ELOGIO DELL’OTTIMISMO CONSAPEVOLE, MALGRADO TUTTO (di Matteo Fais)
“Tra l’aria condizionata e il Papa, scelgo l’aria condizionata” (Woody Allen, Harry a pezzi).
“In fondo è bella, però, è la mia età e io ci sto” (Rino Gaetano, E io ci sto).
Ne sono consapevole: da qualche parte c’è un idiota, intabarrato con uno strano mantello e un turbante in testa, che urla in preda al delirio per le parole di un ayatollah invasato, mentre sogna di immolarsi in nome della causa di un amico immaginario che starebbe in cielo e di ricevere così, una volta varcata la soglia dell’altro mondo, non si sa bene quante vergini — pensate che palle, tutte vergini e non una troia!

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Al contempo, so altresì che qualcuno è convinto che l’uomo del KGB sia il vero democratico, che abbia fatto bene a invadere un Paese sovrano e che potrebbe essere un Duce 3.0 anche per l’Occidente, salvandoci da una fantomatica decadenza morale che abiterebbe questa parte di mondo come il cancro funesta il corpo umano.

Non ignoro neppure che il mondo è colmo di psicopatici, ai quali abbiamo dato fin troppo spazio, soggetti convinti che non esistano maschi e femmine in natura, che uno si possa identificare con un gatto e pretendere di sentirsi salutare con un “Miao”, pena andare incontro a una profonda crisi psicologica.
Ho, in ultimo, molto ben presente che l’esistenza umana è una tragica vicenda in cui, sovente, per dirla con Sartre, mentre uno si prepara a fare bella figura sul patibolo, viene portato via da un’epidemia di febbre spagnola — noi, qualche anno fa, avremmo parlato di Covid.

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È tutto vero, come è vero che abbiamo perso, per tanti versi, il contatto con la terra e le cose reali; che l’immigrazione ha prodotto più danni sociali che scambi culturali; che gli italiani non leggono e i francesi leggono il triplo; che Elvis era molto meglio di tutta la banda dei canterini sanremesi, pur non avendo avuto a disposizione neppure la metà degli strumenti tecnologici odierni; che la democrazia è un equilibrio instabile e spesso solo di facciata — soprattutto che il fatto di averla guadagnata non è garanzia della sua eterna durata.
Mi è tutto terribilmente chiaro, come scritto sui muri alla stregua di un graffito oltraggioso che grida una verità troppe volte taciuta. Cionondimeno, io sono, in uno strano e assurdo modo, ottimista, persuaso che noi si viva in un mondo e in un’epoca, per tanti versi, superlativi, fantastici.

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Gli ultimi ottant’anni hanno visto uno sviluppo tecnologico superiore a quello che l’uomo aveva prodotto dall’inizio dei tempi. I miei nonni non avevano visto uno scaldabagno prima dei quaranta o cinquant’anni di vita. In casa di mio padre, quando abitavamo a Carloforte, l’acqua corrente non c’era: si andava a raccoglierla al pozzo, con un secchio. Mio nonno materno, per fare il medico nei paesi interni della Sardegna, non aveva a disposizione né ambulanze né macchine: si doveva muovere in bicicletta — praticamente, oltre alla professione, doveva pure fare il ciclista avanti e indietro, confrontandosi con situazioni igieniche e materiali del popolo aberranti.
Io, invece, sto scrivendo questo pezzo alle 6:30 del mattino su un tablet progettato in America, assemblato in Cina, e adesso chiederò a ChatGPT di controllare l’eventuale presenza di refusi — certo, si confonderà, l’operazione sarà tanto veloce quanto imperfetta, ma a ogni modo…

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Sì, sono ottimista e, tutto sommato, felice — per quanto un essere umano cosciente possa mai ritenersi tale — di vivere in quest’epoca. I miei nonni, alla mia età, avevano già affrontato due guerre, visto sangue, orrore e morte — uno aveva pure rischiato di finire infoibato.
Poi, sì, è assolutamente vero che, se mia nonna paterna mi raccontava che, quando entrava a scuola — fece fino alla sesta elementare —, non salutava la maestra con il “Buongiorno”, ma gridando “Viva il Duce”, oggi c’è una propaganda non meno stupida e forse solo più subdola: magari una ragazzina, di questi tempi, si sente in dovere di scrivere “Buongiorno a tutt*”, che non è molto meno idiota di inneggiare alla Buonanima.

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Resta il fatto che quella povera femmina non aveva potuto studiare, essendo donna, e non ha mai conosciuto qualcosa come un momento di privacy, in una famiglia patriarcale in cui, sotto lo stesso tetto, vivevano tipo quattro famiglie.
Insomma, manco per il cazzo che si stava meglio quando si stava peggio. Io sono felice di poter acquistare un testo in formato elettronico su Amazon, di leggere da venticinque anni usando tablet ed ereader, di trovare sempre — più o meno — risposta a un dubbio, mentre mio nonno paterno aveva a disposizione solo un’enciclopedia in due volumi da cui, non avendo potuto proseguire negli studi, doveva attingere per far fronte a certe imbarazzanti lacune della sua formazione.
Sarà poco, ma ritengo sinceramente e in coscienza che sia meglio il mio 2026 al suo 1926. Sicuramente io sarò ingenuo, alienato, senza famiglia — ah, la famiglia tradizionale! — e conoscerò tutti i disagi dell’uomo contemporaneo, ma non vorrei trovarmi a indossare una divisa e marciare, al sabato, al passo dell’oca sognando di riportare in vita i fasti dell’Impero.

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Preferirei persino parlare, per il resto della mia vita, con ChatGPT, che è molto meno deficiente di una beghina di paese.
Si fotta il passato e, con lui, chi crede che oggi sia tutto terribile perché non abbiamo più i vinili — “Ma ti rendi conto, non possediamo neppure la musica che ascoltiamo!” — ed è convinto che Spotify rappresenti la tragedia dell’immaterialità, o dell’iperrealtà che dir si voglia, mentre sarebbe stato meglio poter ascoltare all’infinito solo i soliti tre quarantacinque giri.
Io preferisco poter scegliere, avere accesso a milioni di opzioni d’ascolto a 10 euro al mese. Preferisco questo, come Kindle Unlimited, come il riuscire a comunicare in inglese, come le videochiamate al posto del telegrafo, come poter scrivere qualcosa e metterlo a disposizione anche di un uomo che si trova in America.
Mi piace questo tempo e mi piace l’Occidente che, sia detto di passaggio, fa schifo, ma è sempre meglio che vivere sotto l’ayatollah. Poi, per carità, capisco che gli insicuri patologici preferiscano avere una fede forte in luogo di un pensiero debole, ma io continuo a credere che sia meglio un cretino fanatico del calcio di uno che prega rivolto verso la Mecca.

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Addirittura, tra un maomettano e un nichilista, non ho dubbi su chi optare per bermi una birra in santa pace.
Inutile anche andare avanti. Potrei proseguire per pagine e pagine, ma non servirebbe a niente. Chi deve capire avrà già capito. Gli altri sono convinti che il male sia nato con Epstein, che gli ebrei siano la causa di tutti i mali del mondo e che un russo di nome Vladimiro ci salverà afferrando il demonio per il collo. Loro ti diranno che quella da me descritta è una libertà senza peso, quella dello spritz alle 18 — immagino, in effetti, sia molto meglio segarsi sulla foto di Khomeini. Nel caso di questi, non posso che confidare negli sviluppi della psichiatria.
Matteo Fais
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Telefono e WhatsApp di Matteo Fais: +393453199734
L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).