biografia di Gilles de Rais, noto condottiero che ebbe Giovanna d’Arco come compagna di ventura e che, arrivato a un certo punto della propria esistenza, si dedicò all’occultismo e a satanismo, finendo per violentare e uccidere una quantità spropositata di bambini. Questo personaggio, a tratti mistico pur nella sua condotta ripugnante, attrae morbosamente la fantasia dello scrittore, il quale nutre una certa insofferenza per il suo secolo così positivista e secolarizzato. A fare compagnia a costui, vi sono pochi altri personaggi, tra cui il più importante è il medico Des Hermies, con il quale egli si intrattiene in appassionanti discussioni sempre oscillanti tra sacro e profano. Egli, se si vuole, è una specie di Lord Henry – ricorderete Il ritratto di Dorian Grey – solo meno stereotipato – Huysmans non doveva utilizzare maschere per celare un discorso omosessuale sottotraccia –, ma altrettanto ironico e mordace.
Ora, ricostruire le vicende contenute nel testo è poco importante. Basti sapere, tra le altre cose particolarmente importanti, che Durtal, al fine di portare avanti la propria indagine su Gilles de Rais, approfondisce anche il satanismo contemporaneo, senza mai farsi trascinare nel suo vortice, grazie al concorso della sua amante che, invece, ha avuto dei trascorsi piuttosto burrascosi in tal senso. Certamente, come vi sarà venuto in mente, in questo testo vi è qualcosa che rimanda al noto film di Kubrick tanto amato dai complottisti, Eyes Wide Shut – ed effettivamente, a quanto risulta, sarebbe stato consultato dal regista in questione per la scrittura del film, parallelamente al noto Doppio sogno di Arthur Schnitzler.

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Ma ciò per cui, a noi contemporanei, più interessa questo testo, come si diceva, è perché contiene passaggi, inserti, incisi che si inseriscono nella narrazione e che suonano di incredibile sfacciataggine a gente oramai disabituata a parlare fuori dai denti e sempre disposta a sussurrare a mezza voce o a sfogarsi in camera caritatis con l’amico compiante. Per esempio, data l’attività di scrittore del protagonista, vi sono succulente descrizioni del mondo delle lettere che, mutatis mutandis, potrebbero, sostituendo appena qualche parola, essere tranquillamente traslate e usate per descrivere il nostro ambiente di oggi (“Da circa due anni Durtal aveva smesso di frequentare l’ambiente letterario. I libri, i giornali, i ricordi degli uni e le memorie degli altri si arrabattavano a presentare quel mondo come la diocesi dell’intelligenza, come un patriziato dello spirito. A sentir loro, nel corso di quelle riunioni lo spirito scintillava e battute e idee stimolanti crepitavano come un fuoco d’artificio. Durtal non riusciva a capire come facesse a resistere questo cliché che, per esperienza, sapeva falso. I letterati erano divisi in due categorie: la prima di cupidi borghesucci, la seconda di farabutti della peggior specie. I primi erano coccolati dal pubblico, di conseguenza diventavano dei tarati, ma raggiungevano il successo. Affamati di rispetto e di considerazione, scimmiottavano gli uomini d’affari, adoravano i pranzi di gala, davano feste in abito da sera, non parlavano che di diritti d’autore e di prime edizioni, concionavano sulle opere teatrali, facevano tintinnare le monetine che portavano in tasca. Gli altri, in bande, sguazzavano nei bassifondi. Erano la feccia dei caffè d’infimo ordine, i rifiuti delle taverne. Pur esecrandosi, si urlavano l’un l’altro i titoli delle loro opere, pubblicizzavano il loro genio; stravaccati sulle panche, ingurgitavano birra ed eruttavano fiele. Altro non c’era. Era diventato rarissimo l’angolino tranquillo dove si poteva chiacchierare tranquillamente con un altro artista senza la fastidiosa promiscuità dei bar o dei salotti, senza pensieri reconditi di tradimento e di dolo, dove ci si potesse interessare soltanto d’arte, alla larga dalle donne. Il mondo delle lettere, in realtà, non era aristocrazia di anime, non vi si agitavano problemi teorici e nessuno aveva la minima inclinazione verso segrete ed elevate sfere”). Se ci pensate, cattiverie simili potrebbe quasi averle scritte Houellebecq – del resto, lo spirito degli scrittori francesi sottende un destino nei secoli dei secoli.

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Davvero i passi che, letti col senno dei poi, fanno riflettere e pensare a che tragico destino avrebbe accompagnato l’opera di Huysmans, se questo avesse scritto oggi, sono in quantità impressionante. E bisogna ringraziare l’ignoranza e l’idiozia dei woke se ancora simili testi possono circolare liberamente, senza andare incontro a una censura che neppure la Chiesa dei tempi d’oro. Per esempio, si veda cosa attribuisce a un certo satanismo il francese: “A poco a poco si dedicò soltanto a cerimonie sacrileghe, durante le quali distribuiva ai suoi accoliti pastiglie afrodisiache, che avevano la particolarità di far credere, una volta inghiottite, agli uomini di essere donne e viceversa!”. Fortuna che la comunità LGBTQ+cazzate legge solo i testi di quel viscido di Mieli.
Volendo, nella luce della demenza pandemica da poco trascorsa e della situazione della sanità odierna sotto la dittatura della classe medica, pensate che effetto farebbero stralci quali: “Bella, la scienza contemporanea! Tutti scoprono una malattia nuova o dimenticata, reclamizzano una cura nuova o soltanto passata di moda, e nessuno capisce niente. Del resto, anche se non si è proprio l’ultimo degli ignoranti, il più delle volte prescrivere una medicina non serve a niente, perché i farmaci sono diventati così sofisticati, che non c’è medico che possa essere sicuro di quello che prescrive […] È un abbandonarsi al caso, adottare la medicina unificata per tutti i casi! Che vergogna! e che idiozia! […] Ora ogni medico è uno specialista: gli oculisti non si occupano che degli occhi e per guarirli avvelenano tranquillamente il resto del corpo, distruggono per sempre la salute della gente! […] Non si cura più l’insieme; si attacca una parte del corpo a detrimento di un’altra. Un bel guaio! Ora anche i miei onorevoli colleghi si sono messi a pasticciare e a innamorarsi di medicine di cui non sanno nemmeno servirsi”.

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Ovviamente, pur essendo un cattolico, ma di quelli veri, non di questi che per moda, adesso, stanno riscoprendo la fede contro il delirio totale della contemporaneità, continuando a vivere beatamente nelle sue contraddizioni, egli certo non risparmia attacchi alla Chiesa fanfarona e dispensatrice di buoni sentimenti come fossero baci perugina: “I santi pullulano attraverso quelle età, i miracoli si moltiplicano e, pur restando onnipotente, la Chiesa è dolce con gli umili, consola gli afflitti, difende i miseri, si rallegra col popolino. Ai giorni nostri odia il popolo, e il misticismo muore in seno a un clero che frena i pensieri ardenti, predica la sobrietà di spirito, la continenza alle postulanti, il buon senso nella preghiera, l’imborghesimento dell’anima”. Se qualche spirito angelico ci legge, speriamo riferisca di questo passo alla candida anima di Papa Francesco.
Inutile, poi, far presente che l’autore, come tutti i grandi del passato, almeno fino al 1945, è apertamente reazionario e, infatti, liquida le magnifiche sorti progressive senza tante remore: “Se si afferma che l’ignominia dei tempi è transitoria, non si può contare che nell’intervento di Dio per farla sparire, perché non sarà certo il socialismo o tutte quelle illusioni da operai miserevoli e inaspriti che modificheranno la natura degli esseri umani e riformeranno i popoli”.
Il non plus ultra, però, arriva quando si parla di donne. In quei tratti, L’abisso sfiora vette di impertinenza davvero succulente, di quelle che rendono incontinenti dal gran ridere – anche in questo caso, ci si può solo arrischiare a figurarsi, in preda ai brividi, a quale tragico destino sarebbe andato incontro l’autore se avesse scritto la sua opera di questi tempi. In tal senso, tutte le parti relative a Madame Chantelouve, l’amante del protagonista, sono davvero qualcosa che potrebbe davvero essere scritta da un Houellebecq dei più cattivi, stile Le particelle elementari. “‘Mah!’ fece Durtal ripiegando il foglio ‘conosco questa genia! Dev’essere una di quelle decrepite signore che cercano uno sfogo a dimenticate carezze, collezionando intelletti. Almeno quarantacinquenne. Ha una clientela di giovanottelli soddisfatti perché non devono tirar fuori un soldo, oppure di letterati di bocca buona. Del resto, in quell’ambiente la bruttezza delle amanti è proverbiale…’”. Qui, un redpillato troverebbe materiale per compiacersi più che un fedele nei Vangeli e, del resto, farebbe certamente meglio a leggere le considerazioni di Huysmans, piuttosto che affidarsi ai consigli di quel decerebrato di Andrew Tate: “Sapeva da un pezzo, ormai, che una donna, chiunque ella sia, è sempre una fonte di seccature. Se è buona, troppo spesso è scema, senza dire che o non ha salute, o, se appena si tocca, si rivela di una desolante fecondità. Se è cattiva, è lecito attendersi, oltre a questo, dispiaceri, preoccupazioni, vergogne. Checché si faccia, con una donna ci si rimette sempre! Passò rapidamente in rassegna tutti i ricordi muliebri che aveva; rivide le attese e le menzogne, gli inganni e i tradimenti, l’impietosa torbidezza dell’anima in donne ancor giovani! ‘No, non ho più l’età per simili rischi, – si disse. – E per quanto mi riguarda, posso benissimo fare a meno delle donne’. Nonostante tutti quei ragionamenti, però, quella donna lo interessava. ‘Chissà, forse è carina! – si disse; – e non è detto che sia un brutto tipo. Non costa niente verificare di persona’. Allora rilesse la lettera: ‘non vi sono errori d’ortografia, la calligrafia non è affatto banale, le osservazioni sul mio romanzo sono banali ma, diavolo!, non posso certo pretendere che sia un critico letterario. Ha un leggerissimo profumo d’eliotropio…’ continuò accostando la busta al naso”. Insomma, contrariamente a ciò che credono questi giovinastri che si affidano a strampalate teorie di importazione americana, gli uomini di intelletto avevano già capito da secoli quel che c’era da capire sul rapporto tra i generi.

(cartaceo 10 euro)
(ebook 5 euro – gratuito per gli abbonati a Kindle Unlimited)
Davvero, le pagine da citare sarebbero a centinaia e ci si spingerebbe troppo oltre. Il romanzo parla da sé e, come si sarà notato, è denso e stratificato di riflessioni, di narrazioni tra le narrazioni. La lettura portata avanti è, dunque, palesemente parziale e tendenziosa, più che altro volta ad invogliare potenziali lettori spaesati dal mesto orizzonte attuale del mondo letterario. E, proprio a costoro, in chiusura, dedico quest’ultima velenosa stoccata che, in qualche riga, annichilisce tutta una serie di convinzioni intorno al mercato editoriale: “È vero. Ora gli uomini giocano e non leggono più; sono le donne cosiddette di mondo a comprare libri e a essere arbitro di un successo o di un fiasco. Così è alla Dama, come la chiama Schopenhauer, o all’ochetta, come la qualificherei volentieri io, che dobbiamo la pletora di romanzetti tiepidi e mucillagginosi da cui siamo sommersi. Siamo alle premesse di una bella letteratura a venire, dato che, per piacere alle donne, bisogna enunciare idee predigerite e precocemente calve, in uno stile altisonante e pseudo intellettuale”.
Dio preservi la grande miniera d’oro della letteratura del passato – specie quella francese. Illo tempore, vi era una libertà che oggi si può solo sognare. Conservate questi libri, nascondeteli in qualche bunker, fatene centinaia di copie da salvare in hard disk nascosti. Un giorno, quei pazzi là fuori potrebbero voler riscrivere tutto, correggere la misura della libertà. Del resto, hanno già cominciato…