GENIUS LOCI: LA DIMENSIONE NATURALE E URBANA TRA POETICO E POETICHESE (di Paolo Pedrazzi)
La scrittura nasce anche da una stratificazione di reminiscenze e figure ereditate, e proprio nella continuità trova una parte essenziale delle proprie possibilità espressive; eppure, in quella stessa continuità, si annida il rischio che le forme attraverso cui abbiamo imparato a riconoscere il mondo finiscano per frapporsi fra noi e il mondo e che la familiarità delle immagini si sostituisca alla disponibilità dello sguardo.

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Tale fenomeno è ravvisabile in modo particolare in certa poesia contemporanea, dove appare sempre più diffusamente una ‘maniera’ di evocare l’ambiente circostante attraverso un repertorio di segni convenzionali — alberi, erbe, fiori, animali, stagioni — una nomenclatura pronta all’uso, nella quale la parola poetica finisce per precedere l’esperienza e, talvolta, per sostituirvisi. Il paesaggio diventa così uno stilema, una superficie lessicale immediatamente riconoscibile, quasi che bastasse adamiticamente pronunciare il nome di una creatura perché essa venga chiamata all’essere come per incanto. Ne risulta una retorica nella quale l’enfasi dell’immagine cresce in proporzione inversa alla sua necessità, e dove la precisione apparente del lessico è poco più che colto citazionismo.
Il fenomeno, del resto, non appartiene soltanto al presente. Montale ne aveva già avvertito il rischio, opponendo all’altisonante tradizione del preziosismo ornamentale quell’ironico “bossi ligustri o acanti”. Naturalmente anche il paesaggio montaliano è una costruzione poetica colta e consapevole; la differenza però sta nel fatto che, nei Limoni, il paesaggio si sottrae alla convenzione oleografica e acquista una concretezza inconfondibile perché la lingua non si limita a riprodurre un’imagerie preconfezionata, ma trasforma un’esperienza particolare — quella del paesaggio ligure dei primi anni del Novecento — in una forma di conoscenza e di appartenenza: “la nostra parte di ricchezza / (…) l’odore dei limoni”.

poesia contemporanea, alla traduzione e alla ricerca visiva. In questo secondo numero: interviste a poeti italiani, testi inediti, traduzioni di poesia americana contemporanea non ancora pubblicata in Italia, e approfondimenti tra letteratura classica e narrativa dei nostri giorni. Ogni pagina è progettata con un forte lavoro grafico, trasformando la lettura in un’esperienza anche visiva. Una zine pensata per chi cerca nuove voci, linguaggi sperimentali e uno sguardo diverso sulla cultura di oggi.
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La polemica contro il linguaggio aulico dei “poeti laureati” — Montale si riferiva soprattutto ad autori della levatura di Carducci e D’Annunzio e individuava il problema nella rarità delle “piante / dai nomi poco usati” e nella gerarchizzazione di ciò che può essere considerato poeticamente degno — conserva la propria attualità. Mutato il repertorio delle immagini, permane infatti il rischio che la lingua letteraria si riproduca per inerzia, eliminando quella resistenza del reale da cui potrebbe nascere una nuova necessità espressiva. Ma ciò che nella tradizione otto-novecentesca poteva configurarsi come un preziosismo circoscritto e comunque autorevole, nella poesia contemporanea in oggetto sembra essersi fatto più pervasivo, fino a sedimentarsi, spesso indiscriminatamente, in un lessico ormai esausto e in un immaginario anacronistico. Non è improbabile che tale deriva dipenda anche da un rapporto prevalentemente libresco con la Natura: nomi botanici e zoologici vengono talvolta accolti nella scrittura più per la loro sonorità, per il prestigio letterario che li accompagna o per la loro immediata riconoscibilità come parole poetiche, che per una conoscenza effettiva delle realtà cui rimandano. Il nome, insomma, sembra valere per la propria aura evocativa più che per ciò che nomina; e la precisione lessicale, anziché testimoniare un’attenzione più acuta verso le cose, finisce così per mascherare la distanza da esse.
Com’è ovvio, la questione non attiene alla provenienza geografica, né alla presunta superiorità di chi vive in campagna rispetto a chi abita in città — si può conoscere la Natura anche senza aver mai abitato fuori da un centro urbano, così come si può trascorrere una vita intera in campagna senza imparare davvero a scriverne — il punto è un altro: distinguere ciò che nasce dall’osservazione e dall’interazione con le cose da ciò che proviene quasi esclusivamente dalla ricezione passiva e acritica di un ‘campionario’ ad usum poetae.

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C’è da dire poi che, se la questione riguarda la qualità della relazione che si instaura fra lo sguardo e il mondo, sarebbe riduttivo circoscriverla alla rappresentazione della Natura, quasi che la poesia dovesse necessariamente riconoscere nel paesaggio rurale o nelle forme di una presunta armonia edenica le proprie fonti privilegiate d’ispirazione.
Anche l’ambiente antropizzato come la città — con le sue architetture, le sue strade anonime, le facciate consunte degli edifici, le periferie e gli spazi della marginalità e dell’alienazione urbana — possiede una propria densità percettiva e simbolica, suscettibile di tradursi in esperienza poetica — basti pensare a Baudelaire, a Eliot o a Pasolini. Dunque, non si comprende perché un autore che vive la realtà urbana non possa trarre da essa la materia per i suoi versi e debba invece a tutti i costi attingere a un immaginario naturalistico che non gli appartiene.

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Sarebbe paradossale, ovviamente, che, nel tentativo di sottrarsi alle convenzioni del linguaggio poetico, si finisse per prescrivere un nuovo repertorio di oggetti e ambienti legittimamente poetabili. L’abbandono dell’immaginario arcadico non implica l’adozione di un’estetica urbana alternativa, così come la critica alla convenzionalità delle immagini agresti non comporta alcuna svalutazione della Natura quale possibile origine dell’esperienza poetica. Si tratta, piuttosto, di restituire a ogni ambiente la propria autonoma possibilità di significazione poiché, quando la parola si emancipa completamente dall’esperienza, il frassino, il gabbiano, il cervo o il mare — ma anche la stazione, il grattacielo, il tram o lo smog — rischiano di diventare altrettanti elementi di un codice già predisposto. L’ambiente viene allora evocato in modo stucchevole, senza essere realmente restituito.
Qui, la nozione di genius loci può offrire uno strumento utile per riflettere. Al poeta, infatti, gioverebbe possedere un luogo o lasciarsi possedere da esso, una terra nella quale la propria lingua abbia messo radici — che non coincide necessariamente con il luogo natale — uno spazio frequentato, ricordato, perduto o persino desiderato, capace di imprimersi nella memoria fino a diventare forma della coscienza. Non un fondale da allestire, né un repertorio di suggestioni da convocare all’occorrenza, ma una realtà che abbia lasciato tracce profonde nel suo modo di percepire e nominare il mondo, e che sia fatta di ricordi, dolori, gioie, fatti davvero vissuti. Naturalmente, non si tratta di fare del radicamento geografico un requisito dell’autenticità della poesia; anche lo spaesamento, l’esilio, la distanza e perfino l’assenza possono generare una relazione intensa con i luoghi; ciò che conta è che questa relazione esista e trovi una sua originale necessità espressiva.

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Se insomma il romanzo — nella riflessione di Lukács — si definisce anche in rapporto allo spirito del tempo, sembra che la poesia debba analogamente instaurare un rapporto profondo con lo spirito del luogo; non mossa da una fedeltà documentaria, ma da una fedeltà più profonda alla memoria sensibile dello spazio, a quella trama di percezioni attraverso cui le cose diventano parte della coscienza dell’autore. È in questo rapporto che il paesaggio cessa di essere un semplice tema o un ornamento e si fa davvero paysage d’âme, parte del tessuto della voce poetica.
Forse, allora, più che di una serie infinita di epigoni che confermino in modo sterile e ripetitivo le immagini attraverso le quali siamo abituati a riconoscere il mondo, la poesia del presente avrebbe bisogno della verità di una nuova connaturazione, di voci originali, capaci di incrinare quelle immagini e farle proprie, finanche a trasformare lo stesso modo del vedere; di un’esperienza che lasci emergere dagli enti di Natura qualcosa di irriducibile, un’eccedenza, una possibilità di significato che nessuna forma ereditata possa esaurire e che continui a interpellare direttamente e in modo unico chi scrive.
Paolo Pedrazzi
Biografia
Paolo Pedrazzi, nato a Moncalieri (TO) il 29 Febbraio 1984, si è laureato in Lettere a Torino. Suoi saggi e articoli di argomento letterario sono stati pubblicati su importanti riviste italiane e internazionali come “Gradiva International Journal of Italian Poetry”, “Poeti e Poesia”, “Readaction Magazine”, “Il Detonatore”, “Parlature”, “Suite Italiana”. Ha tradotto e commentato il poemetto nonsense “The Hunting of the Snark” di Lewis Carroll nel volume intitolato: La caccia allo Slualo: un’agonia in otto sc-atti (2011, Biblion Edizioni). Per Robin Edizioni ha tradotto in versi e commentato i maggiori poeti romantici inglesi nell’antologia Il furto di Prometeo (2026) con prefazione di Silvio Raffo. Nel 2026, sempre per Robin Edizioni, ha dato alle stampe la traduzione poetica commentata del poemetto Lamia di John Keats. Nell’ambito della letteratura per ragazzi, ha dato alle stampe Marcello Testainsù (2022, Km Edizioni) e Dodo è fatto così (2024, Km Edizioni). In poesia, ha pubblicato le sillogi Optica (2023, Eretica Edizioni) con prefazione di Elio Pecora, Kósmos (2024, Ladolfi Editore) con prefazione di Diego Riccobene, e In-sectum (2026, Fallone Editore).