SIMBA LA RUE: L’EVIDENZA E IL LINGUAGGIO NEL TUNNEL – ANALISI POETICA DELLA CANZONE TRAP (di VALENTINO FOSSATI)
L’operazione che Simba La Rue compie in un pezzo come Ayahuasca, uscito nei primi mesi del 2025, rappresenta un rovesciamento radicale delle convenzioni narrative della trap e della drill italiana, segnando il passaggio definitivo dallo storytelling didattico alla restituzione del linguaggio alla sua condizione di materia pura.

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In questo spazio, Simba rinuncia all’ostentazione codificata e alla comunicazione di messaggi per trattare la parola come presenza evocativa: ogni verso si configura come un frammento autonomo, sospeso in una dimensione senza direzione logica dove il “tunnel nella testa” non descrive un tormento psicologico, ma incarna il pensiero stesso nella sua immediatezza percettiva. Le immagini si accumulano per giustapposizione, mimando un cortocircuito sintattico che trasforma i contenuti crudi — le armi, le droghe, la violenza — in meri significanti fonici e texture sonore. Non siamo di fronte a una dichiarazione ideologica, ma a una ‘poesia per sottrazione’ che, eliminando il superfluo dell’argomentazione, giunge all’evidenza nuda dell’intensità, dove il significato risiede esclusivamente nel suono della parola intesa come oggetto materiale e percussivo.

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Ayahuasca è un pezzo che non racconta, bensì evoca. Ogni barra è un’unità chiusa che non cerca connessioni causali con ciò che precede o segue: poche parole, ripetute, variate minimamente, che generano un effetto ipnotico per accumulo. Questo rappresenta un punto cruciale: Simba crea linguaggio invece di utilizzarlo. La differenza è sostanziale. Non serve un gran numero di vocaboli, non serve articolare un pensiero complesso. Serve l’essenziale e sottrazione simultanei.

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Si potrebbe aggiungere che Simba La Rue non usa il linguaggio per veicolare messaggi. Usa i contenuti – le droghe, le armi, i riferimenti violenti – come significanti fonici e ritmici, come texture sonora prima ancora che semantica. Le marche di vestiti costosi, di alcolici, le tipologie di sostanze stupefacenti non sono product placement, ma materiale fonetico che contribuisce alla costruzione del flusso; espressioni come “rapper froci” non vanno lette come dichiarazioni omofobe: sono suoni aspri, sillabe che tagliano, percussioni verbali che si inseriscono nel tessuto ritmico della traccia.

Questa urgenza espressiva trova radici profonde in un terreno aspro che ormai scavalca certi riferimenti scontati, e ormai rassicuranti, per esempio alla Beat Generation. Piuttosto: come Baudelaire nei Fiori del Male, Simba trasforma il fango dell’esperienza urbana degradata in materia estetica priva di filtri edificanti, trattando i riferimenti alla strada come i “fiori del male” del XXI secolo, carichi di una densità emotiva che scavalca il senso comune. È l’applicazione del “deragliamento di tutti i sensi” di Rimbaud come metodo strutturale: il brano non racconta un’alterazione, ma ne diviene la traduzione linguistica. L’operazione non sarebbe tuttavia comprensibile senza il legame privilegiato con la scena francese (da La Fouine a Lacrim, da PNL a Booba), una vera e propria trasfusione linguistica che ha permesso di saltare i filtri dello star system italiano per attingere a una solidità europea che tratta la banlieue come realtà totale. In termini di linguaggio, ciò significa l’adozione di una nuova Koiné: un impasto di italiano, arabo e slang d’oltralpe dove la parola ritrova la propria purezza nella crudezza dei suoi significanti, costruendo un flusso ipnotico capace di restituire alla lingua la sua violenza originaria.

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L’affinità elettiva a mio parere più dirompente, emerge però nel parallelo con Dino Campana e certe parti (soprattutto in versi) dei suoi Canti Orfici. In entrambi, la ripetizione ossessiva con variazioni minime non è, a vedere più a fondo, indice di povertà lessicale, ma una strategia di intensificazione ipnotica in cui il senso si genera dall’accumulo percussivo di formule che creano un effetto di trance. La paratassi estrema di Simba — queste cellule di senso chiuse — mima esattamente la percezione frammentata e claustrofobica di un ‘tunnel’ leggibile in chiave campaniana.

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Il nucleo pulsante di questa estetica risiede nella manifestazione nuda della malheur, intesa non come incidente biografico, ma come sventura ontologica nel senso tragico di Simone Weil. In Simba, la sventura è una condizione che «afferra l’anima e la consuma», traducendosi in un linguaggio che è pura attestazione di esistenza. Se il “tunnel” di Simba è lo spazio psichedelico della percezione alterata e della visione (Ayahuasca), in Baby Gang la sventura si trasforma in un nichilismo muscolare e in una cronaca spietata che cerca l’impatto frontale. Entrambi, però, rifiutano la ‘maniera’ rassicurante del pop per abitare una “bolla” dove il pericolo è l’unico parametro di realtà.

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In ultima analisi poi, è proprio la ‘maledizione’ di Simba La Rue che appartiene a una condizione ontologica: quella di chi è abitato dal linguaggio come da una forza esterna e ineludibile. Simba continua a produrre musica dalla precarietà della propria libertà — come dimostra la produzione di Opere d’arte dal carcere — perché il linguaggio è la sua sola forma di esistenza possibile. La sventura, quando raggiunge certi vertici di verità, smette di essere cronaca per farsi destino. La parola smette di essere gioco per farsi sopravvivenza. Il suo tunnel si configura così come un’opera di orfismo moderno, una discesa negli inferi urbani senza promessa di ritorno, dove non c’è via d’uscita risolutiva. Resta solo il canto come forma estrema di resistenza e di presenza: una chimera che ride ancora nel dolore, necessaria, maledetta come una condanna senza appello.
Valentino Fossati
Valentino Fossati è nato a Genova nel 1974. Si è laureato all’Università di Bologna e ha collaborato, tra il 1997 e il 2000, con il Centro di poesia contemporanea. Ha pubblicato scritti critici, articoli e curato pubblicazioni tra cui Leopardi nelle prose e nei versi (Garzanti, 1998) insieme a Davide Rondoni; Pasolini e la letteratura dell’impegno (Laterza, 1999) e Accademico di nessuna accademia (Marietti, 2010) con Guido Monti. In poesia sono usciti: Gli allarmi delle stelle (Marietti, 2007, Premio Città dell’Aquila “Laudomia Bonanni”; Premio “Orta San Giulio” migliore opera prima), La gioia (Ladolfi, 2014), Inverno (CartaCanta, 2016). Nel 2018 viene pubblicata la revisione integrale de Gli allarmi delle stelle (CartaCanta,2018, Premio Prato Poesia 2020). Nel 2022, con CartaCanta, esce Il sogno. La sua ultima fatica è Perché saranno neve (peQuod).