DOPO IL SANGUE, IL GELO: QUARANT’ANNI DI DARKTHRONE (di Matteo Fais)
Il black metal norvegese nasce nel sangue e si consolida nel gelo. Prima il gesto, poi la forma. Prima il suicidio di Dead, poi l’omicidio di Euronymous, quindi l’arresto di Varg Vikernes e l’implosione di una scena che, per qualche anno, aveva creduto di essere un’élite compatta e invincibile. Ma ciò che è rimasto, quarant’anni dopo la nascita dei Darkthrone, non è la cronaca nera, né la mitologia adolescenziale dell’anticristianesimo militante, o l’idiozia delle chiese bruciate, ma un suono disturbante e d’atmosfera.

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Eppure, all’inizio, nulla lasciava presagire questo esito. Nati nel 1986, a Kolbotn, con il nome Black Death, i Darkthrone si muovono inizialmente dentro il death metal nordico. Il debutto, Soulside Journey, è tecnico, ben prodotto, figlio della scuola svedese, un disco competente, ma convenzionale rispetto all’esplosione che di lì a poco travolgerà la Norvegia. La svolta arriva con A Blaze in the Northern Sky che costituisce indiscutibimente un taglio netto col passato: produzione volutamente grezza, riff ciclici, atmosfera glaciale, uniti al rifiuto della professionalità del metal estremo. Non si tratta solo un cambio di genere, ma di un atto di sabotaggio contro l’idea che il metal debba evolversi verso maggiore tecnica e pulizia.

In questa transizione il ruolo di Euronymous è culturalmente decisivo. Attorno al negozio Helvete, a Oslo, si coagula un’idea di black metal come movimento elitario, anti-commerciale, ideologicamente radicale. I Darkthrone frequentano quell’ambiente, condividono l’esigenza di purezza e di rifiuto del mainstream, ma non diventano mai protagonisti del teatro ideologico o della cronaca criminale. Mentre Euronymous pensa il black metal come progetto culturale totalizzante, i Darkthrone lo traducono in grammatica sonora. Loro, all’idea di un movimento, preferiscono quella di costruzione di un linguaggio alternativo. Quando il centro ideologico si spezza con l’omicidio del suo leader, il progetto si frantuma, ma la grammatica resta.

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È qui che Transilvanian Hunger assume un valore che va oltre il disco in sé. Pubblicato nel 1994, quando la scena ha già conosciuto suicidi, omicidi e arresti, non risponde alla tragedia con un’opera monumentale o rituale. Non cerca la catarsi. Non drammatizza, bensì opta per l’azzeramento. Produzione lo-fi, batteria ossessiva, riff ridotti all’essenziale, voce distante e disumanizzata. La ripetizione non serve a costruire tensione ma a negare il tempo. Non c’è sviluppo, non c’è climax, non c’è risoluzione. È un inverno permanente.

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Se De Mysteriis Dom Sathanas dei Mayhem rappresenta la monumentalità tragica del trauma, Transilvanian Hunger è il trauma già congelato. Dopo la morte di Dead, la morte non è più estetica, divenendo un fatto. Dopo Euronymous, l’estremismo non è più retorica, ma storia. I Darkthrone eliminano il teatro e trasformano la tragedia in struttura impersonale. Non c’è romanticismo nichilista, confessione o eroismo negativo. La musica non racconta la fine del mondo, ma la presuppone come già avvenuta.

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La forza del disco sta proprio nel silenzio che contiene. Questo non diviene pausa sonora, ma assenza di comunicazione emotiva. Non cerca complicità, non offre chiavi interpretative, non invita l’ascoltatore a partecipare al dramma, ma si impone come chiuso, impenetrabile, anti-seduttivo. In questa sottrazione radicale si compie il passaggio dalla fase del gesto a quella della forma. Il sangue appartiene alla cronaca, il gelo alla struttura.

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Ed è qui che si spiega la sopravvivenza dei Darkthrone. Il gesto si consuma, l’ideologia si frantuma, il mito si riduce a documentario e merchandising. La forma, invece, resta. Migliaia di band nel mondo hanno imitato la produzione disturbata, la ripetizione ossessiva, il minimalismo glaciale codificato dai Darkthrone. Pochissime hanno replicato la teatralità monumentale dei Mayhem. Questo dato, più di ogni leggenda, chiarisce chi abbia davvero fissato il codice del black metal ortodosso.

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A quarant’anni dalla loro nascita, mentre esce un cofanetto celebrativo, The Fist In The Face Of God, epico box set da collezione, in 9 LP, che celebra i 40 anni delle leggende norvegesi del black metal, il punto non è certamente la nostalgia. I Darkthrone non sono importanti perché sopravvissuti a una stagione violenta, ma perché hanno trasformato quell’estremismo in lingua. Dopo il sangue, il gelo. Dopo il mito, la grammatica. È lì che si misura la durata e si capisce perché, mentre la cronaca è diventata storia e l’ideologia si è dissolta, il loro suono continua a essere ascoltato e riconosciuto.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo penultimo romanzo Le regole dell’estinzione (Castelvecchi) e l’ultimo Il cordone ombelicale (Connessioni). La sua prima opera di poesie i intitola L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni), la seconda Preghiere per cellule impazzite (Connessioni).