RECENSIONE – GIOVANNA CRISTINA VIVINETTO, “OGNI CORPO RITORNA” (di Matteo Fais)
“Anche tutto ritorna, ma ciò che ritorna non è / ciò che è andato via”: è da qui che si potrebbe partire per entrare in Ogni corpo ritorna di Giovanna Cristina Vivinetto, appena pubblicato da Crocetti. La frase di Louise Glück,scelta come epigrafe, contiene già una delle questioni decisive della raccolta: il ritorno non coincide con il recupero del passato. Ciò che torna è qualcosa che il tempo ha modificato e sottratto alla sua forma originaria. Nel libro questa idea passa continuamente attraverso il corpo, la memoria, l’infanzia, la famiglia, il nome e soprattutto la lingua, chiamata a raggiungere luoghi nei quali il ricordo continua a fare male.

Vivinetto costruisce il suo percorso intorno a una domanda di estrema difficoltà: che cosa significa tornare dentro il proprio corpo dopo che questo, nel frattempo, è cambiato? Non si tratta soltanto del corpo fisico, naturalmente. Il corpo è memoria, infanzia, nome, sesso, rapporto con gli altri. Esso è il luogo nel quale le cose accadono e anche quello nel quale continuano a esistere quando apparentemente sono finite. Per tal motivo, fin dalle prime pagine, la fisicità della poesia è quasi ossessiva. “Cos’è il corpo, cos’è l’ostinazione”, domanda l’autrice e, subito dopo, questo diventa “la fessura che si è aperta nella luce”, la “frattura muscolare”, il tremore, la voce, l’ombra. Non è un corpo contemplato dall’esterno, ma entro il quale la coscienza sembra continuamente sprofondare per cercare ciò che non riesce a nominare.

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La poesia di Vivinetto nasce infatti da una frattura originaria. Nel testo d’apertura si legge: “All’inizio della vita come all’inizio dell’amore / c’è un gesto definitivo di separazione, / un movimento brutale”. È una delle frasi che spiegano meglio l’intero libro. Separarsi, in queste poesie, non è un incidente secondario dell’esistenza, bensì qualcosa che accompagna la nascita stessa dell’individuo. Venire al mondo vuol dire essere separati; amare significa esporsi nuovamente alla separazione; cambiare coincide con il perdere qualcosa di sé mentre si tenta di raggiungere una forma nuova. Da questo punto di vista, il titolo Ogni corpo ritorna contiene già una delle più grandi contraddizioni della vita: il corpo torna continuamente verso qualcosa che non può più essere recuperato nella forma originaria.
È qui che entra in gioco la memoria. Vivinetto non sembra fidarsi completamente di essa e, forse, è proprio questa diffidenza a rendere interessante il suo lavoro. La memoria non conserva fedelmente, essa confonde, cancella, ricostruisce, produce immagini che sembrano precise e contemporaneamente irraggiungibili. In una delle poesie più belle della raccolta, La frase ci permette di esistere, scrive: “Dico rosso e il filo della mia infanzia / si appuntisce ai lati, dall’altro capo / mio fratello fa tintinnare lo spago”. Basta un colore per riaprire un mondo, o una parola affinché l’infanzia torni, ma già trasformata dalla distanza. Poco dopo, la poetessa si domanda: “Quando il passato smette di assediare?”. La questione rimane sospesa, perché il libro non offre una vera risposta.

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La memoria, dunque, è un luogo fisico e, soprattutto, è acqua. Il liquido nella sua fluidità è forse l’immagine più insistente della raccolta: mare, pioggia, stagni, fiumi, correnti, acqua che sale, scompare, pulisce e restituisce. Il motivo sta nel fatto che questa possiede una particolare caratteristica: può contenere una cosa senza conservarla nella stessa forma. In Legami, questa intuizione diventa quasi una piccola teoria della memoria: “L’acqua non ha memoria. Non ha solchi o sentieri che puoi tracciare per trovare una via di fuga”. Il sangue, invece, “si imprime”, “si fissa alla terra”, crea legami dai quali non ci si può separare facilmente. L’acqua scorre, il sangue resta. Tutto il libro oscilla precisamente fra queste due possibilità: dimenticare e ricordare, disperdere e conservare.
C’è però un’altra presenza che diventa progressivamente centrale: il doppio. A un certo punto, la poetessa scrive: “Dentro la tua scrittura ci sono due bambini”. Qui si potrebbe quasi scorgere una dichiarazione di poetica nascosta dell’intera raccolta. I due bambini sono fratelli, gemelli, si tengono per mano, hanno paura di perdersi. La poetessa li scrive e li riscrive, tenta continuamente di raggiungerli, fino alla rivelazione più dolorosa: “Che è stato necessario che uno dei due morisse / perché tu potessi scrivere”. In queste poche righe c’è forse il nervo emotivo del libro: la scrittura nasce dalla perdita di una possibilità precedente di sé. Scrivere significa quindi cercare qualcuno che non esiste più, sapendo che quella ricerca è resa possibile proprio dalla sua scomparsa.

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Da qui si comprende anche perché il linguaggio sia quasi un personaggio della raccolta. Vivinetto non si limita a usare le parole per raccontare il dolore: scrive continuamente intorno al problema di rintracciare una lingua capace di contenerlo. Una delle quattro sezioni si intitola significativamente Una lingua all’altezza di ciò che temo. E in un testo compare questa richiesta: “Non chiedo molto. Appena un riposo / dopo lo spavento, un giaciglio perfetto, / una lingua all’altezza di ciò che temo”. È un’immagine particolarmente riuscita perché chiarisce la difficoltà fondamentale della poesia: il linguaggio deve essere abbastanza grande da contenere ciò che il soggetto ha paura di contemplare.
In alcuni momenti, a tratti, l’autrice sembra attribuire alla parola una funzione salvifica. “La parola ci infonde coraggio”, scrive, e poco dopo “La parola è quest’osso che tiene la mente / e alla mente impaurita non consente di affondare”. È una concezione della poesia quasi fisica: la parola non serve semplicemente a descrivere il dolore, serve a impedirgli di inghiottire completamente chi lo prova.

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Un esempio straordinario di quanto la concretezza possa fare è Per un nuovo dolore, uno dei testi conclusivi. Qui la poesia entra direttamente nella storia dell’affermazione di genere dell’autrice, ma lo fa attraverso una serie di dettagli domestici: “È il giorno di Pasqua. Il maglioncino bianco e verde di mia nonna / scatta in avanti dal fondo di ortensie del giardino”. Poi arrivano la cucina, i piatti, il fratello seduto accanto, il piccolo bagno, le due pasticche, il vomito, il corpo che attraversa una soglia. La trasformazione non viene presentata come un concetto, diventa una scena. Ed è probabilmente questo uno dei punti in cui il libro mostra con maggiore chiarezza cosa può fare la poesia quando smette di spiegarsi, divenendo a tratti cinematografica. Vivinetto ha un immaginario riconoscibile e una notevole capacità di costruire atmosfere.
La famiglia occupa uno spazio enorme. Padre, madre, fratello, nonna, zii, antenati compaiono come presenze che la memoria continua a evocare. Il fratello, in particolare, assume una funzione quasi impossibile da separare dal tema del doppio. È contemporaneamente persona reale, compagno di infanzia e figura attraverso cui la poetessa misura ciò che è cambiato. In Per un nuovo dolore, la sua presenza diventa addirittura una forma di assenza: “Mio fratello è seduto accanto a me. Se mi volto verso di lui, / adesso, non vedo niente”. È una frase terribile nella sua semplicità. Non dice che il fratello è morto, né che il rapporto è finito, ma chiarisce come, nel momento in cui il ricordo tenta di ricostruire il passato, quella figura non è più recuperabile nella sua interezza.

poetica di Matteo Fais, Preghiere per cellule impazzite (Connessioni Editore, collana “Scavi Urbani), ed è disponibile in formato cartaceo ed
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Questo è forse uno degli aspetti più riusciti del libro: la trasformazione non viene raccontata come un passaggio lineare da un prima a un dopo. Il passato continua a contaminare il presente e il presente modifica continuamente il modo in cui il primo viene ricordato. “Posso ritornare sui miei passi eppure non posso ritornare lì”, scrive Vivinetto, in una delle formulazioni più precise di quello che significa il ritorno nel titolo. Ci si può muovere indietro, percorrere nuovamente le strade, riconoscere le case, gli oggetti, gli odori, ma non è possibile è ritornare nella stessa persona che li aveva attraversati.
Anche la sezione Censimento degli spettri acquista senso a partire da questa impossibilità. Gli spettri della raccolta non sono soltanto i morti, ma tutte le versioni di noi che non possono più essere recuperate. Le fotografie diventano allora strumenti ambigui: mostrano ciò che è stato e contemporaneamente dimostrano che ciò che è stato non esiste più. “Cosa non sappiamo più di noi ci raccontano / le foto”, si tratta di una questione che attraversa l’intero libro: quanto di ciò che siamo stati può davvero essere conosciuto dal nostro io presente? Probabilmente pochissimo o, comunque, mai abbastanza.

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In Cerco di entrare nell’invisibile si legge: “Ci sono luoghi / appena sotto i nomi dove ho smarrito ogni cosa. / Anche l’infanzia. Anche me. Anche voi”. È un passaggio esemplare perché porta il problema del nome al centro della questione. Dare un nome alle cose dovrebbe permetterci di fissarle, ma nel libro questo non garantisce affatto il possesso. La lingua indica e contemporaneamente perde, nomina ciò che non può più essere trattenuto.
Da questo punto di vista, Ogni corpo ritorna è anche un libro sul fallimento della lingua. La poesia nasce dalla convinzione che le parole siano necessarie e dalla consapevolezza che non siano sufficienti. “La frase ci permette di esistere / ma non trattiene verità”, scrive Vivinetto. È una frase che corregge, almeno in parte, l’idea della parola come strumento salvifico. La frase ci permette di esistere, sì, ma non può restituirci ciò che abbiamo perduto. Può, semmai, costruire una forma provvisoria intorno all’assenza.
Ed è proprio per questo che il libro non finisce davvero con una riconciliazione. La sezione Grandi nello spavento conduce la raccolta verso un’immagine ancora una volta corporea: “Il corpo è la breccia, il varco nel sangue”. Il corpo è il punto attraverso cui bisogna passare, anche quando quel passaggio conduce alla ferita. Poco dopo la poetessa scrive: “Per raggiungere l’altezza non c’è altro modo / che accovacciarsi dentro la ferita”. Non c’è qui una guarigione rassicurante, piuttosto l’accettazione del fatto che la ferita costituisca una parte della conoscenza di sé.

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E, infatti, il libro arriva alla sua ultima pagina con una frase quale “In nessun luogo sono stata una bambina”. È un finale potentissimo proprio perché non risolve nulla. Dopo il ritorno dei corpi, degli spettri, come dei ricordi e dei due bambini che continuano a comparire dentro la scrittura, resta questa negazione dell’infanzia come luogo abitabile. La bambina esiste come figura del ricordo, ma non come spazio nel quale la voce adulta possa davvero tornare.
Forse è questo, alla fine, il significato più profondo del titolo. Ogni corpo ritorna, ma nessun corpo ritorna uguale a sé stesso. Torna il corpo dell’infanzia, della memoria, della perdita e quello che la poesia aveva tentato di lasciare indietro, ma ogni volta lo fa attraverso una lingua diversa e quindi è già un altro corpo. La poesia non riesce a riportare indietro ciò che è stato. Semmai, qualche volta, accade che riesca a fargli attraversare nuovamente il presente.
Ed è in questa tensione che si trova il valore maggiore del libro di Giovanna Cristina Vivinetto: non nella risposta che offre, perché esso non contiene nessuna parola definitiva, ma nella perseveranza con cui continua a tornare nello stesso punto senza riuscire mai a trovarlo identico. La poesia diventa così una forma di ostinazione: si torna alla ferita, alla famiglia, all’infanzia, al nome, al corpo, sapendo che nulla verrà restituito esattamente come prima. Si torna perché soltanto tornando si può scoprire quanto siamo cambiati.
E forse la poesia serve proprio a questo: a dare una forma a ciò che non può essere recuperato. Non a guarirlo, non a cancellarlo, nemmeno a renderlo finalmente comprensibile, ma a impedirgli di scomparire del tutto.
Matteo Fais
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie si intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).