TATUAGGI E RAPPRESENTAZIONI DEI TRAUMI (di Matteo Fais)
Tutti quanti avrete notato – basterebbe anche solo aver frequentato una spiaggia per mezza giornata – che il numero di tatuati supera di gran lunga quello delle persone dalla pelle intonsa. Ciò è, per usare un eufemismo, quantomeno sintomatico e merita, di conseguenza, un’approfondita riflessione.
Se siete tra coloro che non hanno mai ceduto alla tentazione dell’inchiostro e delle sue trame, è possibile che sappiate, in modo più o meno sistematico e razionale, il perché di tale scelta. Semplicemente, non sentivate il bisogno di definirvi in modo netto. Non che sia possibile evitare di essere qualcuno o qualcosa. Noi siamo soprattutto quello che abbiamo fatto, le nostre azioni. Ma, tendenzialmente, attraverso queste esternalizziamo noi stessi per liberarci di un peso e procedere con maggiore leggerezza. Chiunque abbia avuto a che fare con uno scrittore, per esempio, gli avrà sentito dire di non vedere l’ora di pubblicare il suo testo X, così da sgravarsi anche psicologicamente di un peso e potersi dedicare al successivo. Non è un caso neppure che, dopo aver licenziato l’opera in questione, specie se questa gli è costata tanto sul piano emotivo, non ne voglia più sentire parlare e la abbandoni alle cure del pubblico. Ciò perché la vita, e la libertà che è l’intima essenza del soggetto, lo porta sempre a guardare oltre, a proiettarsi un passo più in là di ciò che è stato o è.

Il tatuaggio è interessante, invece, perché fissa, cristalizza, rende immobile, trasforma in marmo e ha la pretesa di esporre. È il nostro CV emotivo squadernato sul banco di fronte a chiunque e chiede che ne si prenda visione. Anzi, addirittura lo ostenta – avrete notato che i tatuati fanno di tutto per mostrare i propri ghirigori, persino in periodi dell’anno in cui le temperature non rendono semplice l’andare in giro con indumenti striminziti addosso.
Il fatto è che il tatuaggio richiama l’attenzione, ma è anche un’armatura. Con esso si vuole comunicare, ma scegliendo la narrazione di sé da imporre al mondo. Ecco dunque che la ragazza di fronte a noi è la fenice sulla sua schiena, cioè una che è risorta dalle proprie ceneri; oppure è quel volo di farfalle che si nota un po’ ovunque sulle sue braccia come una libertà che nessuno potrà mai imprigionare entro una rete.
Naturalmente, come capirà qualsiasi persona con un po’ di acume, tutto ciò è pura farsa, esattamente come quella dell’arricchito che ostenta la mazzetta di banconote per mostrare simbolicamente il proprio benessere. Il soggetto psichiatricamente stabile non ha mai bisogno di mostrare ciò che è, appunto perché si sente essere. Anzi, si nasconde nell’anonimato di una figura non immediatamente decifrabile. Domanda al suo interlocutore lo sforzo di scavare per trovare la verità della sua persona. Diversamente anche dal prete che indossa l’abito talare per incarnare la parte dell’uomo di Chiesa, o del business man con la giacca e la cravatta che tenta di imporre agli occhi dei clienti l’immagine del serio professionista, lui sa di poter confondere semplicemente aprendo bocca e sconcertando l’interlocutore che si chiederà come sia possibile sentire certe parole non immediatamente associabili alla sua immagine.

Ma da dove nasce questa necessità del tatuato di mostrare sé stesso in tal modo? Fondamentalmente dal fatto che il suo corpo urla ciò che l’animo è impossibilitato a comunicare. Manco a dirlo, però, non lo fa in modo chiaro e trasparente. Il tatuaggio è un esorcismo. Quanto più sarà debole e fragile, quanto più la giovane donna esporrà simboli inquietanti e minacciosi – va da sé che tale discorso, in verità, travalica i generi.
L’abbondanza di tatuaggi è, chiaramente, ancora più sintomatica, anzi è proprio il sintomo di tanti, infiniti traumi e cicatrici – un catalogo – da nascondere. Rappresenta idealmente il muro contro cui andrà a schiantarsi chiunque abbia l’ardire di voler scandagliare colui che li porta. Il tatuato si vuole dire in modo univoco e, infatti, l’ha scritto su di sé: sono un maschio forte e aggressivo, guarda il mio tribale; sono una donna libera e inafferrabile, osserva il mio cuore a forma di palloncino che si perde in cielo. Il suo è un mezzo di contenimento per un’identità che, altrimenti, collasserebbe su sé stessa in un istante. Con simboli semplici e frasette da prima elementare, egli cerca di ingannare gli altri e sé stesso in prima istanza, sperando che recitare la formula dia realmente corso alla magia. Tanto più sente il bisogno di dirsi, quanto più ha timore di risultare incompreso.
L’inchiostro sulla pelle è, insomma, estetizzazione del dramma interiore in forma compensativa, per di più a un livello basilare. Il lupo o il leone, sulla coscia della ragazza che solca apparentemente sicura il bagnasciuga, nasconde il povero agnellino abbandonato dal padre, dal ragazzo che l’ha solo usata, o peggio ancora l’abuso di cui si sente vittima. Il giovane padre, a cui l’ex moglie impedisce di vedere il figlio, ne porta il nome e la data di nascita incise sul bicipite. Il caos interiore è imbrigliato nella maglia di linee, geroglifici e altre sciocche figure che avvolge completamente il tatuato dal collo alle caviglie.

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Non c’è niente da fare: il corpo urla sempre, quando l’anima viene zittita (o non ha il coraggio di dire neppure a sé stessa). Senza alcuna volontà di spiegazione medica, che richiederebbe ben altre competenze, è proprio vero, come sostenuto da qualcuno, che l’ultimo rifugio della nevrosi è il cancro e, infatti, non è un caso vedere dilagare, in un’umanità sempre più infelice, questo male. Il tatuaggio è solo uno dei modi per dare corpo alla dimensione maligna che abita l’interiorità di tanta gente. Esso è l’escrescenza colorata dell’orrore e del vuoto che si tenta di non far sfuggire di mano, ma di dominare con il disegno. Lo chiamiamo arte, stile, ma è solo un modo carino per dire qualcosa di terribile che non potrebbe ulteriormente essere tenuto a freno.
Ovviamente il soggetto, interrogato in merito al significato di certe immagini che porta fieramente, parlerà in termini vaghi di “qualcosa di solo mio”, indicando con una formula roboante e patetica lo smarrimento che lo abita e che lui cerca di tenere a bada, esattamente come l’uomo della preistoria, nelle grotte di Lascaux in Francia e in quella di Altamira in Spagna, dà corpo alla sua fame e alla difficoltà di soddisfarla in rappresentazioni di caccia, la rende estetica per non subirla semplicemente.
Ma è d’obbligo porre in conclusione a questo discorso, certo sommario e limitato a mera suggestione, alcune necessarie precisazioni. Ogni modello che si cerchi di trarre dall’esperienza è un’astrazione e non sarà mai un umano in carne e ossa. Se è ben probabile, dunque, che la ragazza tatuata sia irrisolta e impossibile da amare, perché troppo affezionata al proprio trauma nascosto, è altresì vero che, tra coloro che conservano il naturale colorito della propria pelle, vi possono ben essere degli squilibrati totali – se mi si permette lo scivolone sul personale, posso testimoniare che tutte le stalker che ho avuto io erano prive di inchiostro sottopelle.

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Ciò spiega anche perché, per quanto la teoria sia sempre importantissima e molto utile da possedere, questa non potrà mai essere applicata nella realtà senza venire adattata e costantemente ridiscussa intorno al caso singolo – anche perché la vita non è un calcolo matematico. Ecco chiarito il motivo per cui anche lo psicologo o lo psichiatra possono ritrovarsi con la moglie fedifraga o divorziati: tutte le loro profonde e strutturatissime conoscenze non potranno mai abbracciare il reale nelle sue infinite variabili. Nessun uomo è spiegabile a prescindere, sulla base di determinati dati sul suo conto di cui si è in possesso, anche perché il soggetto non è una cosa, ma pura libertà e può quindi andare incontro a costanti mutamenti.
Tutto ciò per dire che questo non è minimamente un articolo contro i tatuati, ma un tentativo di interpretazione. Per non drammatizzare oltremisura, è appena il caso di dire che praticamente l’intera umanità vive mettendo in atto meccanismi di coping, come li si suol chiamare, cioè strategie che ognuno utilizza più o meno consciamente per tenere sotto controllo i propri problemi. Tutte le sigarette che vedete fumare, o l’alcol consumato in modo spropositato, sono tentativi di fuga o protezione dal malessere, quando non proprio suicidi in forma dilazionata. Esattamente come l’opera d’arte è sovente un tentativo di estetizzazione del dramma e dell’angoscia esistenziale. È sempre stato così e sempre sarà, per quanti testi di psicologia si possano scrivere.
Matteo Fais
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L’AUTORE
MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde e Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).